mercoledì 31 ottobre 2012

Quel giorno che tremò la notte 13


TREDICI

La notte di buio e di stelle aveva smorzato il ritmo del traffico. Tante auto nei due sensi di marcia, soprattutto ritorni dal fine settimana. Roberta aveva accennato ad addormentarsi un paio di volte, Romano era tenuto sveglio dal desiderio.
“La prossima è la nostra” le disse e guardò l’orologio sul cruscotto. Erano le dieci e ventidue, ancora mezz’ora fra statali e provinciali e sarebbero arrivati.
“Ci siamo?” disse lei.
“Alle undici, non prima” e intanto ripassava la strada che aveva percorso spesso, non negli ultimi anni, preso dal lavoro. Mai di notte. Una cittadina, due o tre paesi e la salita al colle, uno fra i tanti di quella parte d’Italia, terra di boschi di faggio e di castagno. Meno di un’ora e sarebbe arrivato nella casa dei nonni materni. Dentro quei locali, correndo nell’aia, rovistando nel pollaio aveva raccolto i ricordi migliori della sua infanzia. E la morte dei nonni era stato il suo primo incontro con il dolore. Il nonno era basso, secco, gambe curve da fantino, labbra furbe e piccoli occhi infossati; la nonna era tonda per i chili, regalo delle gravidanze, ma lì nessuno si fermava e lei s’era fatta curva di schiena e non si sarebbe più messa dritta. Senza dar peso alla deformità continuava a voler bene a suo marito, a servirlo e a servire la terra, il piccolo orto, i pochi animali che mantenevano con cura, e con mano ferma sgozzavano per ricavarne i gustosi pranzi che Romano adorava: la pelle croccante del pollo, il coniglio in bottacchio con le olive nere. 
La casa dei nonni: una porticina con la tenda fatta di fili di plastica che si metteva d’estate, quando la porta era sempre aperta. Una scala ripidissima, dai gradini alti che per montarci sopra doveva tirar su il ginocchio. Prima della scala, sulla sinistra, una grande cucina dove mangiavano, ma alla festa si saliva ai piani alti, nella sala buona, con il pavimento di grosse piastrelle rosse squadrate malamente e rosicchiate dal tempo. Sulla destra le camere. Il bagno era stato progettato dopo, segno di una modernità che aveva dato dignità alla vecchia latrina, un gabbiotto di legno grezzo sistemato in fondo al cortile.
La casa antica comprendeva il pollaio, galline, conigli e la prima erba che aveva imparato a tagliare col falcetto e a dare in pasto alle bestie, con immensa soddisfazione. Una casa fatta di odori buoni, che salendo dalla cantina di prosciutti e salami e vino in botti erano penetrati nei mattoni e nell’intonaco, nella credenza, nel tavolo e sulla vecchia ottomana.
I nonni se n’erano andati, più vecchi che giovani ma sempre prematuramente per lui; senza di loro non ci tornava volentieri in quella casa d’Appennino, tessera del mosaico di un paese anziano, senza futuro, abbandonato lassù ai vecchi e agli animali, con poche case ristrutturate e tante abitazioni abbandonate. Ma andarci con Roberta era come ritrovare felicità in quella strada, giunta agli ultimi tornanti.

