domenica 6 gennaio 2013

Cicale al carbonio 20



         venti


Alla guida dell’elicottero della Rai, che portava nelle case di milioni di italiani immagini da ogni posizione del Giro d’Italia, il comandante Bachisio Pireddu guardò verso il basso. Il gruppo arlecchino dei corridori ciclisti, di chi aveva retto sino all’ultima tappa, pedalava pigramente verso sud, alla volta di Milano, per lo sprint dell’epilogo. Gregge di capitani e di gregari, metallo cromato che brillava alla luce. Dietro ai ‘girini’ seguiva, come a un funerale, il corteo delle ammiraglie, davanti moto e altre automobili. A bordostrada i tifosi, non molti per la verità, sotto il sole forte del mezzogiorno. Pireddu disse qualcosa al suo secondo, del tipo “Che bei posti!” e buttò gli occhi verso occidente. La luce del sole alto abbagliava i colori, eppure il lago di Varese era di un azzurro irreale. Le tonalità di verde variavano al mutare dei colli e delle valli, chiazzati dai grigi e dai rossi delle abitazioni: palazzi ma soprattutto ville, campanili, rare fabbriche. I colli diventavano montagne oltre il lago Maggiore, rocce e nevi e ghiaccio sul Monte Rosa e sulle altre cime delle alpi svizzere e italiane.
Le nuvole erano striature biancolatte, innocue, senz’acqua.
“Incredibile!” disse il comandante al suo secondo. Ora non pensava alle bellezze paesaggistiche della Città Giardino, ma al destino di Marco Marchi, re del Giro, cui avevano tolto la corona nel momento meno opportuno. “Potevano lasciarglielo vincere.”
“Per incastrarlo la mattina dopo.”
“Già…”
“Che tristezza…”
“Pensa ai tifosi…”
“Io penso a lui…a sua moglie. Chi se ne frega dei tifosi.”
Intuirono che era iniziato il collegamento, cronaca della tappa conclusiva, Varese-Milano di centocinquanta chilometri, con percorso cittadino per le vie del centro, dodici giri e il traguardo in piazza Duomo.

***   

“Persino Henry Beyle, noto come Stendhal, grande scrittore francese, passando per questa stupenda zona del nord Italia, terra di laghi, Città Giardino, ebbe a lodarne le bellezze del paesaggio.”
“E con lui tanti altri artisti, personaggi famosi che qui spesso hanno edificato la villa di campagna.”
“E da ultimo Piero Chiara, uno fra i massimi narratori del Novecento, che ha ambientato i suoi romanzi proprio fra Luino, sul Lago Maggiore, e il capoluogo Varese.”
“Grazie alle stupende immagini dell’esterna Rai di Milano, possiamo gustare queste panoramiche dall’alto.”
“Il tempo ci favorisce ma non c’è sole, oggi, nel mondo del ciclismo.”
“E non nascondiamo la difficoltà di dover fare la cronaca di questa ultima tappa, dopo le vicende che hanno coinvolto Marco Marchi, il veronese che aveva conquistato la Maglia Rosa proprio ieri, strappandola a Beppe Togni con una progressione incredibile all’ultimo chilometro dell’ultima salita del Giro, su al Campo dei Fiori.”
“Le notizie d’agenzia rimbalzano continuamente, ma la sola certezza è che il leader della Toshibas bike, stamani, non ha preso il via.”
“Questa è la sola, drammatica verità. Perché dichiarazioni non ne ha rilasciate, e il suo team-manager si è limitato ad affermare che Marchi è affranto, non si sa spiegare i risultati delle analisi sul campione del suo sangue e che, ad ogni buon conto, gli è stato impedito di salire sulla bici.”
“Soglia di ematocrito oltre il limite consentito, e non di poco: questi i dati in mano agli uomini dell’antidoping. La decisione di non far partire Marchi è scattata inevitabile, logica conseguenza di un ematocrito sopra la soglia consentita.”
“Ricordiamo che il campione di sangue è stato prelevato a Marco Marchi stamani intorno alle sei. E’ stato svegliato, dormiva all’Hotel Kursal, sul Colle Campigli. Se è stato deciso di fermare il campione della Toshibas Bike proprio alla vigilia dell’ultima tappa, è perché dubbi non ce ne sono.”
“Non posso che confermare quanto dici, e non posso non notare la somiglianza fra questa brutta, bruttissima storia e la vicenda di Marco Pantani, bloccato a Madonna di Campiglio, Giro d’Italia del novantanove.” Mauro pensò che il nome Marco portava sfiga.
“Naturalmente nessuno intende sbilanciarsi, sino a prova contraria il veneto avrà tutto il tempo e i modi per dimostrare la sua non colpevolezza, la sua estraneità all’uso dell’epo, questa famigerata eritropoietina che tanto male sta facendo al mondo del ciclismo. Ci saranno le controanalisi, verranno nominati i periti di parte, il giudice. Staremo a vedere.”
“A noi spetta solo registrare che l’uomo della Toshibas non è partito, e quindi la Maglia Rosa è tornata a Giuseppe Togni, secondo ieri al traguardo del Campo dei Fiori.”
“Salvo imprevisti, perché il Giro terminerà solo in piazza Duomo, intorno alle sedici e trenta sarà lui il vincitore della corsa rosa.”   


