sabato 24 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-9




TRENTUNO  nove
‘Un segno, mostrami un segno’: don Marco picchiava delicatamente i pungi sopra il letto, come un bambino capriccioso che sta finendo la lagna, ha esaurito le energie e la speranza ma ancora mostra qualche traccia di protesta. In lui non c’era protesta, non più: era una supplica. ‘Un segno’ e guardava il corpo steso di Roberta e sentiva alle spalle pendere la croce. Sperava che la ragazza gli regalasse un fremito, un gemito. La fissava e sentiva gli occhi umidi. Con un movimento che gli costò fatica, restando in ginocchio, ruotò il capo e salì al crocifisso, immobile nel semibuio. Lo fissò, la vista s’appannò, gli parve di vedere un cenno della piccola testa ma ora vedeva doppio, era l’inganno del suo voler fissare quell’oggetto. ‘Muoviti, mio Dio, fammi capire’ ma intanto pensava che ugualmente non avrebbe creduto, anche se quel piccolo uomo scarnificato fosse sceso dalla croce e salito sul letto, al suo fianco. Avrebbe pensato alle allucinazioni, in quella notte tremenda, che non moriva mai. Eppure lo stesso chiedeva un segno.
Si alzò, recuperò una sedia, si mise in piedi, allungò il braccio e prese con sé la croce. Era impolverata. Con il fazzoletto la ripulì, brillò il metallo, polveroso e unto. Come in processione, riprese la sua ronda intorno al letto, alzando di tanto in tanto la croce verso il soffitto, allungandola verso la ragazza, sperando in un effetto taumaturgico. ‘Sono ridicolo, un santone, ma in fondo cosa siamo noi preti? Santoni più eleganti, niente di più, santoni con chiese stupende, che alziamo calici verso navate illuminate da mosaici e marmi, ma la nostra è solo magia.’ Chiedeva scusa a Dio per quei pensieri, perdono per la sua follia.  
La scossa si mosse lentamente, come un lamento rugoso, che diventa rabbia contenuta, compressa e cresce, sino a scuotere  il mondo dalle fondamenta. Don Marco aveva imparato ad accettare quelle scosse d’assestamento,  tremende di notte, dove il buio accentua il pericolo. Il senso d’impotenza. ‘Eccola’ pensò e lanciò la croce sul letto. ‘Quieto, sta quieto’ e avvertì un leggero giramento di testa. Si appoggiò alla sponda del letto, la sentì vibrare appena, come una corda d’arpa pizzicata. Ma il suono non era dolce. Quell’ira di un dio infelice e vendicativo stava tornando? Il silenzio dell’ospedale s’animò di voci, parole preoccupate e altre tranquillizzanti. “Questa è più forte” sentì dire da qualcuno, lungo il corridoio. Ebbe l’impressione di udire la corsa di chi aveva deciso di accettare la via della fuga. Silenzio, il letto era immobile ma tornò il tremito, che gli salì alle braccia. Provò nausea e paura. Avvertì la sensazione fisica di finire sepolto, il respiro che manca, il torace schiacciato, la fine orribile. Gli oggetti sul comodino cadenzavano i tempi del terremoto. Un rumore forte, uno scoppio di vetri gli strinse il cuore mozzandogli il fiato: era caduto il vaso di fiori. A quel punto scappò senza pensarci, istinto di sopravvivenza ma non fece che un paio di passi verso l’uscita. Entrò Maria, di corsa, chiudendosi la porta alle spalle, o forse era stato il terremoto ad avvicinare l’uscio, facendolo sbattere. Erano soli nella camera. Soli con Roberta che non avrebbe potuto vedere quel loro abbraccio. Si unirono, si strinsero come due amanti che altro non attendono, da sempre. Era bassa Maria, il prete appoggiava il mento sopra il suo capo. Nessuno parlava. Ascoltavano i loro cuori, i respiri e il lento adagiarsi dell’onda sismica, la quiete ritrovata. Stavano bene. Si comunicavano i loro corpi infelici. In attesa. Don Marco sentì il suo profumo gradevole, sfiorò i capelli con le labbra, sentì il morbido dei seni. Da quanto tempo non abbracciava una donna? L’aveva mai fatto così? Con quel piacere? Con quel bisogno? Allentò l’abbraccio, le stava comunicando una passione che non poteva appartenergli. Da dove arrivava quella necessità di stringersela contro? Era una sconosciuta per lui, quell’abbraccio non significava, non poteva significare un amore  condiviso, preparato. Né lo sfogo di un istinto. 
Quando tornò il silenzio si manifestò l’imbarazzo, nascosto dalla paura. Fu la donna ad accorgersene per prima. Si staccò da lui con un gesto sgraziato, quasi un rifiuto, che cercò di mitigare con le parole: “E’ passata. Mi deve scusa, don Marco.”
“No, no, Maria.”
Ma l’infermiera uscì.

                                           31-9 continua 

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