mercoledì 29 febbraio 2012

Il racconto del mercoledì


PREGHIERA BRUCIATA

Ho riposto l’auto in garage. La porta metallica si è chiusa, sbrodolando sull’asfalto del mio cortile un rumore di ferro e un cigolio di ruggine. E’ inverno ma la notte è mite. E’ buio ma non ho voglia di risalire in casa. Mi fermo davanti alla porta che apre la via agli appartamenti. Alzo gli occhi alla volta stellata. E’ sereno, nessuna nuvola a coprire le stelle, che traforano la notte con la loro punta colore dell’oro. I rami spogli dei platani s’allungano verso il niente che è il buio e si perdono nella notte. Poche auto parcheggiate sulla via, tre lampioni mandano una tenue luce color arancio, nessuno per strada, un aereo nel cielo, piccole luci intermittenti giallorosse che scivolano verso le stelle. Rumori di vetture in lontananza, un cane abbaia, altri gli fanno eco. La notte nella mia via periferica brulica di rumori lontani e di pensieri vicini: i miei.
Guardo le stelle da qualche minuto, il collo in tensione fa male, è tempo di tornare con gli occhi alla terra; resisto perché ho bisogno del cielo stellato di questa notte tiepida. Ho bisogno che il cielo mi parli. Non mi basta la voce intossicata del mondo qui in basso. Una fettina di luna galleggia con la gobba non a ponente non a levante: guarda verso di me, guarda verso le nostre tristezze che si comunicano. La chiamano luna che ride.
La nera vastità mi parla di Dio. Un Dio necessario. Lo immagino lassù, grande come il cielo, lo sento, lo vedo nel manto che mi protegge senza soffocarmi.
Ma stanotte la protezione non basta. Vorrei parole chiare, vorrei che sollevasse quel suo mantello colore petrolio e apparisse nel cielo la luce, un sole coi raggi capaci di scrivere parole convincenti. Perché la mancanza che provo deve essere spiegata. Perché il soffrire che sento non è adatto a chi si considera pronto per la felicità. Perché il dolore lavato dal pianto non può reggere a lungo, non sono adatto all’incomprensione di un mistero di privazione. Ma la notte incombe e Dio non risponde. Eppure lo sento, lo immagino e il desiderio di Lui alimenta la speranza che la notte darà un senso al mattino che già si prepara, verso oriente.
‘Dio del cielo stellato e delle mie paure, spalanca il tuo manto e parla al mio cuore’ urlo in silenzio alla luna. E piango, poche lacrime che sostano al limitare degli occhi, per pudore non scivolano verso la bocca, sostano in attesa di una risposta.
Ma la risposta tarda a venire. Arrivano invece lungo la via fari abbaglianti e il fastidio di un rumore che frigge e tossicchia. Luce violenta che incendia e brucia la mia preghiera della sera. Rumore che impedisce di ascoltare.
E Dio, forse, proprio in quel momento ha parlato.

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