giovedì 22 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-7




TRENTUNO  sette
Il prete si  lasciò la porta del bagno alle spalle. Cercò di non fare rumore ma la porta incise un graffio nel silenzio cupo dell’ospedale. Tornò nella camera e guardò verso Roberta. Immobile. Provò un angosciante senso di estraneità. Quella giovane donna non gli apparteneva. Non si sentiva parte di alcuna umanità. Si avvicinò al letto come fosse di marmo, impermeabile a quel muto soffrire. Gli dava fastidio, lei che non si svegliava ma più ancora quel suo essere insensibile, nella pretesa di voler star bene. Non riusciva ad assorbire quel respiro altrui. Ebbe paura di ciò che era. Si spaventò di un mondo fatto da persone come lui. Com’era in quel momento e com’era stato altre volte. Si avvicinò, sperando che quell’incubo finisse, che tornasse a sentirsi fratello di Roberta. Gli venne da pensare ‘fratello in Cristo, caro Don Marco, quante volte l’hai ripetuto in predica?’ ma allontanò Cristo, ‘ma che Cristo, sono un uomo, siamo uomini, voglio essere solo uomo, voglio amare….voglio solo un cuore…’ disse al buio e si inginocchiò sul fianco del letto. Cadde pesante, sentì una fitta alle ginocchia, allungò le braccia verso di lei, compresse il mento, la bocca sulla coperta bianca, schiacciò il naso come a volersi soffocare. Ma non riusciva a piangere. Con le mani la cercò, la accarezzò, sperò che gli dicesse qualcosa, non sei un uomo, sei un mostro, qualunque cosa per scuoterlo,  per convertirlo. Per stanare il suo cuore freddo. Ma lei non parlava. Solo un grande silenzio. E quella croce muta. Il piccolo Cristo di metallo stava alle sue spalle, pendeva come un gancio qualsiasi, come un amuleto, un ferro di cavallo, un niente inventato dagli uomini. ‘Parlate, parlate’ disse soffiando contro la tela, ‘sto morendo…salvatemi’ e vinse la tentazione di scappare.
Le prime furono lacrime di rabbia. Ma non c’era consolazione in quel pianto, non si svuotava del marcio che sentiva dentro di sé. Rabbia di non poter essere ciò che desiderava, rabbia per essere nato così, rabbia di chi non ha speranza di paradisi, né qui né altrove. Una rabbia feroce. Avrebbe dato pugni contro la parete, sarebbe accorsa Maria, le avrebbe urlato che era tutto inutile quel loro sacrificarsi dietro la malattia, pulire culi, consolare malati, accompagnarli verso il nulla. Avrebbe chiesto all’infermiera di aiutarlo ad andarsene, una puntura, una pastiglia, un colpo di pistola alla nuca, pur di farla finita.
Sentiva Roberta, le sue gambe, le ginocchia, i piedi, le mani calde in quella notte calda. Le baciava le dita e le chiedeva perdono.  Sentiva il suo profumo.
Tornò la preghiera e il pianto venne dal cuore e risalì agli occhi. Stava bene, ora. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, persino uno scambio, la mia vita per la tua, che devo vivere ancora? Che devo vedere? Al massimo dovrò soffrire da qui in avanti, tu invece, amica cara….e gli parve un’altra volta un gesto interessato, da freddo egoista calcolatore. ‘Sarà quel che vorrà Lui’ disse e intanto singhiozzava e ringraziava per quelle lacrime. Si augurò che non finissero mai.