***  

“Che ore abbiamo fatto?” disse Roberta in mezzo a uno sbadiglio.
“Ti avrei svegliata” disse Romano. “Ci siamo, te l’avevo detto, mancano tre minuti alle undici.”
“Era ora.”
“Dillo a me. Che fai?”
“Mando un messaggio ai miei.”
“Ti dispiace?” e le allungò il suo cellulare. “Prima che rompano i coglioni.”
Arrivò l’ultima curva, un tratto in piano, svolta a destra, il cortile. Un solo, piccolo lampione mandava scarsa luce sulla ghiaia, che venne rimestata dalle ruote e rantolò.
Romano frenò, spense il motore, le luci: “Salta giù, ci siamo” le disse.
La notte era fresca. Un gran silenzio, buio.
“Ma siamo soli?” chiese Roberta. “E’ un paese fantasma?”
“Più o meno.”
Presero le valigie. Nel silenzio grande lo sferragliare della chiave nella toppa si amplificava. Roberta dava un po’ di luce col suo cellulare.
“Ma ci vedi?”
“Ci vedo, ci vedo” e la porta si aprì. “Il problema è trovare l’interruttore centrale.”
“Ci voleva una torcia.”
Romano brancolò, tastò, chiese la luce fioca dello schermo del telefonino, aprì una piccola anta, mise le mani in altro buio, trovò l’interruttore. Fu luce sulla ripida scala, e subito dopo si accese anche la lampadina della grande cucina sulla sinistra.
Romano ritrovò il profumo dell’infanzia. Ma era stanco e senza voglia di ricordi. 
“Qui dovrebbe esserci un divanoletto.”
“Che è questo” e Roberta indicò il solo divano nel grande locale, con tavolo, una vasca più che un lavandino, una cucina economica a legna e carbone.
“Se vuoi dormiamo qui.”
“Se no?”
“La camera dei miei nonni, di sopra.”
“E i tuoi cosa dicono?”
“I miei?” e rise.
Roberta prese tempo, perlustrò la cucina, guardò la lampada che mandava una luce insufficiente. Scelse: “Di sopra, se ti va.”
“Come vuoi tu” e prese le valigie.
La scala era ripida e stretta, coi gradini consumati, i bagagli rendevano la salita difficoltosa. La piccola porta che immetteva nel tinello cigolò, Romano trovò subito l’interruttore sulla destra. C’era umidità, freddo. Da mesi nessuno entrava più lì dentro. Si pentì di averla portata in quella topaia.
“Che facciamo? Accendiamo il fuoco?” chiese Romano. “Qui si ghiaccia.”
“Ma non è tardi?”
“Il camino c’è, la legna anche, non ti garantisco, non lo accendo da una vita.”
“Ma se andassimo a dormire?” disse Roberta.
“In camera dovrebbe esserci una stufetta elettrica.”
“Basterà quella.”
“Intanto vediamola, la camera.”
Un corridoio di un paio di metri, un’altra porta sulla destra, con i vetri smerigliati. Un altro interruttore e sempre una luce ridotta, che lasciava nel mistero buona parte del locale.
Si vedeva il letto; l’armadio, il comò, un’ottomana erano ombre in bianco e nero.
Roberta si lasciò andare sul materasso, la rete metallica cigolò, s’alzò della polvere. “Sono sfinita” e si mise a ridere. Pareva soprattutto felice.
Romano passò un dito sopra il piano del comò, raccolse sul polpastrello polvere grassa, umida. Dentro di lui girava un’emozione che andava controllata.
“Aspetta” disse Roberta. “Dov’è il bagno?”
“Qui, ti faccio strada.”
“La doccia?”
“La doccia? Massimo ci sarà un doccino nella vasca. Vediamo.”
“Ma ci sarà l’acqua calda?”
“Fra due o tre ore. Dobbiamo accendere il boiler.”
“E come ci laviamo?”
“Non ci laviamo.”
“Facciamo scaldare una pentola d’acqua.”
Entrarono ma in due non ci stavano: lo spazio era occupato da una vasca in ghisa laccata, a forma di poltrona, dove era impossibile sdraiarsi. Romano aprì il rubinetto del lavandino, ne uscì acqua a singhiozzi, di un colore scuro di ruggine e terra; con lo scorrere l’acqua divenne trasparente. La sfiorò: “E’ un ghiaccio.”
“Io la faccio scaldare. Trovami una pentola, per favore.”

