martedì 19 giugno 2012

Il racconto del mercoledì



VAI CHE TI SEGUO

“Vai che ti seguo” le disse.
E lei: “Non sei obbligato.”
E lui: “Lo so…vai, vai…”
“Come vuoi” ed entrò nel negozio. E lui dietro, ad un paio di metri, strisciando i piedi come avesse la palla del galeotto. Il suo ingresso fu luce abbagliante, aria pregna d’anidride carbonica, spazi angusti, gradevole musica di sottofondo e donne d’ogni età che soppesavano, accarezzavano, provavano davanti allo specchio l’effetto che fa.
Come sua abitudine in simili circostanze si appoggiò ad una colonna, in posizione strategica, mentre lei si era già persa nella sua distrazione da shopping. Dal suo osservatorio vedeva buona parte del locale. Davanti a lui uno specchio che rifletteva la sua malavoglia. Lentamente, come assopito dentro un mestiere che non gli apparteneva, si aggrovigliò nei soliti pensieri. Non capiva tutto quell’entusiasmo femminile per vestiti che, nella maggior parte dei casi, non avrebbero regalato nulla a chi li indossava.
‘Quella’ pensò ‘mi vuoi dire quella donna che avrà sessantacinque anni, con quei capelli tinti da paura e l’ingombro di almeno venti chili in avanzo, dove mai potrà andare con quella camicetta che tiene in mano come un tesoro? Come avesse trovato la soluzione ai suoi problemi esistenziali? Ecco, ora si specchia, possibile che non veda? Che non noti? Che non deponga all’istante sulla gruccia quel capo di vestiario?’
Le donne con i vestiti sottobraccio s’affollavano ai camerini, entravano, provavano, uscivano, si indirizzavano alla casa. Sentì dire da una signora sulla quarantina alla commessa: “Su di lei stava una meraviglia, ma su di me….” Ed era veramente afflitta, nonostante le parole rassicuranti della giovane.
Madri che consigliavano figlie, figlie che sbuffavano contro le madri, ragazze da sole, in coppia, a gruppetti, ragazze con ragazzi distratti, commesse accaldate che transitavano a passo veloce, profetesse del rito della bellezza sperata, ricercata entro stoffe sgargianti e pallide, trasparenti e coprenti, rivelanti, fascianti, abbondanti entro corpi esili (la minoranza), aderenti entro corpi che non avrebbero potuto permettersele.
Si sentì superiore, distante, distaccato, il solo capace di giudicare, lì dentro, tanto perdita di tempo e di denaro, sogni affidati ad un pantalone, ad una gonna, ad uno stivale. Sogni infranti nell’evidenza di uno sgambetto del destino, così maleducato e beffardo.
Una commessa raccolse un omino e sbuffò, un’altra cercò di piegare una pila di maglioncini in cachemire, con lo sconforto di chi sa che dovrà ripetere quell’operazione dieci, venti volte.
  
“Visto niente che ti interessa?” disse lei, avvicinandosi come un venditore di merce sulla spiaggia, che reca con sé la mercanzia.
Domanda superflua, stava in piedi appoggiato alla colonna con un volto da disinteresse assoluto per il contenuto di quel negozio. Si sforzò di rispondere con educazione: “Grazie, no, sai che sono un tipo esigente.”
“Contento tu. Vado ai camerini, mi dai un parere?”
“Subito” rispose con occhi furbi. “Vai che arrivo.”
Fece per scollarsi dall’appoggio di cemento ma ricadde nelle distrazioni, le commesse, giovani, belle perché stupefacente era la loro età, che aggrazia, promette; una in particolare, alta quel giusto, né grassa né magra né eccessiva né mancante. La perse di vista, inghiottita da un separè.
Si mosse e venne attratto dalla sua figura, stampata nello specchio. ‘Ammesso pure che slanci’ pensò ‘direi che sono in forma. Cosa mi manca? A che mi servono abiti nuovi, anche in saldo del cinquanta per cento? Non mi bastano questi jeans, che mi metto addosso da dieci anni?’
Un altro passo, per verificare altri paragrafi della sua vanità, quindi un tocco da dietro, che lo obbligò a guardarsi alle spalle. Era la sua commessa preferita. Pensava l’avesse sfiorato nella foga di farsi largo fra i clienti, si attendeva uno “Scusi” ma arrivò un’incudine sull’alluce: “Lo sa che lei è un vecchio stronzo?”
Trasalì, si sentì smarrito e fuori luogo come quando dovette, suo malgrado, sopportare le scosse di un terremoto inatteso. Era in un altro mondo. Eppure quella bella giovane ce l’aveva sicuramente con lui. E rincarò, notata la sua sorpresa: “Sì, lei. Ce l’ha stampato in faccia a cosa pensa.”
“E cioè?” chiese, ancora tramortito.
“Ho  vergogna per lei. Ma si vergogni!”
“Di che?”
“Della sua ossessione per il corpo.” Faceva discorsi da suora, da matura professoressa di buone maniere. Mai li avrebbe attesi da quella bocca di rosa. Come aveva fatto a tradurre i suoi pensieri?
“Quella signora un po’ in carne, ad esempio” e sollevò appena il mento, per indicarla “che lei, anzi, ti do del tu, vecchio rincoglionito, che tu hai deriso per il suo desiderio di abbellirsi con un abito, vale molto, molto, molto” e intanto arrossiva e sudava “molto e ancora molto più di te, che credi di essere bello ma fai pena.”
Si guardò intorno, la ragazza parlava a voce alta, per fortuna gli avventori erano troppo immersi nella fregola degli acquisti per farci caso. Ebbe un moto di ribellione, avrebbe voluto risponderle: “Ora ti sculaccio, se non la pianti” ma volle fare onore alla verità.
“Guarda, mia cara” disse a voce controllata, “ti devo fare i complimenti. Hai visto giusto. Non so come hai fatto ma ci hai azzeccato. Sono una cacca” e allungò la mano, prese la sua e si inchinò in un baciamani d’altri tempi.

“Ma che stai facendo” disse sua moglie, vedendolo inchinato davanti allo specchio, con il braccio destro allungato, intento a baciare l’aria. “Stai bene? Ti aspettavo al camerino.”
Stranito si rimise dritto, la guardò con sorpresa, finse noncuranza, sparò la prima cosa che gli venne in mente: “No, no…mi era caduto…”
“Caduto che?”
Avrebbe dovuto risponderle ‘Niente, ho le idee confuse’ ma disse “Dai, su, andiamo, fammi vedere come sei bella.”



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