martedì 20 marzo 2012

Il racconto del mercoledì



L’ULTIMO ABBRACCIO

Siamo sposati, Gaia ed io, da un anno e dieci giorni. Lei non aspetta nessun bambino. Io sono senz’altro ancora innamorato di lei, ma se penso che sono solo trecentosettantacinque giorni di nozze potrei aspettarmi una passione maggiore.
Qui, sul divano, al suo fianco, penso che non potrei reggere tutta una vita con lei, se queste sono le premesse. Mi sarei aspettato per i primi cinque anni almeno (dicono che la crisi sia dopo i sette, ma se ne dicono di balle) per i primi cinque anni, dicevo, un correre lisci, in discesa, dentro l’amore. Non è così. Allora forse è vero che si vive giorno per giorno, si sale in paradiso e si scende all’inferno continuamente, non è una parabola che s’arrampica e poi si appiattisce e poi precipita. Questo mi dà speranza, forse fra trent’anni avrò ancora giornate di gioia amorosa.
Gaia ed io stiamo guardano il tiggi delle venti, ceneremo più tardi, dopo il telegiornale, come si fa qui da noi, sotto la linea del Po. Siamo di Foggia. Siamo una coppia che si è sposata per amore. Ma stasera sono stato catturato da un’inquietudine avvolgente. La paura della precarietà dell’esistere mi ha rapito come per un sequestro di persona. Sono stato sequestrato dalla vita, che mi sta dicendo: “Finirà presto.”
La tele ci ha riservato il solito piatto freddo di notizie rancide da morte imminente, ci sono abituato, ho ventisette anni, le tragedie mi scivolano addosso, corrono verso altri corpi più vecchi. Gaia ed io siamo invincibili nella nostra giovinezza. Non crediamo ai giornalisti menagrami. Crediamo al nostro amore, anche se ci stiamo già abituando: all’amore, appunto.
Ma stasera è diverso. Una notizia mi è penetrata dentro, ci sono andato addosso come per un frontale. Mi è venuta contro parlandomi di addii.
Così mi sono avvicinato a lei, prima il contatto dei fianchi, poi il braccio intorno al collo (e lei si è accostata e mi ha guardato con un sorriso stupendo) e un bacio sui capelli e giù, sul collo, sulla spalla. Un combaciare con quella donna (per la quale mi sono lanciato in una promessa eterna, una pazzia, se ci si pensa) anzitutto per toccare la sua consistenza. Ma c’è di più, molto di più. Voglio tenermela stretta, ho paura che se ne vada. Che me ne vada. L’abbraccio come fosse l’ultimo abbraccio. E giuro a me stesso (mentre lei appare sorpresa per la forza delle mie braccia) che da quella sera in avanti sarà sempre così: mai con sufficienza, con distrazione, mai per abitudine, solo per necessità, perché non mi sfiori l’idea che ho lasciato perdere occasioni, quando le occasioni sfumeranno e quell’abbraccio si scioglierà.
“Stai bene?” mi dice Gaia.
“Sì, perché?”
“Mi fai quasi male.”
“Scusa” rispondo con reale dispiacere per avere ecceduto nella morsa, per aver difettato di coraggio, per essermi lasciato condizionare dalle disgrazie altrui, dalla precarietà del mondo che abita fuori dal mio appartamento di pochi locali ma in zona residenziale.
Gaia travisa: “Stiamo più comodi nel letto.”
Le regalo un sorriso da ebete. La proposta mi avvolge come una coperta tiepida. Se le rispondessi: “Si sta bene qui, davanti alla tele, stasera no” sarei poco credibile. Potrebbe offendersi, perderci in autostima, vendicarsi. E le donne lo sanno fare.
“Sì, nel letto” rispondo.
Ci alziamo. Lei prende il telecomando, schiaccia, seguono musichetta e schermo buio.
Sembra disposta a farlo volentieri.
“Dai, un attimo” e mi fermo e lei si ferma.
Siamo di fronte, io più alto di almeno venti centimetri, ventitré per l’esattezza.
Ci abbracciamo.
Comprimo la sua vita dentro di lei, perché non scappi fuori. Comprimo lei dentro di me.
Nemmeno la morte, ora, possiede gli attrezzi per scardinare questo nostro abbraccio.

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