lunedì 29 ottobre 2012

Quel giorno che tremò la notte 10



DIECI

Aveva fatto tutto lui, Romano. “Stasera ci vediamo al parco, alle sette ci sei?”
“Ci sono. Ma che c’è?”
“Niente, niente, così” ma non era capace di mentire.
Roberta aveva passato la giornata pensando a quel così che non era vero, e alla probabile sorpresa che Romano le aveva preparato. Un’attesa che era stata capace di distrarla nello studio e di regalarle una delicata e costante felicità.
Dal parco dell’Arena vedeva casa sua. S’erano seduti su una panchina in ombra. I milanesi sfruttavano quell’angolo di verde in centro per il passeggio, la corsa, per starsene seduti a ripassare la giornata, a programmare gli impegni futuri e a cercare un senso a quella vita che se ne andava. Ogni tanto buttava in faccia agli altri la sua disperazione qualche accattone, sdraiato su una panchina, seduto a terra, ciondolante senza una meta, con dentro il vortice delle sue sconfitte, la rabbia di non essere nemmeno capace di farla finita per sempre. 
“Dovrei mettermi a correre anch’io” disse Romano, vedendo passare un uomo della sua età, decisamente più grasso di lui.
“Hai visto quello? Ti sei spaventato? Non sei tanto malridotto.”
“Non vorrei finire così” e si palpò le maniglie dell’amore.
“Comunque, male non ti farebbe” disse lei. “Potrei farti compagnia.”
“Ma tu sei magrissima” e le sfiorò la pancia.
“Magrissima non direi.”
“Se andiamo insieme mi viene voglia.”
“Basta liberare le endorfine.”
“Non sono mai riuscito a liberarle, evidentemente.”
“Ci hai provato?”
“L’estate scorsa mi sono preso bene, ho convinto anche Carlo.”
“E allora?”
“Troppo caldo. Abbiamo rinviato all’autunno, così s’è messo a piovere, è arrivato l’inverno.”
“E siete andati in letargo.”
“Più o meno.”
“La primavera è la stagione migliore. Guarda quanta gente corre.”
In silenzio si misero a contarli: una ragazza certamente anoressica, un’altra sui trent’anni, senza seno e con il culo gonfio e flaccido, un palestrato simil Bronzi di Riace, abbronzato e con gli occhialini da sole, una signora sui cinquanta, sudatissima, intagliata di rughe scavate dalle troppe lampade, che correva con gli auricolari e pareva vagasse fuori dal tempo, un vecchietto smilzo che un po’ correva un po’ camminava, facendosi trainare da un grosso boxer che rischiava di farlo inciampare.
“Hanno tutti paura di crepare” disse Romano.
“Un po’ è la moda.”
“Sarà” e si toccò di nuovo i fianchi, considerando che non faceva ancora schifo: qualche seduta di allenamento, in palestra e al parco, e si sarebbe asciugato come una decina d’anni prima.
Il sole era timido, l’aria troppo afosa per essere la fine di marzo, Roberta cominciava a pensare che si fosse sbagliata: aveva solo voglia di stare con lei. Nessun regalo.
Romano raccolse da terra e si mise sulle ginocchia la solita borsa nera che nascondeva il computer, un quaderno, biro, matite, il cellulare, una moleskine, l’agenda del giornalista e le caramelle che lo aiutavano a mantenere la promessa di non fumare più.
Roberta seguì le sue mosse con la coda dell’occhio.
“Tieni” e le allungò un pacchetto lungo una spanna.
“Per me?” e cominciò a ipotizzare: un gioiello, comunque qualcosa di prezioso, oro, argento no, era piuttosto squattrinato. Trucco? Rossetto, profumo, fondotinta. Magari. “Cos’è?”
“Fai almeno la fatica di aprirlo” disse Romano.
Allora scartò il pacchetto con riguardo: era il suo primo regalo, avrebbe conservato il nastrino dorato, la carta, tutto. Non ci volle molto a capire di che si trattava, le bastò leggere le prime due lettere della parola Swatch.
“Grazie.”
“Non lo porti mai, non è che ti fanno schifo.”
Più che schifo le davano fastidio, ne aveva in camera quattro compreso uno Swatch, ma preferiva lasciare il polso libero. “E’ figo, grazie” e lo baciò sull’orecchio destro; il rumore del bacio schioccò nel buio canale. “Mi ha fatto piacere.”
“Ti amo.”
“Anch’io.”
 

                                                                                          10 - continua

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