lunedì 19 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-4



TRENTUNO  quattro
Don Marco riprese a camminare lungo il perimetro della camera, di passo in passo più stanco. Una debolezza nelle cosce robuste, quelle gambe da calciatore fallito, gambe atletiche  che non servivano per fare il prete, in quel momento non lo reggevano in piedi. Diede la colpa all’afa. L’afflizione fisica saliva dal basso e lo invadeva, rubandogli l’aria. Anche respirare era fatica. Nel cammino sfiorò un tavolino, sul piano un vaso di fiori con gigli che avrebbero resistito forse un altro giorno. Era tempo di rovesciarli nel cestino dei rifiuti, la bellezza e il profumo ormai persi. Il vaso tremò, partì un rumore secco di metallo, allungò la mano, riuscì ad evitare che i fiori e l’acqua si rovesciassero sul pavimento. La reazione d’istinto gli provocò fitte in fronte, poi  la quiete di un pericolo scampato. Cercò in tasca un fazzoletto, si passò la fronte sudata, i capelli, il collo, slacciò un altro bottone della camicia per dare spazio ai polmoni. Ripose il fazzoletto e cercò nell’altra tasca il rosario.  Lo trovò, lo strinse nel pugno come a strozzare il dolore, o forse Gesù Cristo in croce. Senza scegliere la decina, stringendo fra pollice e indice un grano a caso, cominciò la supplica delle Avemaria. Prima rabbiose, quindi più quiete, a ritmo con il cammino.
“Ave Maria, gratia plena…” muoveva solo le labbra, non riusciva a recitarle a mente, senza scrivere le parole con la bocca impastata di fede disillusa.
“Santa Maria Mater Dei, ora pro nobis…”. Passò davanti al crocifisso, si fermò, lo fissò, supplicò, pensò alla Madre e al Figlio sacrificato, a quella storia bellissima e impossibile. Per un istante volle convincersi che sarebbe stato proprio così, promesse mantenute, sentì un desiderio fortissimo di paradiso, non aveva la forza per proseguire ancora, pensò ora mi siedo, prego, chiudo gli occhi, prego per Roberta che ha diritto alla sua vita, io ho già camminato abbastanza, sì, ora mi metto seduto, chiudo gli occhi e muoio, cioè vivo, me ne voglio andare, sono stanco, troppo stanco  anche di questa Chiesa, voglio un Dio senza Chiesa, mi basta un Dio che mi abbracci, che mi sollevi da questa miseria, da questi dubbi velenosi, me ne voglio andare per sempre dentro un’altra vita che non mi faccia pena come questa, accontentami, Padre Buono, guarda questo povero prete infedele.
Il senso di pace durò poco, riprese il cammino, dietro front come un soldato in marcia lungo il cortile assolato di una caserma qualsiasi, unò-due,unò-due, passo, pummm, passo, pummm, era costretto a marciare ancora, a marcire ancora. Serrò la corona nel pungo, strinse fino a sfiorare il dolore, riprese il cammino senza trovare la pace che la preghiera, da anni, riusciva a regalargli. Quella notte era tutto diverso. Ribolliva di una rabbia che non conosceva. Andava a ventate, come per una tempesta. Soffi potenti e attimi di quiete, durante i quali si sforzava di ritrovare quel Dio benevolo che gli aveva garantito un mestiere dignitoso.
Pensò alla nomina che lo attendeva a Roma, che aveva posticipato per una scelta di passione, senza calcoli. Un prete curiale, un vescovo fra i suoi sostenitori, uno di quelli che avrebbe sorriso dopo la sua promozione, gli aveva fatto capire (con parole controllate, misurate e cattive..e che amico era?) che certe scelte “d’impeto”  sono peccati giovanili, che “certi premi” vanno afferrati quando è il momento, che le occasioni potrebbero non tornare, che la coda di pretendenti dietro di lui era lunga.  
Guardò di nuovo la magra croce con il Cristo sconfitto, non trovò niente che somigliasse alla sua Chiesa, mai macchiata da una sola goccia del sangue di Cristo. Eppure cosa aveva fatto sino ad allora nella sua vita? Non aveva forse perdonato la Chiesa per i suoi peccati (che non le negavano la santità) e perdonato Cristo per la sua radicalità? Un equilibrio spezzato, traballante dentro quella camera che sapeva di gigli appassiti e di disinfettante?
