martedì 27 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 1


Visto il discreto successo di lettori del mio ultimo romanzo online QUEL GIORNO CHE TREMO’ LA NOTTE, ho pensato di riproporre sul mio blog il mio racconto lungo VICOLO CANONICHETTA, scritto nell’estate del 2005, pubblicato nel marzo 2007 da Macchione Editore. A parte qualche racconto breve, è il primo lavoro di narrativa ‘lunga’ ambientato interamente a Varese, la città che amo.

Vicolo Canonichetta

Uno

26 maggio 2005

Quel mendicante sedeva tutti i giorni all’imbocco di vicolo Canonichetta, novantacinque passi di cunicolo che sfociavano in piazzetta San Lorenzo. Proseguendo dritti si usciva in piazza San Vittore, sagrato della basilica dedicata a Vittore, patrono di Varese.
Passando sotto l’Arco Mera si poteva attraversare corso Matteotti, entrare in piazza del Podestà, ancora sotto un arco, il Broletto e via Veratti. Quindi la scelta: a destra, verso piazza Beccaria, o a sinistra, un incrocio, via Sacco e, a dritta, Palazzo Estense, sede del Municipio.
La nobile dimora, abitata nel Settecento dal duca Francesco III d’Este, era abbellita da un giardino all’italiana, ora parco pubblico, simbolo di quel borgo, conosciuto anche come ‘Città Giardino’.
Sedeva il mendicante tutti i giorni lì, appoggiava la schiena al muro e davanti a sé ritrovava un tombino con la scritta ‘Comune di Varese’, mattonelle in porfido rossastro, al centro del vicolo una striscia di granito, una mezzeria grigia che lo spartiva in due corsie. Girandosi a sinistra immaginava, più innanzi, l’Erboristeria del Vicolo, l’Argenteria del Vicolo, una bottega d’orafo, un negozio d’abbigliamento per bambini. Ma anche muri impiastricciati da scritte di vernice e cicche di sigaretta per terra. La maleducazione non rispettava il ritocco dell’arredo urbano, da poco ultimato con investimenti onerosi per la pubblica amministrazione. 
Giovedì ventisei maggio duemilacinque, nel primo pomeriggio, l’uomo aveva nascosto gli spiccioli raccolti, s’era rappreso nei suoi stracci e s’era addormentato. Faceva caldo, anche troppo per essere a maggio. Svegliandosi, stordito dal sonno e dal vino, vedendo del campanile del Bernascone solo il culmine, aveva immaginato l’ora, pensando dovesse essere suppergiù la metà del pomeriggio.
Imboccava vicolo Canonichetta una donna: camminava svelta. Dietro a lei un ragazzo e la sua ragazza, mano nella mano; lui aveva lasciato la mano di lei, le aveva avvolto il collo col braccio e l’aveva baciata sui capelli. Subito dopo era entrato nel vicolo un uomo che correva.
Nessuno di loro aveva lasciato monete per lui.
Erano poi trascorse alcune ore. Gente ne era passata, poteva contare cinque euro e trentacinque centesimi di questua.
A quel punto della sera avevano imboccato il vicolo tre giovani; uno dei tre, il più elegante, l’aveva fissato, aveva sorriso, lui aveva fatto eco alla sua gentilezza, l’altro gli aveva buttato in faccia un “Bastardo!” che non s’aspettava.
La luce del sole al tramonto aveva poi illuminato vicolo Canonichetta, cuore del cuore di Varese. Una luce, un calore che avevano trattenuto il mendicante ancora un poco, seduto lì, nell’abbaglio dell’agonia di un giorno che muore.
                                                                                                                     1-continua
 

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