***  

La pentola fu trovata, e anche un fuoco a bombola di gas liquido. Non fu recuperata, invece, la stufetta elettrica, che avrebbe dovuto scaldare la camera da letto.
Romano aveva fatto alla svelta, una sciacquata, si era sfiorato il mento, la barba pungeva, le avrebbe dato fastidio. Si era messo nel letto, rabbrividiva, le lenzuola erano freddoumide, c’era odore di chiuso, di vecchio. La mobilia aveva perso il buon profumo di legno, tarlata dalle bestie e dal tempo. Sopra di lui un lampadario con una lucina da trenta watt, non di più. Il letto dei suoi nonni era una rete metallica alta da terra quasi un metro, con una testata d’ottone lavorato ad arabeschi e volute. Si mise a dondolare sul materasso, sentì il canto delle maglie metalliche.
Dietro i suoi capelli, lunghi per nascondere un principio di calvizie, appeso alla parete pendeva un grosso quadro della Sacra Famiglia. Il crocifisso stava sul comodino. Sul comò foto in bianco e nero e uno specchio; i suoi nonni lo curavano, vestiti con gli abiti nuovi del loro matrimonio. Si chiese se quello ero lo stesso materasso sopra il quale era stata concepita sua madre.
Sentiva Roberta nello sciabordio dell’acqua. Cercava di non immaginare nulla.
“Muoviti, fa freddo” le urlò, sapendo che difficilmente avrebbe sentito. Continuò il rumore dell’acqua sopra Roberta. Lei non rispose. 
Silenzio. L’acqua non sbatteva più. La luce del minuscolo bagno si spense, la porticina cigolò, restava la modesta illuminazione del lampadario sopra il letto.
Roberta entrò. Indossava un pigiama giallo tenue. Sembrava una tuta da jogging.
“Che freddo che freddo che freddo…” e scivolò nel letto, non lo abbracciò, non si svestì, non lo accarezzò. Si accomodò sul fianco sinistro, sul lato destro del letto grande, si raggomitolò come una gatta pigra e freddolosa, si lamentò più volte per quell’aria gelida, per quell’umido che bagnava il lenzuolo, disse che era stanca morta e gli augurò la buona notte.
Romano ammutolì. Scherza o fa sul serio?
“Buonanotte” ripeté Roberta.
Aveva capito, certo che aveva capito. Romano rispose con una voce offesa, lamentosa. S’alzò per spegnere la luce. Non c’erano abatjour sui comodini.
“Che fai?”
“La luce.”
“No. Lasciala accesa.”
“E perché?”
“Ho paura.”
“Ci sono io.”
“Non mi basti.”
“Se lo dici tu” e tornò sotto la pesante coperta di lana grezza.
Romano si rapprese nella sua delusione. 
Ma la rabbia cedette al desiderio. Allungò il braccio. Non ci arrivava a toccarla. Si avvicinò strisciando sul lenzuolo. La rete cigolò. Ora la sfiorava, le accarezzò la schiena, le dita scivolarono sotto il pigiama, risalì sino ad accorgersi che era senza reggiseno.
Roberta tremò, sospirò, si fece più vicina. Disse “Fa freddo” e restò immobile.
Lo stava spiazzando. Confondendo. La voglia di lei dilagava, aveva rotto gli argini ma la temeva. Stava ragionando troppo. Non doveva andare a finire così. Muti nell’imbarazzo. 
Lei sul fianco e lui sul fianco, addosso, a curarsi, a spiare la reazione, pronti ad un’altra mossa. Ma era amore o una battaglia? Non avrebbe dovuto essere tutto più semplice? Lo scontro violento di due passioni? La soluzione di una lunga attesa? 
Romano le toccò l’addome piatto, teso. Con l’indice penetrò nell’ombelico. Lei disse “Mi fai il solletico” e si scansò; lui non capì se quel tono era scherzoso o irritato. 
Salì con la mano e lei cambiò il ritmo del respiro e lui le accarezzò i seni. Era la prima volta che li sentiva. Prese aria in lunghi respiri mentre lei gli guidò la mano più in basso.
Lui disse “Aspetta” e si tolse i boxer, cercò sotto il cuscino, con il gomito picchiò sul comodino, il crocifisso cadde, imprecò a mezza voce, lo trovò, lo aprì coi denti.
“Io” gli disse e cercò la sua mano.
“Ma sei scema?”
“Perché?”
Con la gola riarsa dall’ansia disse “No, no” e lei lo sfiorò. Aveva dita sottili, unghie lunghe e curate, smaltate di rosso. Le sentì come fuoco sulla sua carne viva. Le allontanò.
“Che c’è?” 
“Niente” rispose lui, con una voce cretina, in falsetto. Roberta si mise seduta. Si spogliò. Non aveva più freddo, non si lamentò per essere finita dentro un letto che sapeva di muffa.
“Mi baci?” gli disse, salendogli sopra.
Lui perse ogni controllo. Gli morì in gola un ti amo che non uscì, ma addolcì rabbia e vergogna. Buttò indietro lenzuolo e coperta e andò in bagno.
“Stai qua” gli disse Roberta. “Fa freddo.”
Tornò quasi subito. Tremava.
Roberta si era già rivestita. In equilibrio sul fianco, pareva addormentata. Ma aveva gli occhi aperti, e fra gli occhi e le labbra si rincorreva un sorriso.