                                                                         20-continua

                                   






sabato 5 gennaio 2013

Cicale al carbonio 19

                                                              Hotel Campo dei Fiori



   diciannove

       “Ed eccoli passare sotto lo striscione degli ultimi tre chilometri” disse Mauro. “I due eroi del Giro d’Italia se la giocheranno sino all’ultima spanna d’asfalto. Tremila metri alla cima del Campo dei Fiori, poi non ci saranno più salite in questa corsa meravigliosa.”
“Marco Marchi può farcela” disse Paride, che aveva perso lungo le strade del Giro il suo apparente distacco professionale e si stava davvero emozionando, “ma non è più il tempo dei ragionamenti. Ora o mai più. Se il capitano della Toshibas Bike vuole vincere deve dare tutto, strappare con i denti quei trentadue secondi che ancora lo separano dalla Maglia Rosa.”
“Simbolo del primato che Giuseppe Togni sta difendendo come un leone, addirittura davanti a tirare” precisò Mauro, “forse per dimostrare chi è il più forte.”
“Strategia che sinceramente non capiamo” disse Paride. “Tocca al veneto di Lazise stare davanti, dettare il ritmo, se fa così dice al rivale che non ne ha più, che ha finito la benzina.”
“Oppure sta tirando i remi in barca prima della botta decisiva. Riprende fiato prima dell’estremo tentativo di sfilare la maglia dalle spalle del bergamasco.”

*** 

Anche Dimitri Nikanov, il suo ultimo gregario, si lasciò inghiottire dalla fatica. D’un colpo cessò di lottare. Non aveva nemmeno il fiato per urlare a Marco che, da quel bivio alla cima, sarebbe rimasto solo.
Davanti a lui s’apriva una via di duemilatrecento metri, tanto distava il traguardo da quel punto, il bivio delle Ville. Svoltando a destra, per un sentiero di sassi, detto delle pizzelle, si raggiungeva la Madonna del Monte, sul colle sacro.
Il caldo era opprimente. Le moto di testa tagliavano i tifosi come navi rompighiaccio, ma i fanatici si riavvicinavano subito ai loro beniamini. Nel cielo, a bassa quota, ronzava l’elicottero Rai. 
Marco avrebbe voluto dare il cambio a Togni, non era tattica, era fatica. Getti d’acqua e spintonate, urla senza contegno, bandiere dell’Italia, di Varese, scritte sull’asfalto: Marchi non mollare, Marchi in paradiso, Scappa, lepre di Albino, Marchissimo re del Giro, la Maglia Rosa al suo re Beppe.
Marco Marchi non riusciva  a far altro che fissare inebetito la ruota di Giuseppe Togni e ripetersi che solo un infarto lo avrebbe scollato da lì.
Erano rimasti loro due in grado di reggere un trentanove-diciotto. Seduti, poi il male alle cosce e alla schiena li obbligava a salire sui pedali, facendo calare la velocità e aumentare le pulsazioni. Togni si sedeva, Marchi si sedeva; Togni si rialzava, Marchi si rialzava: era il bergamasco che dirigeva le operazioni. Da bere non c’era più nulla ma anche ci fosse stato non restava il tempo per bere. Quegli ultimi duemila metri valevano un Giro d’Italia.
S’entrava di nuovo nell’ombra, leggera curva a destra, zona di Ville. Ebbe un’allucinazione: aveva forato. No, ma avrebbe potuto forare e quel pensiero lo atterrì. I pensieri erano saette, abbagli nella mente stanca più del corpo.
Un tratto di bosco fitto, quasi buio, la folla addosso, erano costretti a  zigzagare. Beppe si voltò, guardò Marco con due occhi tristi, certo chiedeva il cambio, che andasse davanti lui a tirare. O forse studiava il suo stato. Gli rubava lo sguardo per capire. O forse era pronto allo scatto. Un minimo aumento di velocità, un’inezia, e Marco si sarebbe impiantato. Ma Togni non lo capì. Probabilmente era alla frutta.
In fondo, ben visibile, penzolava il triangolo rosso dell’ultimo chilometro. Stava appeso poco dopo il punto dello scatto estremo, in fondo al buio rettilineo, prima di una curva secca sulla sinistra, poco prima di un cartello con la scritta Campo dei Fiori-Comune di Varese.
Se scattava era la fine…perché s’era voltato?…Ce ne aveva ancora…certo che ce ne aveva e sarebbe partito, Dio bono, no, il Giro era suo…perderlo così, sul Campo dei Fiori.
Giuseppe Togni tornò in cima ai pedali, culo a destra, sellino a sinistra, culo a sinistra, sella a destra, valzer del dolore.
Marco lo seguì scollandosi dalla sella, abbassò le mani sotto le corna del manubrio, tirava come avesse preso un toro e lo teneva lontano. Tirava quasi ad incurvare ancora di più il manubrio. Fissava il copertone, non doveva allontanarsi dal suo nemmeno di un centimetro; rischiò di sfiorarlo. La ruota di Togni avanzò di cinque centimetri almeno.
“Parte…cazzo…sta partendo…poca puttana” e non era solo un pensiero disperato, lo urlava in faccia a quei tifosi che non salivano in sella al posto suo, che lo infastidivano e insieme lo esaltavano.
Transitarono sotto il triangolo dell’ultimo chilometro. Pochi metri e l’ultimo cambio di pendenza. O lì o mai più. Ma se moriva a stargli a ruota? Arrivando insieme, Togni l’avrebbe persino fatto vincere. Il Giro a me, a te la vittoria sul Campo dei Fiori: una vittoria peggiore di una sconfitta.
Giuseppe Togni detto Beppe non partì. Si sedette proprio lì, dove la strada s’impennava di qualche grado. Marco, in piedi, reggeva a fatica il diciotto.
Togni smanettò sul cambio. Marco non aveva più occhi per vedere se era un diciotto, un sedici, un venti. La Maglia Rosa rallentò, cercò di rimettersi in cima ai pedali, si risedette, sbandò, perse velocità perché era un venti e non un sedici, lì, nell’ultimo strappo buono. 
Marchi pigiava sul diciotto. Gli passò di fianco, lo superò, abbassò il capo e guardò fra le sue gambe per curare la ruota di Togni, che stava a dieci, poi venti, poi ancora dieci e venti e dieci centimetri dalla sua. Bruciava così le sue ultime forze, poi il distacco, come per un addio lanciato dal ponte della nave. Marco s’era imbarcato, Togni stava solo sul molo, con la bandiera bianca in  mano che sventolava senza allegria.
La folla, ora, giunti all’ultimo chilometro, era stata ingabbiata a bordostrada dalle transenne. Al sorpasso di Marco, i suoi tifosi erano scoppiati come una  bomba. Volavano verso di lui acqua, cappellini, fazzoletti e il vento buono del tifo a favore. Si sedette ma tornò subito sui pedali, pazzo dalla gioia. Restavano almeno ottocento metri e Togni era già dietro di venti, trenta, forse quaranta metri…ma non era fatta, doveva ancora morire prima di risorgere.
Curva secca a destra, strada a serpentina, il cippo alla memoria di Guglielmo Schiavetta, poi di nuovo il buio del bosco. Ce l’avrebbe fatta perché non sentiva più la fatica, perché gli aveva dato già cento metri (non lo vedeva ma lo immaginava) e mancavano ancora cinquecento metri al traguardo.
Raspava come un toro, ringhiava come un cinghiale ma alle sue orecchie era canto. Quell’ultima curva sulla destra non arrivava mai. Arrivò anche quella e gli ultimi duecento metri e gli ultimi cento, cinquanta e il sipario del traguardo e le foto e i pugni contro il cielo di Varese.
Annegò dentro un groviglio di mani e braccia e abbracci. Ma con la testa si girava e cercava il rivale e cercava il tempo che scorreva. Trenta secondi erano ormai passati e Togni non era ancora transitato sotto la ghigliottina dello striscione d’arrivo.