                                   31-7  continua
  

mercoledì 21 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-6



TRENTUNO  sei

Don Marco fu svegliato da un rumore. Era caduto un oggetto in una stanza accanto. Aveva il collo dolorante e la bocca impastata. Rabbia per essersi addormentato. E un sogno, che cercò di catturare, di ricordare prima che si allontanasse nella notte d’ospedale. E nella vergogna di quanto aveva vissuto. C’era una ragazza, giovane, Roberta? Non lo ricordava, non aveva particolari utili a riconoscerla, sapeva che era giovane, erano stati vicini, molto vicini, lei nuda, cercò di ricordarsi se era nudo anche lui ma non si vedeva, era più un sentire che un vedere, sapori più che immagini, il piacere di mani, di dita che si infilavano, le sue, dove non avrebbero mai osato, e lei lo accarezzava oltre il grosso colle del suo ventre, e lui penetrava e lei accarezzava, no, non era possibile che avesse sognato questo lui, voleva dimenticare ma lottava con la memoria, per conservare quel piacere proibito, lei, sì, forse proprio Roberta. La guardò nella sua morte vivente, nella sua immobilità e si guardò fra le gambe, la sua rigidità, e volle scoprire altri particolari…stava arrivando al sommo del piacere, stava entrando in lei, in quella giovane donna che stringeva impazzito, e lei sussurrava parole che non ricordava e baci, anche baci e lui era in lei e il rumore, il risveglio. Ora avrebbe voluto riaddormentarsi, riappropriarsi di quell’estasi che non gli apparteneva, brutta copia che in quel momento gli bastava. E insieme lo terrorizzava.
Il senso di colpa arrivò subito a risvegliarlo. Come era stato possibile quel sogno? Perché? E Dio parlava nei sogni? La Bibbia lo confermava, Santa Parola che conosceva a memoria. Ma Dio non avrebbe potuto insegnagli nulla con quelle immagini. E allora perché? E perché metterci sempre in mezzo Dio? Era solo un uomo, con un sesso, un desiderio represso, una voglia soffocata da un voto che ora, nel momento meno opportuno, ad una svolta della vita che avrebbe richiesto il distacco, altre gratificazioni, una nomina ecclesiale ecco, ora arrivava quella tentazione a sporcare la preghiera. Cercò la corona del rosario. Era caduta a terra. La raccolse. Guardò l’ora, erano passate le tre da dodici minuti. Quanto aveva dormito?
La giovane donna era scomparsa. Sin dove era arrivato con lei? Si sfiorò fra le gambe, nessuna macchia, aveva bisogno del bagno, per bere, per pisciare. La testa gonfia, gli occhi secchi, si alzò e ripercorse la strada di prima. Si lavò, bevve, si sedette ma non riusciva ad orinare. Sfiorò quel suo piccolo tronco che non appassiva, sapeva che non avrebbe dovuto farlo, nemmeno cominciare, sarebbe stato peggio, una strada senza ritorno, un percorso obbligato a rincorrere un sogno svegliato sul più bello. Ma don Marco accarezzò ancora e la rivide e volle perdersi.
                                      31-6 continua

