giovedì 3 gennaio 2013

Cicale al carbonio 17



                                      diciassette


Avvenne quanto aveva sperato e sognato per più di una notte.
Quando lui, alle sue spalle, la fasciò con la cintura delle braccia e se la strinse contro, Beatrice chiuse gli occhi. Solo il piacere: non pensare, non capire, non giudicarsi.
Lasciò che le sue mani salissero, che arrivassero ai seni, piccoli seni all’ombra della camicia. Che sbottonava con calma, all’inizio, ma il controllo moriva con il morire di Balla Linda. Sarebbe arrivata Un’avventura. La camicia s’apriva.
La prese alle spalle, la girò verso di sé. Balla Linda andava di sottofondo. Beatrice sentiva il suo respiro né quieto né folle. Perché quell’attesa? Che fa? Se ne va? Torna al frigo?
Voltò un poco il capo sulla destra, no, era lì: timoroso? Attendeva che si manifestasse a pieno la sua voglia? Che fosse lei a dover dire: ‘Perché l’ho fatto?’ A pentirsi, senza nemmeno poter accampare la scusa di non aver saputo resistere alla sua intraprendenza?
Non si mosse e lui tornò verso i fornelli, stappò il prosecco.
Finì Balla Linda e nell’attesa che arrivasse Un’avventura sentì il vino che sciabordava nel calice. Venne la canzone e subito lui si riavvicinò.
“Tieni” e le porse il suo calice.
Beatrice ora era meno felice. La sua indecisione le rendeva impossibile dimenticare chi stava tradendo. 
“Brindisi… a chi?” disse lui, avvicinando il calice.
“A chi...o a che cosa?”
Rimase sorpreso. “A noi”
“Lascia perdere” e si sedette sul divano. 
Avevano perso l’attimo. La magia s’era confusa fra le note di Battisti. Smarrita. Per sempre?

***  

Tutto quel caldo che trasudava dalla strada veniva direttamente dall’inferno, o dal centro di una terra infuocata e ostile. La gomma del copertone pareva incollarsi al suolo; il manto nuovo d’asfalto s’ammorbidiva al calore e liberava una bava di terra che aderiva alla ruota e rallentava la marcia. Un sudore acido gli feriva le guance e gocciolava sopra il manubrio. La fatica ovattava ogni cosa: i tifosi che berciavano, il dolore alle cosce, un senso di oppressione al torace. Marco respirava ma l’aria non entrava.
Solo. Stremati tutti i suoi uomini, solo con la sua ombra che si confondeva con il rivale di tutto quel Giro d’Italia. Nei tratti più duri saliva sui pedali, mani a cavalcioni sui freni e tirava il manubrio verso di sé, rabbioso. Avrebbe voluto sollevare la ruota anteriore da terra, far volare la bici, sbugiardare la forza di gravità che lo obbligava a strisciare come una serpe.
Fra Piazzu di Dentro e Piazzu dell’Acqua, dopo essersi guardato il groviglio delle sue vene sull’avambraccio, torrenti in piena, pensò che sarebbe stato impossibile faticare di più ma tentò la pazzia. Non cambiò rapporto, aumentò il ritmo restando col culo incollato al sellino. Chiuse gli occhi. Pensò a quanto sarebbe stata orgogliosa Beatrice. Soffriva lì, con lui, davanti alla tele.

“E’ partito.”
“Scatto secco di Marco Marchi, a tre chilometri dal passo del Mortirolo, spartiacque fra la Valtellina e la Val Camonica.”
“E Togni non reagisce.”
“Niente da fare, la Maglia Rosa è in crisi. In debito d’ossigeno.”
“E il vantaggio dell’uomo della Toshibas aumenta, saranno almeno venti, trenta metri a questo punto.”
“Il veneto l’aveva promesso, aveva anticipato che sarebbe partito qui e qui è stato, promessa mantenuta.”
“Togni ci prova a recuperare, ora sale sui pedali ma Marco Marchi ha tutta un’altra pedalata.”
“Ma che fatica, signori.”
“E che caldo. Non posso non ripetere la frase che mi regalò anni fa il grande Lance Armstrong –E voi telecronisti non dite che noi ci involiamo in salita. Noi in salita mordiamo l’asfalto-“

                                                                               17-continua
     
                                                      



















                                     





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