***           

“Sono la moglie, fatemi passare, per favore” e Beatrice sventolava davanti agli occhi di chi le impediva di scendere in strada il pass con foto e nome.
“Non si può…ah, lei è la moglie…se trova un varco, veda un po’…”.
Beatrice corse verso Marco, che era sotto la catasta dell’euforia collettiva.
‘Di qui non passo…giro di là…” e Beatrice cercò altre vie per raggiungerlo.
Da soli o a gruppi di due, tre, quattro, i corridori transitavano oltre la linea del traguardo. Erano paonazzi, senz’aria, impresentabili. Avevano la maglietta aperta, intrisa di sudore.
Una cinquantina di metri oltre lo striscione d’arrivo chiedevano da bere agli addetti al rifornimento. C’era rabbia nei loro occhi, pretese che andavano subito soddisfatte. Qualcuno buttava la bicicletta contro la transenna, come fosse una maledizione, una bestia immonda dalla quale liberarsi al più presto, uno strumento di tortura, reso incandescente dal sole dei mille metri. Un ragazzino fece per sfilare la borraccia da una bici, lasciata cadere a terra. Il corridore gli bestemmiò contro e fece il gesto di tirargli il caschetto in faccia. Il ragazzo scappò ma inciampò su un’altra bici e si mise a piangere, guardandosi il ginocchio ferito.
“Fatemi passare, sono la moglie di Marchi…devo andare da mio marito…”. Riuscì a vederlo, aveva un microfono vicino alle labbra, stava bevendo da una borraccia gialla, qualcuno gli aveva sfilato il caschetto e lo aveva obbligato a mettere in testa il cappellino con gli sponsor. Marco parlava al microfono ma guardava tra la folla. Forse cercava Beatrice. Intanto lo spintonavano verso il palco.
Beatrice guadagnava terreno, temette di cadere, di essere schiacciata dalla calca dei tifosi ma intanto si avvicinava al suo uomo.
Marchi si fermò, un tifoso gli aveva strappato di testa il berretto, non reagì, gliene portarono subito un altro. “Marco, Marco…” e finalmente la sentì. La vide. Cinque metri non di più.
Si abbracciarono. Beatrice si lasciò bagnare dal suo sudore. Lui sentì il suo profumo e la telecronista che commentava: “L’abbraccio con la moglie aggiunge altra gioia a Marchi, che oggi corona un sogno inseguito da anni.”
“Sei stato grande” gli urlò nell’orecchio Beatrice.
Marco non disse nulla. La felicità lo aveva ammutolito. 
  
