giovedì 23 agosto 2012

Il parere degli altri

E' sempre una gran fatica ascoltare e considerare il parere degli altri, i consigli che ci vengono proposti, a volte con abbondanza, soprattutto quando si è giovani. Si ha sempre l'impressione di una intromissione illecita, di una 'violenza', di un furto alla nostra libertà. Si ha paura di dipendere e di non poter disporre a piacimento di una personalità propria, originale. Si teme di non essere compresi. Quindi di norma si rifiutano a priori. Non so che dire. Non sono comunque il tipo che, poi, annota: "Te l'avevo detto." Perché so che l'altro ha già capito.

in foto: la cascina Tagliata, nel Parco del Campo dei Fiori

Ti saluto, o Maria

Ti saluto, o Maria. Ti prego con speranza, ogni giorno, e mi conforta la certezza che non potrò mai dire: 'Quante Ave Maria sprecate!'

in foto: la piccola Madonna alla cascina Tagliata

Un po' di mistero

Conviene lasciare un po' di mistero intorno a noi. Non abusare, ad esempio, delle confidenze da social network. Credo che tutti abbiano fatto l'esperienza di veder ridimensionata la stima verso una tal persona, dopo che la stessa si è lasciata andare, mostrando il suo vero volto. Dietro il mistero si può sempre sperare che ci sia qualcosa. Oltre la tenda del mistero, si rischia di dire: 'Sotto il vestito, niente.'

Il prezzo del coraggio

Ieri sera, poco prima che si scatenasse su Varese una modesta tempesta tropicale, ho visto un gran bel film, 'Il prezzo del coraggio' (2003), di Joel Schumacher, con una bravissima Cate Blanchett nel ruolo della protagonista. E' la storia vera di Veronica Guerin, giornalista irlandese del Sunday Independent, classe 1958, giornalista dal grande coraggio, che prese a cuore il problema droga a Dublino, scrisse, fu minacciata e pagò infine con la vita il suo coraggio. Venne uccisa nel 1996 ma la sua morte non fu vana. La città si scosse, le autorità istituirono il Criminal Assets Bureau, ci furono molti arresti, compreso quello del capo dei narcotrafficanti, John Gilligan, colui che ordinò la morte di Veronica. Un gran bel film, con musiche stupende, che commuove e regala la voglia di essere almeno un po' coraggiosi.

mercoledì 22 agosto 2012

Dino, il preciso

Puntuale come altre volte è capitato, ecco la correzione del mio amico Giuseppe Dino Lorefice, mio compagno di classe alle elementari e alle medie, veterinario con la passione per il meteo eccetera....Dopo aver letto il mio post, precisa: "Caro Carlo, dal 1967 la temperatura massima raggiunta a Varese è del 21 luglio 1983, con 36,5°. La massima d'agosto risale all'11 agosto 2003, con 36°. Oggi abbiamo raggiunto i 35°, che è temperatura ragguardevole, tenuto conto che siamo alla fine di agosto."

Grazie, Dino.

In fuga dal sole

Nei miei primi 56 anni di vita, 37-38 gradi a Varese non li ricordo. Oggi ho cercato un po' di refrigerio ai 1700 metri del Monte Generoso, ma ho commesso un grave errore. Non un filo d'aria, meglio, solo un lieve brezza che saliva da Scudellate, mentre dal lago nulla. In compenso il sole, lassù, era micidiale. Siamo riusciti a mangiare un paio di panini solo perché una benevola nuvola fantozziana si è posata sulla cima, e allora quando il sole andava via un boccone, poi tornava il sole e allora si riusciva solo a bere..poi la fuga verso il basso, verso la piana del mendrisiotto, passando dalla padella alla brace (e in questo caso il detto si addice assai). Non oso certo lamentarmi, ma stasera pregherò perché i monsoni prealpini tornino al paese.

in foto: panorama del lago di Lugano, dal Monte Generoso

martedì 21 agosto 2012

Il racconto del mercoledì




IL PROFESSORE

Lo rivedo oltre la nuvola di fumo delle Turmac, appoggiato al calorifero, secco come un bacchetto, alto come un giunco, impregnato del sapere che ci serviva. Lo rivedo alla quarta lezione di filosofia,  prima liceo. In tre lezioni era successo questo: nella prima aveva sfruttato l’effetto sorpresa, quel silenzio che sempre accompagna l’esordio di un nuovo professore. Gli alunni tastano il terreno, sondano, valutano. E quel silenzio che ogni classe concede al nuovo prof si era caricato subito di interesse. Sicché la seconda lezione partiva bene per il professor Angelo Viscardi, che non la sprecò, non ci deluse e navigò sulla scia di quella prima onda.
Parlava lento, a basso volume, fra una boccata e l’altra; quelle parole misurate, roche, odorose di tabacco, venivano da lunga sedimentazione, da lenta maturazione, come gocce di vino stagionato in una botte di buon legno. Alla terza lezione ci aspettavamo che interrogasse e invece disse, dopo aver fatto l’appello, dopo essersi alzato con flemma, dopo aver acceso il cucuzzolo della Turmac e dopo essersi appoggiato al solito calorifero: “Avete domande da fare?” Silenzio. “Non partiamo bene, comunque ammetto di essere un insegnante che si fa capire” e così aveva dato inizio ad una nuova spiegazione.
Poi venne la quarta lezione. Sento ancora l’odore del fumo e le sue parole, che diradano la nebbia. Disse: “Ho finito di spiegare.” Silenzio fra noi, un vento lieve di brusio, qualche sorriso e soprattutto stupore. “Quello che mi paga lo Stato basta solo per tre lezioni. Ora riposo. A meno che….” Ci guardammo come avessimo visto la Madonna. “A meno che mi facciate trovare, tutte le mattine, sulla cattedra, un pacchetto di Turmac” e mostrò la scatoletta di cartone. “Queste Turmac” e le sollevò oltre la nube. Barilozzi si alzò, controllò, scrisse sul quaderno l’esatta dizione del prodotto.
“Barilozzi, hai visto bene? Quelle piatte, Turmac piatte.”
Uscì dall’aula per farci decidere in riservata democrazia. I pochi fra noi che mostrarono tracce di giustificata perplessità vennero ridotti alla ragione, mettendo sul piatto la validità di quell’insegnante. In tre sole lezioni aveva conquistato una classe definita esigente, a volte irrequieta.
Angelo Viscardi rientrò, ascoltò la sentenza, sorrise e interrogò Barilozzi e Faccioni. Non fu severo. Direi giusto.
Non mancarono mai le sigarette sulla cattedra del nostro professore di filosofia. Alla fine dell’anno feci i conti del mio investimento nel sapere, e lo giudicai un ottimo affare.  

Questo breve racconto è tratto da una storia vera. I nomi sono di fantasia.