mercoledì 24 ottobre 2012

Quel giorno che tremò la notte 5



CINQUE


“La giornalista?” domandò Romano.
“Sì, la giornalista” rispose Roberta.
“Cioè la disoccupata.”
“Esatto.”
Alla fine l’aveva accontentata. Lui avrebbe preferito un ristorante ma lei adorava la pizza. Gli aveva lasciato la scelta e lui aveva deciso: ‘La grotta di Bacco’, in via degli Orti.
“Hai scoperto la mia età?” disse Romano.
“Ho letto il tuo profilo.”
“Non dirmi che ne dimostro di più.”
Roberta mentì, in fondo le rughe erano leggere, i capelli grigi li si potevano contare.
Gli occhi di Romano, occhi chiari: il suo fascino. Bastavano a inchiodarla lì, felice, sopra una sedia senza cuscino, scomoda, da ‘Bacco’: ci era passata davanti tante volte, chiedendosi se valesse la pena assaggiare anche quella. Ora scioglieva il dubbio, in una situazione inimmaginabile. Mai avrebbe pensato a due occhi così, per lei.      
“E sai per quanti giornali collaboro?”
“Quanti?”
“Quattro e una radio, due di carta e due on line. Corro tutto il giorno.” Avrebbe dovuto concludere “per quattro soldi” ma non lo disse. “Perché non l’insegnante?” chiese a Roberta, che voleva invece giocarsi la sua laurea in lettere nel giornalismo. 
“Ci si nasce.”
“Anche giornalisti.”
“Non mi dire. E allora sono nata giornalista.”
“E che hai scritto?”
“Sul giornalino del liceo, di moda.”
“Complimenti.”
Arrivò il cameriere con due tovagliette all’americana, piatti, bicchieri, posate e i menù in plastica con la lunga lista delle pizze.
Romano la guardò mentre scorreva l’elenco e commentava. Non aveva una ruga: il fondotinta? O una pelle perfetta? Indossava un dolcevita chiaro.
“Scelto” disse Roberta.
“Cosa?”
“Margherita.”
“Stai leggera.”
“Alla fine è la più convincente, è la pizza pizza, pomodoro e mozzarella. Tu?”
“La mia solita.”
“Margherita?”
“Quattro stagioni, c’è un po’ di tutto.” Pensò e parlò: “Investo bene i pochi soldi che ho.”
“Sei tirchio?”
“Sono costretto.”
“La mia me la pago io.”
“Benissimo.”
“Vigliacco, lo dicevo che sei tirchio.”
Questo non aveva ancora capito Romano: come trattarla. Moderarsi o lasciarsi andare? Spontaneità o controllo?
“Ti faccio paura?” disse Roberta.
“Paura?”
“Non so, impressione.”
“Spiegati.”
“Se devi dire una parolaccia fai pure.”
Arrivò il cameriere, un ragazzo sorridente, dava l’idea di aver voglia di lavorare. Ordinarono. Da bere lui prese una mezza chiara, lei una panascé.
Le pizze andarono via senza troppo gusto, presi dalla voglia di raccontarsi. A Romano interessava la vita di Roberta e ogni indizio di innamoramento. Roberta si gustava i suoi occhi e cercava di intuire, da quello sguardo celeste, quanta verità ci fosse nelle sue parole.
Lasciarono avanzi di pizza nei grandi piatti, passarono al dessert, che ha bisogno di meno fame e di più golosità. Al loro caffè (lei decaffeinato, anche se sapeva che non avrebbe dormito) entrarono in pizzeria tre giovani e un adulto, un prete, lo si capiva dalla piccola croce d’argento vicino all’asola della giacca grigia. Era magro, il volto secco, capelli corti, molti grigi. Salutò Roberta e si andò a sedere con gli altri un paio di tavoli più in là, vicino all’angolo del pizzaiolo che maneggiava la pasta e il companatico con automatismi svogliati. Aveva già lavorato ore, sonnecchiava fra lo stanco e lo scazzato.
“Lo conosci?” domandò Romano.
“E’ don Fabio. E’ il prete della mia facoltà.”
“Vai d’accordo coi preti?”
“Dipende” rispose Roberta.
“E con quello?”
“Don Fabio? E’ un grande. Per lui farei qualche anno ancora in Università.”
Romano si sorprese per quella simpatia ecclesiale. La guardò mentre faceva cantare il cucchiaino nella tazzina del caffè. Si allungò verso di lei, le accarezzò il lobo dell’orecchio, fece dondolare un orecchino a forma di Tor Eifell, le sfiorò la punta del naso, avrebbe voluto dirle “Mi piaci” o persino “Ti amo” ma andò a sbattere contro un viso troppo bello, al quale donò solo un sorrisetto da ebete.
          
                                                                                                   5 - continua 

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