                                                                                                 19-continua 

venerdì 4 gennaio 2013

Cicale al carbonio 18



                                         diciotto


Beatrice sedeva sul divano. Un divano che aveva un odore di casa estranea. Prese il telecomando. Accese. Rai Tre. Giro d’Italia.
Lui aveva riposto i calici sopra un tavolino e s’era seduto al suo fianco. Era sudato, un sorriso imbarazzato.
Una sola cosa si augurò: che lui non chiedesse scusa.

***  

“E per fortuna che era Togni il più spericolato in discesa.”
“Se tanto mi dà tanto, oggi Marchi si sta rivelando un campione anche quando la velocità si impenna.”
“Settanta all’ora, signori. Giù dal passo del Mortirolo, verso il fondo della Val Camonica, Marchi rischia il tutto per tutto.”
“Ma la Maglia Rosa non molla. Togni perde qualche secondo ma è come se volesse calcolare i rischi, tenere Marchi sotto tiro, illuderlo, farlo sfogare. O farlo rischiare troppo.”
“Anche perché occorre ricordare ai nostri telespettatori che il traguardo è ancora lontano, ci saranno altri chilometri in salita, sino al passo dell’Aprica.”
“Salita non impossibile ma al termine di una tappa infernale, caldo asfissiante e la Cima Coppi, su al Passo dello Stelvio.”
“Dove osano le aquile avrebbe commentato il grande Adriano De Zan, il maestro di tutti noi telecronisti che amiamo il ciclismo.”

***   

Beatrice guardava le immagini e non provava rimorso. Indifferenza, e rabbia per un’attesa incompiuta.
Aveva già tradito.
Nel teleschermo, più che i corridori in discesa dal Mortirolo studiava in trasparenza il suo volto, una macchia scialba. Suo marito era lontano, l’assente nei momenti necessari.
Lui taceva.
Lei cominciò a riabbottonarsi la camicia ma non ci riusciva. Tremava, le dispiaceva tornare indietro, era ferita e confusa, persa in un dormiveglia dal quale non voleva svegliarsi.

*** 

“Dunque, aggiorniamo i distacchi. Marco Marchi, capitano della Toshibas Bike, ha raggiunto proprio ora il fondovalle.”
“E allora facciamo partire il cronometro, vediamo il vantaggio.”
“Ho l’impressione che la Maglia Rosa abbia perso ancora, più dei trenta secondi di due chilometri fa.”
“Impressione corretta….venti secondi e ancora non si vedono….”
“Incredibile! Chi l’avrebbe detto, Marchi che recupera in discesa, sul terreno favorevole al bergamasco.”
“Eccoli, il gruppetto che comprende la Maglia Rosa arriva e sono quarantacinque, sì, quarantacinque i secondi di vantaggio del veneto.”
“La domanda è presto fatta: Li manterrà? Li incrementerà? Li perderà?”
“Domanda da un milione di euro.”
“Staremo a vedere.”

*** 

Lui la distese sul divano, lentamente, e lei si lasciò scivolare sotto di lui. Le prese il telecomando, spense la tele e lei disse: “No. Lascia acceso.”
La spogliò e si spogliò.
Lei gli strinse la testa e guidò i suoi baci dove desiderava. Alzò una gamba sullo schienale, l’altra pendeva a terra, il tallone sfiorava un tappeto a pelo lungo.
La spinse più in su, le porse un cuscino che sistemò sotto la nuca.
Ad occhi chiusi lei si voltò verso la tele, allungò il braccio a sfiorare il tappeto.

*** 

“Pochi chilometri di pianura è già il vantaggio di Marchi s’è ridotto a venti secondi.”
“Inevitabile…lotta ìmpari….uno contro dieci.”
“Bisognerà aspettare le pendenze dell’Aprica.”
“E ho l’impressione che il veronese giù dal Mortirolo abbia speso di più, molto più di Beppe Togni, o no?”
“Difficile dirlo. Comunque vada, questo è spettacolo vero. Un Giro d’Italia in bilico sino all’ultima tappa, una lotta a due, a tre che non si risolve, che tiene incollato per ore ai televisori il nostro pubblico.”
“Senza contare i tifosi lungo il percorso. Impressionante. Camper, roulotte, tende, gente a piedi e in bicicletta, pur di esserci.”
“Anche se qui dobbiamo rinnovare l’appello più volte lanciato dai nostri microfoni: non spingete i corridori. Ormai resta la tappa di domani ma ci saranno altre salite, e saranno quelle che decreteranno la classifica finale. Sul Cuvignone e sul Campo dei Fiori, lo ripetiamo sino alla noia: non spingete, fate solo il male dei vostri campioni.”   