lunedì 19 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-5



TRENTUNO  cinque

‘E’ tutto passato, passato’ si disse e trovò di nuovo il rosario. Pregava, camminava e respirava con profondità, sforzandosi di mantenersi quieto, di ritrovare la serenità della fede. Si distraeva subito. Il suo passato pretendeva attenzione. Certi fatti avevano tutt’altro sapore, letti in quella stanza, in quell’ora. Non riusciva a perdonarsi scelte che aveva digerito come un bicchiere d’acqua. Era diventato d’un tratto severo con se stesso e insieme indulgente. Rancoroso con Dio.
Quando Maria entrò di nuovo nella camera di Roberta era la una passata da dieci minuti. Trovò don Marco seduto sul divano, piegato in avanti, la testa fra le mani, mosso da lievi rantoli. L’infermiera pensò che si fosse addormentato e non chiese nulla, non lo salutò, camminò leggera, armeggiò intorno alla ragazza e uscì. Ma don Marco non stava dormendo, fingeva d’essersi assopito perché in quel tratto della notte non aveva voglia neppure di incontrare lo sguardo di Maria, temeva che non sarebbe stato in grado di rispondere ad alcuna domanda, si era rifugiato in una preghiera disperata, una supplica più per lui che per Roberta. Soffriva davvero.  
Piegato in avanti, comprimeva lo stomaco che urlava, una fitta profonda che gli saliva in gola. Schiacciava quel sacco gonfio e rigido, implorava che il male finisse, non era un uomo capace di soffrire. Non in quel momento. Non così intensamente. Partì un dolore nuovo, uno scoppio al centro del petto, che si diramò veloce alle braccia. La fronte divenne di fuoco e raggelò. Credette di morire. Mandò uno sguardo da bambino terrorizzato nella penombra, occhi che cercarono la croce. Ma quell’impennata di male finì subito, com’era arrivata, un colpo di vento, un solo fulmine.
Il prete trovò il fazzoletto, tamponò il sudore. Sentì la morsa allo stomaco allontanarsi lentamente, e più si allontanava da lui più pregava, come se avessero senso quelle parole, contenessero una medicina che finalmente serviva al suo male. ‘Aiutami, mio Signore, aiutami, mio Dio’ ripeteva con ossessione e speranza. E il soffrire uscì da lui. Provò una gioia che aveva gustato altre volte, dopo confessioni liberatorie, dopo pericoli scampati.
Si appoggiò allo schienale della poltrona, chiuse gli occhi, cercò di penetrare sino in fondo a quella pace. Lo stomaco contratto si distese, il cuore rallentò la sua corsa, provò appetito. Sentì voglia di gelato, di fresco, qualche attimo dopo sentì il profumi di pane caldo, un filone croccante, imbottito con fette di prosciutto. Immaginò la colazione che avrebbe consumato la mattina, sì, sarebbe andato dal fornaio, no, non il solito caffè macchiato, non i soliti tre biscotti, solo tre per non ingrassare, sarebbe sceso dal fornaio (e il profumo del pane ce l’aveva dentro) e poi dal salumiere e dal vinaio. Pane, salame e un bicchiere di rosso.
L’ansia gli aveva negato la quiete del sonno. Ora sentì il bisogno di dormire, una stanchezza che cercò di allontanare subito, tornando al proposito che non avrebbe dovuto dormire quella notte, l’aveva promesso alla ragazza. Sarebbe stato più fedele dei discepoli fiacchi nell’orto degli ulivi, uomini deboli e senza fede, lui avrebbe fatto meglio, se ne sentiva capace. Ma i buoni propositi incontravano una testa che ciondolava, palpebre che si abbassavano. Almeno tre volte il capo cedette e lui lo risollevò con disappunto, rinnovando il desiderio di fedeltà alla preghiera. Ma la volontà era debole, costretta a subire anche quella notte il sapore amaro della mediocrità. Carne debole in uno spirito pretenzioso ma inaffidabile. Buoni propositi smentiti dalla realtà. Guardò l’orologio che aveva riposto nella tasca dei pantaloni. Erano le due e tredici. Se lo rimise al polso, senza stringerlo. Pensò che avrebbe fatto meglio a rimettersi in piedi, a camminare di nuovo, a sciacquarsi il viso, doveva svegliarsi da quel torpore, mancavano poche ore, le più dure. E sarebbe risalita l’ansia? E quella fitta al petto? Non si alzò, i tanti pensieri si rifugiarono in un sonno profondo.
 Maria entrò di nuovo che mancavano dieci minuti alle tre. Trovò don Marco appoggiato allo schienale della poltrona, lo sguardo al soffitto, la bocca aperta. Russava. Sorrise, pensando che anche i preti russano, ma non hanno una moglie o un’amante che li sveglia.
                                   31-5 continua

