giovedì 1 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 14


QUATTORDICI

Don Marco doveva essere a Roma alle sei. Non gli pesava viaggiare in auto di notte: il silenzio, un traffico più quieto, la compagnia della radio, soprattutto musica classica. E aveva mantenuto la calma anche quando era stato costretto a lasciare per un tratto l’autostrada, causa lavori. Conosceva bene quella parte d’Italia, una ventina di chilometri sulla statale e poi di nuovo in autostrada. Tamburellava le dita sul volante seguendo Bach. I polpastrelli rimbalzavano a  ritmo con il movimento della corona del rosario; il Cristo in croce pendeva come un impiccato dallo specchietto retrovisore.
Si passò le mani nei capelli, che pettinava all’umberta, come suo padre. Capelli radi, e gli dispiaceva, ma per i suoi sessant’anni potevano bastare. Ciò che davvero gli dava fastidio era il peso, un addome che gli si gonfiava, cosce possenti e un viso tondo, che facilmente arrossiva, e non per vergogna. Quanto meno non aveva rughe. Don Marco imputava quella sua grassezza all’impossibilità di praticare sport: non aveva più tempo, e non possedeva più il fisico. Le articolazioni lo reggevano in piedi. Camminare a lungo non era più possibile, correre impossibile, se non per brevissimi tratti. Era stato un calciatore di buon livello, attaccante; non fosse stato per la vocazione sacerdotale, avrebbe fatto carriera; ne era certo, in seminario nessuno come lui. Più gli anni passavano, più la scelta di offrire a Dio anche quella passione diventava faticosa. Ad Abramo era stato chiesto il sacrificio del figlio, poi risparmiato, a lui la rinuncia ai gol, ma nessuno glieli aveva restituiti. Questo significava venti chili di troppo, distribuiti su un corpo tarchiato, a botte.
Ma ciò che non perdonava a Dio era il Suo silenzio. Deus absconditus: bastava leggere i Salmi per sapere in anticipo che Dio sarebbe stato anche assenza.
Viaggiava verso Roma a motivo di una nomina. Stava facendo carriera ecclesiale, avrebbe aggiunto un altro titolo nobiliare. Sapeva di non meritarselo, la sua fede era inconsistente. Si vergognava di ciò che avrebbe raccolto nella Capitale, ma non era in grado di rinunciare agli applausi del mondo.
Viaggiava a non più di sessanta all’ora, un tratto di strada in salita, sull’Appennino, con scarsa illuminazione. Doveva usare gli abbaglianti. Fu in quel segmento di viaggio che sentì l’auto traballare. Pensò di aver preso una buca, o forse era solo asfalto sconnesso. Forse stavano rifacendo il manto stradale, e in quel tratto avevano grattato l’asfalto vecchio. Ma non aveva incontrato cartelli di lavori in corso. Per prudenza rallentò.

                                                                                    14 - continua

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