*** 

Tastando il pelo del tappeto trovò la scatola che cercava, schiacciò i tasti a caso, il volume si alzò, s’abbassò, cambiarono i canali. Il video s’annerì.
Lui le baciava la fronte, lei cercò le sue labbra.
Lui si fermò. Lei trattenne il respiro; gli accarezzò la schiena, le dita sudate, la schiena sudata, scese e guidò con le mani la sua lenta ripresa. Movimenti circolari, in crescendo, veloci e profondi, come il respiro.
“Aspetta” disse lui. L’accompagnò. Lei si lasciò cadere sul tappeto. Chiuse gli occhi. Il pelo lungo era morbido, allontanò una scarpa che le feriva la schiena. Attese coprendosi i seni con le braccia conserte.
“Vieni”
Sentì le mani di lui cercare le sue, invitarla a salire sopra il divano. Aprì gli occhi. Sedeva con le gambe distese, la aiutava a sedersi sopra di lui, che ora risaliva piegando le gambe e lei spingeva con le ginocchia contro i cuscini.
Lui allargò le braccia, la testa abbandonata nel vuoto, chiusi i suoi occhi colore del cielo.
Lei si ancorò al collo. Il tempo era assente.
“Non ora.” Lui s’alzò e la prese per mano. Andò verso una porta accostata, l’aprì con la spalla, pochi passi ed un letto. Le lenzuola erano accartocciate, odore di chiuso, penombra. Si sdraiarono. Le sue gambe aperte pendevano dalla sponda del letto.
“Saliamo” gli disse, ma lui non capiva. Veloce e violento. “Saliamo” e lui si quietò ma era appena una sosta. “Saliamo, saliamo…” ma la richiesta si spense, come si spegne il buio quando il fuoco s’accende.
      
***

Marco aveva rischiato tutto in discesa. Un paio di frenate brusche, uno scodinzolo della ruota posteriore, s’era visto a mangiare l’asfalto o come un sasso lanciato nel burrone ma pigiava sulle pedivelle come un ossesso. Contava solo la vittoria: era il primo comandamento del suo mestiere. In pianura il gruppetto degli inseguitori gli avevano rosicchiato quasi tutto il vantaggio. A Edolo era quasi certo di mollare, impossibile sperare di mantenere anche dieci secondi di vantaggio. Piazzata al centro di una rotonda, una ragazza gli aveva urlato in faccia tutta la sua ammirazione e così aveva deciso di andare avanti. E se lo riprendevano, non avrebbe mai vinto in volata. Poi era ritornata la salita, pendenza minima ma costante verso il passo dell’Aprica. Infine era arrivato il triangolo rosso dell’ultimo chilometro, che penzolava sotto una volta di plastica gonfiata. Non doveva voltarsi. Li aveva dietro, pochi metri, lo braccavano ma se si fosse girato, se avesse visto il luccichio di quelle bici nel sole, avrebbe perso. Doveva solo pedalare. Un gesto facile, alla portata di un bimbo. E pedalava con la bocca aperta, con le mani che strozzavano il collo del manubrio. Avrebbe bevuto tutta l’acqua dell’universo. Era cotto dal sole e dalla fatica. Ma pedalava e pedalò immaginandosi ombre di sorpassi che non arrivavano e non arrivarono mai.

***      

Beatrice era sotto la doccia. Si lavava e si accarezzava. Tanta acqua nei capelli, ruscelli giù a seguire le onde del suo corpo. Non si sentiva ferita. Sopra di lei scivolava solo acqua, non sangue. Vide la sua immagine oltre la porta di vetro smerigliato. Lui bussò. Lei aprì.
“Posso?”
“Vieni.”
La sua schiena sentì il freddo della parete di piastrelle bianche, con disegni di fiori: per lasciargli il posto sotto quella pioggia tiepida.
“No no…insieme.”
Si avvicinò, rischiò di cadere sopra chiazze di bagnoschiuma, lui la trattenne. L’acqua pioveva nel mezzo, rimbalzava. Baci di acqua e di shampo. E quel piede, infilato fra i suoi, che spingeva a destra e a sinistra. Era facile lasciarsi guidare nel gesto dal bagnoschiuma, scivolare nelle piccole bolle colorate sul fondo della doccia.

                                                                                     18-continua 

giovedì 3 gennaio 2013

Cicale al carbonio 17



                                      diciassette


Avvenne quanto aveva sperato e sognato per più di una notte.
Quando lui, alle sue spalle, la fasciò con la cintura delle braccia e se la strinse contro, Beatrice chiuse gli occhi. Solo il piacere: non pensare, non capire, non giudicarsi.
Lasciò che le sue mani salissero, che arrivassero ai seni, piccoli seni all’ombra della camicia. Che sbottonava con calma, all’inizio, ma il controllo moriva con il morire di Balla Linda. Sarebbe arrivata Un’avventura. La camicia s’apriva.
La prese alle spalle, la girò verso di sé. Balla Linda andava di sottofondo. Beatrice sentiva il suo respiro né quieto né folle. Perché quell’attesa? Che fa? Se ne va? Torna al frigo?
Voltò un poco il capo sulla destra, no, era lì: timoroso? Attendeva che si manifestasse a pieno la sua voglia? Che fosse lei a dover dire: ‘Perché l’ho fatto?’ A pentirsi, senza nemmeno poter accampare la scusa di non aver saputo resistere alla sua intraprendenza?
Non si mosse e lui tornò verso i fornelli, stappò il prosecco.
Finì Balla Linda e nell’attesa che arrivasse Un’avventura sentì il vino che sciabordava nel calice. Venne la canzone e subito lui si riavvicinò.
“Tieni” e le porse il suo calice.
Beatrice ora era meno felice. La sua indecisione le rendeva impossibile dimenticare chi stava tradendo. 
“Brindisi… a chi?” disse lui, avvicinando il calice.
“A chi...o a che cosa?”
Rimase sorpreso. “A noi”
“Lascia perdere” e si sedette sul divano. 
Avevano perso l’attimo. La magia s’era confusa fra le note di Battisti. Smarrita. Per sempre?