***  

Romano si era addormentato. Incazzato com’era con se stesso, si era già disposto ad una notte di veglia e di rabbia. Invece aveva preso sonno.
Fu svegliato dalla sua mano che si arrampicava, si infilava, lo cercava. Poi si allontanò. Era ancora vestita. Uscì da sotto la coperta, veloce. Si mise in ginocchio di fianco a lui, con la fronte a una spanna dalla Sacra Famiglia. Si sfilò la giacca del pigiama. La luce era ancora accesa. Si sedette, dondolò sulla schiena e si sfilò i pantaloni, che lanciò contro la parete. Il pigiama andò a finire contro il quadro.
“Dove sono?” gli chiese, sdraiandosi sopra di lui ed allungandosi verso il comodino.
Romano si alzò, cercò nella tasca del giubbotto, ne sfilò uno.
“A me” disse Roberta.
Romano si svestì con lentezza mentre Roberta diceva: “Non l’ho fatto mai.”
Romano si sdraiò e l’attese.
“Mi aiuti?” disse Roberta.
Romano si sedette, appoggiando la schiena alla testata in ferro battuto. Erano tubi ghiacciati. Stava scomodo. Cercò di trovare un compromesso nella posizione. Teneva le gambe allungate, Roberta si sedette sulle sue cosce.
“Dammi” disse Romano.
“Io” disse Roberta.
Romano prese le sue mani, le guidò, si piegò verso di lei, la abbraccio, cominciò a baciarla. La fece distendere di schiena sopra le sue gambe allungate.
Ora i piedi di Roberta spingevano sulla parete; facendo pressione sul muro si inarcò.
Romano si piegò in avanti, puntellandosi alle braccia. Continuò a baciarla sin dove poteva arrivare senza lasciare l’appoggio, in ogni piega.
Roberta si appoggiava, scendeva col bacino e scappava, tornava ad alzare i piedi verso il quadro, a spingere, a sfuggirgli; sentiva freddo sotto la pianta dei piedi, doveva fare attenzione a non scivolare.
Romano la prese ai fianchi, lei disse ridendo che aveva capito. Si distese supina di fianco a lui, allungando le braccia verso la testata del letto. Si sentì il rumore metallico dei suoi anelli, che cozzarono contro l’ottone lavorato. Si agganciò a due volute.
Romano si sedette sopra di lei, piegò le gambe divaricate, si appoggiò alle ginocchia, chiuse gli occhi e cominciò ad accarezzarla con la punta delle dita.
Roberta liberò una mano, che lasciò la testata e prese la mano di Romano, accompagnandola sopra il suo seno. Sganciò anche l’altra mano e le congiunse, tenendolo fra le due palme. E insieme muoveva ritmicamente il bacino, le molle stridevano, il solo rumore nella camera che aveva l’odore acre del tempo passato, rumore di ferro arrugginito e il soffio dei loro respiri.
Lei disse “Scendi, sdraiati.” Romano ubbidì. Roberta si allungò sopra di lui, lui avvicinò le gambe, lei le aprì e infilò le dita nei suoi capelli. Salì ancora e si aggrappò alla testata del letto, che si piegò in avanti.
Lo sentì scivolare dentro, corrergli incontro.
Nessuno avrebbe potuto fermarli, ora. Non gli sguardi dei nonni in abito da nozze, sorridenti ma seri davanti alla grande macchina fotografica; e nemmeno il Dio della croce e della Sacra Famiglia né la paura di fare troppo sul serio, troppo alla svelta.       
        
***

La luce nella camera era ancora accesa. Roberta si era addormentata subito, dopo essersi rivestita senza dire una parola. Romano avrebbe voluto domandarle se era felice. 
Roberta era il respiro profondo del suo sonno.
Romano cambiò fianco, poi si mise a pancia in giù, buttandosi il cuscino sopra la nuca. Stava bene. Il mattino dopo avrebbero potuto dormire sino a mezzogiorno. E dopo la colazione nell’unico bar del paese, sarebbero tornati a letto.
Se la sentiva addosso, anche se il piacere del suo corpo si diluiva nel buio della notte. Era solo l’inizio.
Era ancora nudo e cominciava ad avere freddo. Pensò di rivestirsi. Si alzò curando di non svegliarla, cercò i boxer, la tishort, non li trovava, non erano caduti a terra. Frugò sotto le lenzuola, con la mano perlustrò il fondo del letto, si erano incastrati fra materasso e coperta, li recuperò, si rivestì alla svelta, ora tremava, l’umido era tornato ad essere fastidioso.
Si mise supino, con le mani dietro la nuca. Quella lampadina generava una luce tanto fioca che poteva fissarla senza ferirsi la pupilla. Tirò verso di sé la pesante coperta sino a coprire il mento, il naso, aveva fuori solo gli occhi e i capelli.
Sentì un rumore, forse il gracchiare del cellulare. ‘Un messaggio a quest’ora? Ma chi cazzo è?’ ed ebbe paura. Allungò la mano destra, tastò il piano del comodino, recuperò il telefono, no, si era sbagliato. Nessun messaggio in arrivo. E il rumore? Fece in tempo a leggere l’ora: le tre e ventinove. Non mancava molto all’alba. Quella notte sarebbe stata con lui per tutta la vita.    
 


                                                                                           13 - continua









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