venerdì 2 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 15



QUINDICI    

Romano fissava la lampadina che pendeva sopra il suo naso. Era indeciso se alzarsi a spegnere la luce o starsene lì sotto; si sarebbe alzato solo per uno scrupolo da ecologista. Vide il vecchio lampadario dondolare, adagio, movimenti sempre più ampi. E col dondolio un rumore profondo, come di tuono prolungato, che non si risolve nel silenzio. Vide aprirsi una crepa sul soffitto, si voltò verso Roberta, la toccò per svegliarla. Quando la ragazza soffiò adagio adagio un ‘Che c’è?’ il letto tremava, il  comò si era spostato dal muro, la specchiera era caduta a terra con un fracasso di vetri che svegliò la ragazza. Capì che qualcosa di grave stava succedendo, un risveglio incredibile.
Romano era nel panico, perse il controllo, con il terrone nel corpo inquieto: “Cazzo…cazzo…” urlò, buttando via il lenzuolo e la coperta come fossero di fuoco.
“Terremoto…no no” gridò lei.
I primi calcinacci si staccarono dal soffitto finendo sul letto: sottili, solo polvere. La luce si spense. Nel buio il ringhio del terremoto era atroce, rumore amplificato dalle suppellettili che cadevano, dai pezzi di muro e di soffitto che finivano sul pavimento, sul letto.
Senza ragionamento, Romano strinse un braccio di Roberta e la trascinò giù dal letto, tirandola verso la porta e l’uscita, ma inciampò subito nel buio. Cadde e cadde anche lei. Si alzò e sentì un rumore secco davanti a lui, tastò, capì che doveva essere la porta della camera. Fece per rimettersi in piedi, urlò: “Usciamo!” ma venne investito dalla parete, che si sbriciolava davanti a lui. Roberta piangeva e si lamentava per le prime ferite. Strappò dal letto la coperta e il lenzuolo, si fasciò, gridò che dovevano scappare sotto il letto, stava venendo giù il soffitto. Di fianco era tutto bloccato dalle rovine della casa. Riuscirono a infilarsi sotto, trovando un  varco sul davanti. Si rannicchiarono, si fasciarono nei pezzi di tela. Avevano in bocca polvere e piccole scaglie di mattone. Roberta aveva un dolore fortissimo al braccio destro. Romano pensò che era la fine. Intorno a loro la terra ruggiva, esalando odori nauseabondi. Un peso li schiacciò, riducendo lo spazio e appiattendoli a terra. Romano si riparò la testa, picchiò il mento, il naso, la bocca sul pavimento, lercio per l’incuria di mesi. Avvertì un dolore insopportabile ai denti.  Roberta si sentì oppressa, non riusciva a respirare, sentì il potere della morte nel suo corpo, perse i sensi.
Romano, ferito e cosciente, sentì che la pressione della casa sopra di lui aumentava lentamente, il rumore perdeva potenza. Arrivò il silenzio. Un conato di vomito gli si bloccò in gola.   
   

                                                                                                         15 - continua

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