***  

Tutto quel caldo che trasudava dalla strada veniva direttamente dall’inferno, o dal centro di una terra infuocata e ostile. La gomma del copertone pareva incollarsi al suolo; il manto nuovo d’asfalto s’ammorbidiva al calore e liberava una bava di terra che aderiva alla ruota e rallentava la marcia. Un sudore acido gli feriva le guance e gocciolava sopra il manubrio. La fatica ovattava ogni cosa: i tifosi che berciavano, il dolore alle cosce, un senso di oppressione al torace. Marco respirava ma l’aria non entrava.
Solo. Stremati tutti i suoi uomini, solo con la sua ombra che si confondeva con il rivale di tutto quel Giro d’Italia. Nei tratti più duri saliva sui pedali, mani a cavalcioni sui freni e tirava il manubrio verso di sé, rabbioso. Avrebbe voluto sollevare la ruota anteriore da terra, far volare la bici, sbugiardare la forza di gravità che lo obbligava a strisciare come una serpe.
Fra Piazzu di Dentro e Piazzu dell’Acqua, dopo essersi guardato il groviglio delle sue vene sull’avambraccio, torrenti in piena, pensò che sarebbe stato impossibile faticare di più ma tentò la pazzia. Non cambiò rapporto, aumentò il ritmo restando col culo incollato al sellino. Chiuse gli occhi. Pensò a quanto sarebbe stata orgogliosa Beatrice. Soffriva lì, con lui, davanti alla tele.

“E’ partito.”
“Scatto secco di Marco Marchi, a tre chilometri dal passo del Mortirolo, spartiacque fra la Valtellina e la Val Camonica.”
“E Togni non reagisce.”
“Niente da fare, la Maglia Rosa è in crisi. In debito d’ossigeno.”
“E il vantaggio dell’uomo della Toshibas aumenta, saranno almeno venti, trenta metri a questo punto.”
“Il veneto l’aveva promesso, aveva anticipato che sarebbe partito qui e qui è stato, promessa mantenuta.”
“Togni ci prova a recuperare, ora sale sui pedali ma Marco Marchi ha tutta un’altra pedalata.”
“Ma che fatica, signori.”
“E che caldo. Non posso non ripetere la frase che mi regalò anni fa il grande Lance Armstrong –E voi telecronisti non dite che noi ci involiamo in salita. Noi in salita mordiamo l’asfalto-“

                                                                               17-continua
     
                                                      



















                                     





mercoledì 2 gennaio 2013

Cicale al carbonio 16



                                           sedici

Lui risiedeva a Cugliate Fabiasco. Una bella villa, con prato che s’allungava in un bosco di faggi e castani, in pendenza verso il monte Sette Termini. Una villa che aveva scelto Isa, sua moglie dopo un diploma, una laurea e svariati concorsi di bellezza: Miss Turismo, Miss Verbano, aspirante Miss Italia, eliminata quando erano rimaste in dodici. Isa s’era innamorato di quella bella casa, lui della zona, che aveva sempre frequentato sin da ragazzo, seguendo con la moto da cross i sentieri nel bosco e i prati a gobbe.
Il programma di Isa per quel giorno: parrucchiere, estetista e pranzo con un’amica, vecchia compagna di liceo, con la quale sarebbe andata, dopo averne raccolta un’altra che abitava a Gallarate, all’Ikea di Corsico. “Per cena arrivo, so che non hai problemi a riempire le tue giornate” e l’aveva baciato, come per dire: “Comunque ti curo.”
Abitava in una zona isolata del paese. Il suo prato confinava a nord con il bosco, con prati a sud e ad ovest e con il prato di un’altra villa ad est, il più delle volte disabitata. Il proprietario veniva di rado, un industriale milanese di mobili da giardino.
Quel giorno sarebbero stati soli, il milanese non c’era.
“Hai fame?”
“Cosa mi prepari?”
“Fammi aprire il frigo, pensavo di andare a mangiare una pizza a Marchirolo…qualcosa si trova…una piadina ti va?”
“Bene.”
“Prosciutto…formaggio…?”
“Fai tu...sempre bene.”
“Intanto se vuoi accendi lo stereo…i CD sono a destra, apri l’anta.”
Beatrice aprì e li fece passare. Le tremavano le mani. Scelse quasi subito, un cofanetto bianco, triplo Cd: Le Avventure di Lucio Battisti e Mogol. Non ebbe bisogno di leggere i titoli. Li conosceva a memoria. Scelse il CD 1 e andò subito alla numero cinque. Così partì Non è Francesca.
Lui non fece commenti sulla scelta. Disse solo: “Piadina con prosciutto crudo. Da bere guarda questo.” Aprì il frigo. “Prosecco di Valdobbiadene, fresco.”
Beatrice sorrise. Si perse seguendone il profilo. Capelli cortissimi per nascondere, evidenziandola, una stempiatura precoce. Naso importante ma in sintonia con un volto che forse lo faceva più vecchio, più interessante. Gli occhi chiari erano la sua luce. Di altezza superava suo marito di almeno una spanna. Era robusto ma senza una curva di adipe. Si immaginò fra quelle braccia.
Silenzio fra loro, ora. La canzone di Lucio Battisti, nessun altro rumore.
Beatrice si portò verso la libreria, per distrarsi. Non ricordava i titoli dei libri, era costretta a piccoli respiri per andare dietro al cuore. Ogni tanto un respiro più lungo, più profondo. Ma perché controllarsi? Perché cercare la quiete?
Una volta ancora lui aveva colto l’attimo. Ora stava alle sue spalle, la sfiorava ma ancora non la toccava.