La porta si era spalancata. Non riusciva più a chiuderla. Quella porta che ogni tanto lasciava intravvedere un altro mondo, un’altra interpretazione della vita e che lui era stato sempre abile a richiudere con forza. I dubbi di là, oltre l’uscio, frutto di fantasia, di pretese, di arroganza…persino superiore a Dio, chi credi di essere? E allora la porta va chiusa subito per rimanere in quel mondo di certezze e di privilegi, di fedeli a capo chino e di vesti liturgiche, di calici dorati e di anelli cardinalizi..quella porta deve restare sigillata, gli consigliava anche il suo direttore spirituale, sin dagli anni di seminario…quella porta la apre Satana, sì, se lo ricordava quel vecchio parroco dei suoi anni giovanili, prete preconciliare che credeva ancora nel diavolo e nelle sue astuzie…poi uno entra in un mondo e la sua vita scorre lì e ogni giorno che passa indietro non si torna, ci si accomoda e ci si dimentica di quello che sta fuori…ma la porta è lì e ci sono momenti che si scolla, che scricchiola sui cardini arrugginiti dalla propria comodità e sentì il vento oltre l’uscio e vedi una luce diversa e sei tentato e hai paura e prendi la maniglia e richiudi, cerchi la chiave per non farla più aprire ma la chiave non c’è.
Don Marco ora era lì, la porta spalancata e lui sul limitare della soglia, a metà fra la corrente d’aria, vortici di novità, la porta divelta e sensazioni nuove. Un coraggio che aveva preso le mosse dalla sua auto che si ferma, scossa dal terremoto, e da un’imposizione dall’alto, vai, non a Roma, vai su al paese, guarda che è capitato nella notte, Gesù Cristo avrebbe fatto così, il Signore che tu dici di amare e di servire non avrebbe avuto dubbi, si sarebbe svestito della porpora e, a piedi scalzi, sarebbe salito verso quella povera gente ferita. E lui, per una volta in vita, aveva seguito la pazzia di un gesto nuovo, e da quell’atto scriteriato e coraggioso altre follie d’amore, forzando un cuore saturo di prudenze, un cuore che ora l’aveva invitato a vegliare con Roberta, ragazza dagli occhi belli, che aveva perso il suo ragazzo dopo uno stupenda notte d’amore.
La guardò nella penombra. Cercò un segno di vita, un tremito, un movimento della mano, tornò alla croce e alla ragazza, parete e letto. Si lasciò cadere sulla poltrona, sentì tutta la pesantezza del suo corpo. Non stava bene. L’anima intossicava con la sua confusione il cuore, le gambe, le braccia, il collo che percepiva gonfio, la fronte che scottava, lo stomaco contratto in un crampo. Credette di svenire. La gola riarsa, mozziconi di salmi gli venivano alla mente e lui li recitava nella notte…’come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore’ …..’la mia lingua si attacchi al mio palato, se mi dimentico di te, città di Dio…’ pensò a Maria. Doveva chiamarla, chiedere aiuto. Si alzò appoggiandosi ai braccioli della poltrona. Barcollò sino al letto, pochi passi, allungò le dita verso il pulsante del campanello, Maria sarebbe arrivata subito, l’indice era già pronto, bastava avere il coraggio di confessare la propria infinita debolezza. Non arrivò a tanto. Fermò la mano, avrebbe dovuto bere, cercò il bagno, lo trovò, il lavandino, fece scorrere un filo d’acqua per non fare rumore ma l’acqua scivolando verso l’uscita gorgogliava. Trovò una spugna, la pose in fondo al lavandino, unì le mani a tazza, sentì il fresco dell’acqua che riempiva quella concavità, su, sino a tracimare e vi immerse il viso e ancora una volta e due con l’acqua come una benedizione sulla fronte e fra i capelli. Acqua santa in gola, sulle labbra secche. Bevve a lungo, chiuse il rubinetto, strizzò la spugna e si asciugò le mani, il volto, i polsi.
                                    31-4  continua

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