foto carlozanzi
Fa ancora un gran freddo a Varese. Ecco come appariva il Grand Hotel Campo dei Fiori stamani, sabato 23 febbraio 2013.
pensieri & parole
sabato 23 febbraio 2013
giovedì 21 febbraio 2013
Neve di febbraio
foto carlozanzi
Neve di febbraio
Ballano, scollandosi dal cielo,
fiocchi di neve.
Senza dolore planano a terra con
cautela.
Sloggiano, come formiche al fuoco,
pensieri sciocchi e bugie,
parole essenziali e superflue.
Per una breve sera un re,
d’abito bianco e di silenzio,
mostra al mondo lo scettro.
21 febbraio 2013
giovedì 14 febbraio 2013
Alberi & Varese
Un libro che consiglio vivamente: 'Alberi & Varese', un atto d'amore verso Varese, la sua natura, i suoi alberi, scritto da Daniele Zanzi, con foto di Carlo Meazza. Eccomi in una foto che si trova nel libro, seduto sotto il grande faggio di Villa Toeplitz.
sabato 2 febbraio 2013
La panchina del tramonto
Gh'è 'na panca da prea pasà la Setima,
la gran capela du la flagelaziun....(foto carlozanzi)
la gran capela du la flagelaziun....(foto carlozanzi)
Con questa poesia sono arrivato terza al concorso Poeta Bosino.
LA BANCHETA DUL TRAMUNT
Gh’è ‘na panca da prea pasà la Setima,
la gran Capela du la flagelaziùn,
a l’è la me banchèta dul tramunt,
ma seti giò, par mi gh’è pü nissün.
Vo lì quand cal fa frecc e tira vent,
cunt l’aria fina i niul in partì;
vo lì par imparà ma sa fa cito,
parché ma piass sentì sa diss ul dì;
ul dì quand l’è vegnüü ‘l mument da
nà,
quand gh’è pü temp par dì: ‘Sa
vedarà’.
E ‘l dì al sa fa ross par la vargogna
di robb trasà, dul ben dismentegà.
Ma l’è bell chel culur dra verità,
föögh frecc, fiama pizava pasà ‘l
lagh.
E quand ul su l’è naj ma vegn da dì:
‘Sa l’è inscì bel murì, vörì murì.’
Ma ‘n boff da vent gerà pizìga i oss:
‘Vegn nott, vegètt, camina cal fa frècc.’
Inscì, mia tant persuas, ma drizi in
pè,
disi ‘n patèr e turni al me mistè.
Intant ul su l’è mòrt dumà par mi,
la so crapa pelada sbusa ‘l mar,
la nott l’è bela e prunta par murì,
dasi dasi sa pìza n’altar dì.
La panchina del tramonto
C’è una panca di pietra passata la
Settima,
la grande Cappella della flagellazione,
è la mia panchina del tramonto,
mi siedo, per me non c’è più nessuno.
Vado lì quando fa freddo e tira
vento,
con l’aria pura le nuvole sono
partite;
vado lì per imparare come si fa
silenzio,
perché mi piace sentire cosa dice il
giorno;
il giorno quando è venuto il momento
di andare,
quando non c’è più tempo per dire:
“Si vedrà.”
E il giorno si fa rosso per la
vergogna
delle cose sciupate, del bene
dimenticato.
Ma è bello quel colore della verità,
fuoco freddo, fiamma accesa al di là
del lago.
E quando il sole se n’è andato mi
viene da dire:
“Se è così bello morire, voglio
morire.”
Ma un soffio di vento gelato pizzica
le ossa:
“Arriva la notte, vecchietto, cammina
che fa freddo.”
Così, non tanto convinto, mi metto in
piedi,
dico un padre nostro e torno al mio
lavoro.