***    
 

“Passaggio alla Cima Coppi” urlò Mauro, eccitato. “Primo Marco Marchi, della Toshibas Bike, stesso tempo per Luigi Zacchei e Gabriele Audisio, i suoi due gregari, che hanno spinto il loro capitano come due moto. Quarto Giuseppe Togni, del Team Fortex a dieci secondi, con lui Aldape e Sainz, a venti secondi Casavola. Dieci secondi il gap fra Marchi e Togni, che te ne pare?”
“Pochi, troppo pochi” disse Paride. “Però Marchi ha messo sull’avviso la Maglia Rosa. E soprattutto ho visto bene, molto bene, molto efficace la pedalata dei suoi due uomini, Zacchei e Audisio. Ottimo segno. Come i nostri telespettatori sanno, dipenderà da loro, soprattutto da loro se Marchi potrà tenere alta la velocità sul Mortirolo.”
“E da lì, se ne avrà” aggiunse Mauro “tentare la botta decisiva, per recuperare il minuto che lo separa da Togni.”
“La lepre di Albino, questa è una delle tante definizioni di Togni, dà l’impressione di controllare e certo recupererà in discesa. L’allungo di Marchi nell’ultimo chilometro della salita verso la Cima Coppi era dimostrativo: come dire, io ci sono, preparatevi al Mortirolo.”
“Su la mantellina” disse Mauro “ e adesso giù, verso Bormio e la Valtellina. Quaranta chilometri almeno di discesa e poi, a Mazzo, svolta a sinistra verso il Mortirolo.”
“Discesa molto impegnativa dallo Stelvio a Bormio” spiegò Paride, “quindi strada ampia e senza difficoltà per i corridori, che avranno modo di riprendere fiato prima della penultima asperità della giornata.”

Alla quarta casa Cantoniera dello Stelvio, bivio per Santa Maria, Giuseppe Togni s’era già riportato sui primi.
A poche centinaia di metri dalla terza Cantoniera aveva superato Marchi, mostrandogli culo, schiena e due cosce da mettere paura.
Ripensando allo scatto prima della cima Coppi, Marchi pensò: ‘Benzina sprecata’.         
 

