giovedì 22 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-7




TRENTUNO  sette
Il prete si  lasciò la porta del bagno alle spalle. Cercò di non fare rumore ma la porta incise un graffio nel silenzio cupo dell’ospedale. Tornò nella camera e guardò verso Roberta. Immobile. Provò un angosciante senso di estraneità. Quella giovane donna non gli apparteneva. Non si sentiva parte di alcuna umanità. Si avvicinò al letto come fosse di marmo, impermeabile a quel muto soffrire. Gli dava fastidio, lei che non si svegliava ma più ancora quel suo essere insensibile, nella pretesa di voler star bene. Non riusciva ad assorbire quel respiro altrui. Ebbe paura di ciò che era. Si spaventò di un mondo fatto da persone come lui. Com’era in quel momento e com’era stato altre volte. Si avvicinò, sperando che quell’incubo finisse, che tornasse a sentirsi fratello di Roberta. Gli venne da pensare ‘fratello in Cristo, caro Don Marco, quante volte l’hai ripetuto in predica?’ ma allontanò Cristo, ‘ma che Cristo, sono un uomo, siamo uomini, voglio essere solo uomo, voglio amare….voglio solo un cuore…’ disse al buio e si inginocchiò sul fianco del letto. Cadde pesante, sentì una fitta alle ginocchia, allungò le braccia verso di lei, compresse il mento, la bocca sulla coperta bianca, schiacciò il naso come a volersi soffocare. Ma non riusciva a piangere. Con le mani la cercò, la accarezzò, sperò che gli dicesse qualcosa, non sei un uomo, sei un mostro, qualunque cosa per scuoterlo,  per convertirlo. Per stanare il suo cuore freddo. Ma lei non parlava. Solo un grande silenzio. E quella croce muta. Il piccolo Cristo di metallo stava alle sue spalle, pendeva come un gancio qualsiasi, come un amuleto, un ferro di cavallo, un niente inventato dagli uomini. ‘Parlate, parlate’ disse soffiando contro la tela, ‘sto morendo…salvatemi’ e vinse la tentazione di scappare.
Le prime furono lacrime di rabbia. Ma non c’era consolazione in quel pianto, non si svuotava del marcio che sentiva dentro di sé. Rabbia di non poter essere ciò che desiderava, rabbia per essere nato così, rabbia di chi non ha speranza di paradisi, né qui né altrove. Una rabbia feroce. Avrebbe dato pugni contro la parete, sarebbe accorsa Maria, le avrebbe urlato che era tutto inutile quel loro sacrificarsi dietro la malattia, pulire culi, consolare malati, accompagnarli verso il nulla. Avrebbe chiesto all’infermiera di aiutarlo ad andarsene, una puntura, una pastiglia, un colpo di pistola alla nuca, pur di farla finita.
Sentiva Roberta, le sue gambe, le ginocchia, i piedi, le mani calde in quella notte calda. Le baciava le dita e le chiedeva perdono.  Sentiva il suo profumo.
Tornò la preghiera e il pianto venne dal cuore e risalì agli occhi. Stava bene, ora. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, persino uno scambio, la mia vita per la tua, che devo vivere ancora? Che devo vedere? Al massimo dovrò soffrire da qui in avanti, tu invece, amica cara….e gli parve un’altra volta un gesto interessato, da freddo egoista calcolatore. ‘Sarà quel che vorrà Lui’ disse e intanto singhiozzava e ringraziava per quelle lacrime. Si augurò che non finissero mai.

                                   31-7  continua