Intanto il sole è morto solo per me,
la sua testa pelata buca il mare,
la notte è pronta per morire,
adagio adagio si accende un altro
giorno.
sabato 26 gennaio 2013
Più belle del vero
Fino al 3 febbraio (chiusura il lunedì), mostra davvero interessante a Villa Recalcati. Si potranno ammirate gli oli su tela di Francesco Murano (ecco in foto le Odle), Impressioni ad alta quota (questo il titolo della mostra) davvero stupende.
martedì 22 gennaio 2013
Il racconto del mercoledì
foto federico bonoldi
IL FALO’
DELLA VERITA’
Il borgomastro di una
ricca città del nord s’era vestito pesante, di lana e di flanella, sciarpa e
scarponcini col pelo e una simil colbacco alla russa; barbetta lunga di tre
settimane, mentre si avvicinava alla grande catasta di legna stringeva nella mano
destra una grossa torcia fiammeggiante, nella sinistra un biglietto. Era lì
convenuto per l’accensione del tradizionale falò di Sant’Antonio, un’usanza di
quel borgo che vedeva in cerchio intorno alla collinetta il sindaco o borgomastro
(per dirla alla nordica), il prevosto e altri notabili della città, fra i quali
si distinguevano il capo degli organizzatori della pira (un ometto tutto bianco
di capelli, di sopracciglia e pallido come una luna smorta) e una signora in
età, con un mantello color porpora, a capo della Famiglia (con la F maiuscola)
che si prodigava per tenere vive le tradizioni del luogo. La stretta via che
infilzava la piazzetta era satura di cittadini, vogliosi di presenziare alla
festa.
Era usanza lanciare
nel fuoco biglietti recanti desideri, per lo più amorosi, nella speranza che il
santo arrivasse dove fallivano la buona volontà, il fascino e i quattrini. Anche
il primo cittadino aveva il suo breve scritto ma non chiedeva mogli, amanti o
una botta di vita. Essendo prossime le elezioni di quella regione, domandava
senza giri di parole che vincesse la sua parte, impegnata da tempo a far valere
le ragioni del settentrione. Nella sua mente si figurava il sud come un diavolo
che tirava il nord verso il basso, dentro il fuoco dell’inferno; o ancor meglio
come una sanguisuga, che succhiava sangue ossigenato dal vento delle Alpi,
ingrassava ai danni di un esangue settentrione, costretto a lavorare il doppio
per sovvenzionare pigri fratelli, adusi a lunghe sieste pomeridiane, svuotati
nelle forze da qualche grado in più di calore nell’aria. Mentre intingeva la
torcia fra le cassette di legno lasciò scivolare il biglietto lì accanto, in
attesa che bruciasse tutto, senza lasciare traccia delle sue speranze politiche,
solo qualche brandello di cenere svolazzante nella rigida notte del sedici
gennaio.
Avvenne un fatto
inatteso: la fiamma attaccò subito ma il biglietto, avvolto dal fuoco, scappò
fuori come per timore di scottarsi, si ritrasse intatto, volò, perse quota e
finì proprio davanti allo scarponcino peloso del primo cittadino. ‘La fiamma
avrà propiziato uno sbuffo’ pensò e si inchinò per raccoglierlo.
“Si sente male?”
chiese la signora ammantata di porpora.
“Mai stato così bene”
rispose lui. “Una gran bella festa. E il fuoco prende che è una meraviglia.”
“Sant’Antoni dul purscèll… ghè da fidàss” disse la donna, nel
dialetto del luogo.
Il sindaco rispose: “Già..l’è propri vera…” ma con la mente
era al biglietto. Guardò. La prima facciata che lesse era la sua scrittura,
tale e quale. Era già pronto per rilanciare il foglietto nel fuoco, quando notò
che il retro non era intonso. Trasalì. Lesse.
‘Diavolo d’un
borgomastro, cosa pretendi? Che un eremita egiziano quale sono stato io appoggi
la tua secessione? O forse hai sbagliato Antonio, e pensi a quello da Padova,
nato un millennio dopo di me? Certo, Padova farebbe comodo alle tue mire
nordiste. Ma sappi che lui a Padova è solo morto, i suoi natali sono di
Lisbona. Rispedisco dunque il tutto al mittente. E vota bene!’
Il sindaco traballò.
“Lei non la conta
giusta. Stasera non mi piace. La cera non è buona. Torni a casa” disse
premurosa la capessa della Famiglia.
“Sarà stato il vin
brulè” disse il borgomastro, con il volto trasfigurato dalla gigantesca fiamma,
che crepitava a pochi metri da lui.
domenica 20 gennaio 2013
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