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martedì 1 gennaio 2013

Cicale al carbonio 15



                                        quindici


Il campanile del Bernascone battè i dodici colpi del mezzogiorno. Le campane stesero sulla città le note dell’Angelus.
Avevano cambiato panchina. Ne avevano scelta una meno in ombra, più esposti alla vista dei pochi varesini in giro a quell’ora.
Davanti a loro, seduti proprio al limitare nord del colle di Villa Mirabello, s’apriva il cortile in ghiaia dei Giardini Estensi, con la fontana, le aiuole di curatissimo prato all’inglese; più in lontananza il Palazzo Comunale, il colle di Biumo con il San Giorgio e le Ville Ponti. A chiudere l’orizzonte, le rocce del Monte Generoso.
“Ti amo…nessuno come te” continuava a ripetere lui.
Non erano vicini. Vedendoli, potevano sembrare amici, non amanti.
“Nemmeno mi conosci” disse Beatrice, guardando il volo pesante dei piccioni. “Non abbiamo fretta” e le parve, adesso, d’essere lei la più affidabile.
“Posso aspettare, basta…” e le si avvicinò.
“Basta?”
“Basta che sei sincera.”
Beatrice guardava una coppia, mano nella mano, a metà del cortile. Si sentiva il rumore dei loro passi, piedi che affondavano nella ghiaia.
“Non me l’hai ancora detto.”
“Che cosa?”
“Se mi ami.”
“Con te sto bene. Non so se è amore…l’amore….”
Silenzio, e la sua voglia di andare oltre: “L’amore?”
Si guardarono. Lei rise: “Ma che ne so cos’è.”
“L’amore non si sa, si gusta.”
A lei venne in mente ‘si lecca’.
“Si vive e basta.”
Ora i loro fianchi si toccavano. Lei guardava il getto della fontana. Il sole propiziava piccoli arcobaleni fra gli spruzzi d’acqua. Lo scopo era portarsela a letto? Se davvero era solo quello, almeno non l’aveva lasciato intendere. Non s’erano neppure baciati. Poteva essere una garanzia?
“Mi hai ribaltato la vita…”
Beatrice si gustò quella lusinga. “Esageri.”
“Non mi lasci in pace. Mai.”
“E perché dovrei?” Ora Beatrice si divertiva. E anche lui. Ridevano, scambiandosi battute da adolescenti. Finché lei non guardò l’orologio: “Devo andare. E’ tardi.”
S’era presentato Marco, all’improvviso, con tutta la sua fatica e le tante bugie che avrebbe dovuto intuire, al suo ritorno da un Giro d’Italia.
“E’ presto…mi stai regalando la felicità…non  sapevo che esistesse…” e la fissò negli occhi. Senza cedere.
“Aspetta..” e Beatrice frugò nella borsetta. Ne venne fuori un libricino quadrato, un piccolo catalogo della Thun. “Lo sapevo…lo stesso colore…hai gli occhi così” e gli mostrò la copertina, verde acqua, chiari, occhi trasparenti. Avrebbe voluto leggergli dentro, raccogliere la certezza che fosse sincero. “Belli…bellissimi i tuoi occhi.”
“Non come i tuoi.” Pareva una risposta preparata.
“Guardiamoli….vediamo chi ride prima.”
Risero insieme, dopo pochi secondi.
L’avrebbe abbracciato, spogliato. Avrebbe fatto l’amore con lui su quella panchina, soli nel cuore di Varese, sul balcone più in vista della città.
Un pensiero tremendo, tremendamente coinvolgente. Pensò che si stava perdendo. Pensò che era finito il momento di capire, che almeno una volta nella vita si poteva rischiare tutto, per raggiungere un grado superiore di piacere.
Se avesse aspettato anche solo qualche altro battito d’ali di colombo, probabilmente gli avrebbe detto di no. Ma lui fu pronto a cogliere il momento: “Passi da casa mia? Isa non c’è.”
Beatrice non disse nulla. Si alzò, gli raccolse la mano con delicatezza, lo invitò a mettersi in piedi. Presero la scalinata in discesa, si lasciarono bagnare dal vapor d’acqua della fontana, lui intinse la mano e le buttò addosso uno schizzo. Lei sorrise.

***  

L’ombra di Marco Marchi aveva le sembianze di Giuseppe Togni. Era Beppe Togni, il bergamasco che se ne stava comodamente a cavallo della sua scia; per lui era sufficiente tenerlo a ruota in salita e fare attenzione in discesa, evitando cadute.
Marco soffriva quella zavorra da dietro, un cappio al collo; per questo dopo ogni tornante dello Stelvio, dopo aver affrontato la curva sui pedali e dopo il ritorno sul sellino rallentava il ritmo, per vedere se Togni lo superava. Niente, e anche Casavola stava parcheggiato dietro la sua ruota. Ma Casavola probabilmente era cotto, dopo aver retto più del prevedibile i ritmi in salita, scanditi da lui e dal Togni.
‘Meglio’ pensò Marco, uno in meno, ma già lo sapeva che la lotta sarebbe stata con il tracagnotto burino della Val Seriana.
A tre chilometri dalla Cima Coppi, Marco si voltò: erano una decina. Come coltelli, le rampe dello Stelvio avevano tagliuzzato il gruppo, unito sin dopo Trafoi. Guardando verso valle, seguendo i tornanti ne vedeva i segmenti, due, tre, cinque, dieci corridori. Ancora alle prime curve ondeggiava lenta e pigra la frazione più corposa, quella dei velocisti;  a loro bastava raggiungere il traguardo della sera, rimanendo nel tempo massimo. La loro storia, in quel Giro d’Italia, l’avevano già scritta. A Marco mancava il finale.
Fra i dieci nel gruppetto di testa, anche i suoi gregari, Luigi Zacchei e Gabriele Audisio. Avevano rallentato per problemi meccanici alla bici e ora eccoli di nuovo con lui, davanti a lui: Zacchei, Audisio e Marchi, il terzetto della Toshibas Bike che affrontava come un solo atleta gli ultimi tre chilometri dello Stelvio.
La tempesta del giorno prima aveva lavato il cielo. Non una nuvola e il vento, per fortuna, era rimasto a riempire il catino della Valle Venosta. Il caldo era sopportabile, si respirava bene anche sopra i duemila.
I tifosi ce li aveva addosso. Sempre più vicini. Zacchei fendeva gli scalmanati, Audisio dietro e quindi lui, che seguiva a fatica i singhiozzi delle loro due schiene. Ricevette più di una spinta. Alle prime reagì con bestemmie e manate; alle molte che seguirono non fece più caso ma doveva fare attenzione che non lo buttassero a terra.
Tanto aveva deciso. La gamba girava, mio dio come girava, quindi –concordi anche i due gregari, in giornata di grazia- il tentativo sarebbe stato sul Mortirolo. Aspettare il Campo dei Fiori sarebbe stato troppo rischioso 

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