martedì 16 agosto 2011

IL RACCONTO DEL MERCOLEDI'

La rabbia del Gino

Alle diciotto e un quarto lampeggiò e tuonò sopra i cieli di Milano un temporale feroce. Un abbàio potente ma di poca durata: dieci minuti dopo era già finito tutto. La pioggia aveva diluito il veleno dell'aria e messo in ammollo asfalto, tegole, parabole sui tetti, giardini pensili, alberi e tutto il resto. Comprese le vie Quadronno e Crivelli e il parco pubblico che le separava.

Francesco Bramieri detto Gino (per il cognome e la stazza) disse: "Bene, ce la faccio!" e corse in strada. Aveva tempo un'ora prima della chiusura dei negozi. In pochi, impacciati balzi fu sull'asfalto viscido di via Crivelli. "Madunìna bela, no, dìmm de no..." E invece era sì. Gli avevano imprigionato l'auto. Contravvenendo alla norma, aveva posteggiato la Punto in doppia fila, in sopraelevata, sul marciapiede; però s'era lasciato due vie di fuga, mai avrebbero parcheggiato il mezzo davanti a due inviolabili passi carrai. Chi avrebbe osato tanto? Due imbecilli temerari invece erano giunti, incastrandolo.

Vetrate di palazzi gli dissero che il sole stava sbriciolando i nembi cattivi; faceva caldo, il selciato sfiatava, Gino ribolliva, sfumava come risotto con salsiccia. Aveva calcolato che avrebbe avuto il tempo per quell'accidente di commissione, e se uno è convinto di farci stare anche quella e si fa le scale di corsa e già immagina di attizzare il motore e -pur calcolando code ai semafori- di condurre il progetto nel tempo stabilito, poi non s'accontenta della pazienza. Saraccò mica male e insieme pensò: 'Che faccio?'. Ma di quietarsi, nemmeno la parvenza d'intenzione. Attese, sperando si materializzassero i proprietari. Confidare nell'intercessione dei ghisa sarebbe stato vano (di lì non transitavano mai) e un tantino pericoloso (aveva torto marcio). Era meglio che i ghisa seguitassero nella loro astinenza.

Alle diciotto e cinquanta, perso definitivamente il tram con quell'appuntamento, Gino non scelse di tornarsene buono buono nel suo appartamento, né di farsi un giro nel parco, sciogliendo in bocca la pace di un tramonto post temporalesco. Per il parco transitò ma come una furia, non si sa bene verso dove né in cerca di chi, probabilmente sempre alla caccia dei proprietari delle auto in sosta vietatissima.

Non ci fu gentilezza nel suo passare la palla ad un ragazzetto che l'aveva persa. E non era per colpa della maglia del Milan, che il piccino indossava, ignaro che potessero esserci, in quella zona di Milano, anche interisti come il Gino. Sparacchiò la 'bala' contro una siepe, nemmeno sentì i rimbrotti del nonno del piccolo milanista, buttò giù un paio di sorsate d'acqua alla fontanella e sfociò in via Quadronno, prossimo al 'Gaetano Pini'.

Tenendosi l'abbaglio del sole alle spalle, guardò verso il fondo della via, domandò a tre o quattro concittadini se avessero visto (o se addirittura fossero loro) i proprietari delle due auto villane. Poi cominciò ad indietreggiare me'n ciòcc, stranito, come avesse visto avvicinarsi Belfagor, fantasma del Louvre in transito per Milano, o qualche santo che lo ammoniva per la sua immotivata inquietudine.

Le ultime parole che intuì, prima di morire, furono: 'Chel lì l'è minga tutt lu. Sa l'è drè a fa? Uè..stop...fermo...'

Il Gino, data la mole, rovesciò con facilità la transenna che delimitava un'area di lavori in corso, perse l'equilibrio, non finì nel cratere ma picchiò una capocciata contro alcune pietre, venute su con lo scavo della piccola voragine di via Quadronno. Fu subito soccorso. Erano le diciannove, passate da un quarto d'ora. Pensarono ad un infarto. Il giorno dopo si seppe che infarto non c'era stato. Solo trauma cranico: mortale, però.

in foto: giardinetti di Milano

il presente racconto breve è già stato pubblicato sulla rivista 'Confini' - settembre 2007


Ho anticipato il racconto al martedì, perché forse andrò in vacanza qualche giorno

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