Quel giorno che tremò la notte 31-4



TRENTUNO  quattro
Don Marco riprese a camminare lungo il perimetro della camera, di passo in passo più stanco. Una debolezza nelle cosce robuste, quelle gambe da calciatore fallito, gambe atletiche  che non servivano per fare il prete, in quel momento non lo reggevano in piedi. Diede la colpa all’afa. L’afflizione fisica saliva dal basso e lo invadeva, rubandogli l’aria. Anche respirare era fatica. Nel cammino sfiorò un tavolino, sul piano un vaso di fiori con gigli che avrebbero resistito forse un altro giorno. Era tempo di rovesciarli nel cestino dei rifiuti, la bellezza e il profumo ormai persi. Il vaso tremò, partì un rumore secco di metallo, allungò la mano, riuscì ad evitare che i fiori e l’acqua si rovesciassero sul pavimento. La reazione d’istinto gli provocò fitte in fronte, poi  la quiete di un pericolo scampato. Cercò in tasca un fazzoletto, si passò la fronte sudata, i capelli, il collo, slacciò un altro bottone della camicia per dare spazio ai polmoni. Ripose il fazzoletto e cercò nell’altra tasca il rosario.  Lo trovò, lo strinse nel pugno come a strozzare il dolore, o forse Gesù Cristo in croce. Senza scegliere la decina, stringendo fra pollice e indice un grano a caso, cominciò la supplica delle Avemaria. Prima rabbiose, quindi più quiete, a ritmo con il cammino.
“Ave Maria, gratia plena…” muoveva solo le labbra, non riusciva a recitarle a mente, senza scrivere le parole con la bocca impastata di fede disillusa.
“Santa Maria Mater Dei, ora pro nobis…”. Passò davanti al crocifisso, si fermò, lo fissò, supplicò, pensò alla Madre e al Figlio sacrificato, a quella storia bellissima e impossibile. Per un istante volle convincersi che sarebbe stato proprio così, promesse mantenute, sentì un desiderio fortissimo di paradiso, non aveva la forza per proseguire ancora, pensò ora mi siedo, prego, chiudo gli occhi, prego per Roberta che ha diritto alla sua vita, io ho già camminato abbastanza, sì, ora mi metto seduto, chiudo gli occhi e muoio, cioè vivo, me ne voglio andare, sono stanco, troppo stanco  anche di questa Chiesa, voglio un Dio senza Chiesa, mi basta un Dio che mi abbracci, che mi sollevi da questa miseria, da questi dubbi velenosi, me ne voglio andare per sempre dentro un’altra vita che non mi faccia pena come questa, accontentami, Padre Buono, guarda questo povero prete infedele.
Il senso di pace durò poco, riprese il cammino, dietro front come un soldato in marcia lungo il cortile assolato di una caserma qualsiasi, unò-due,unò-due, passo, pummm, passo, pummm, era costretto a marciare ancora, a marcire ancora. Serrò la corona nel pungo, strinse fino a sfiorare il dolore, riprese il cammino senza trovare la pace che la preghiera, da anni, riusciva a regalargli. Quella notte era tutto diverso. Ribolliva di una rabbia che non conosceva. Andava a ventate, come per una tempesta. Soffi potenti e attimi di quiete, durante i quali si sforzava di ritrovare quel Dio benevolo che gli aveva garantito un mestiere dignitoso.
Pensò alla nomina che lo attendeva a Roma, che aveva posticipato per una scelta di passione, senza calcoli. Un prete curiale, un vescovo fra i suoi sostenitori, uno di quelli che avrebbe sorriso dopo la sua promozione, gli aveva fatto capire (con parole controllate, misurate e cattive..e che amico era?) che certe scelte “d’impeto”  sono peccati giovanili, che “certi premi” vanno afferrati quando è il momento, che le occasioni potrebbero non tornare, che la coda di pretendenti dietro di lui era lunga.  
Guardò di nuovo la magra croce con il Cristo sconfitto, non trovò niente che somigliasse alla sua Chiesa, mai macchiata da una sola goccia del sangue di Cristo. Eppure cosa aveva fatto sino ad allora nella sua vita? Non aveva forse perdonato la Chiesa per i suoi peccati (che non le negavano la santità) e perdonato Cristo per la sua radicalità? Un equilibrio spezzato, traballante dentro quella camera che sapeva di gigli appassiti e di disinfettante?
La porta si era spalancata. Non riusciva più a chiuderla. Quella porta che ogni tanto lasciava intravvedere un altro mondo, un’altra interpretazione della vita e che lui era stato sempre abile a richiudere con forza. I dubbi di là, oltre l’uscio, frutto di fantasia, di pretese, di arroganza…persino superiore a Dio, chi credi di essere? E allora la porta va chiusa subito per rimanere in quel mondo di certezze e di privilegi, di fedeli a capo chino e di vesti liturgiche, di calici dorati e di anelli cardinalizi..quella porta deve restare sigillata, gli consigliava anche il suo direttore spirituale, sin dagli anni di seminario…quella porta la apre Satana, sì, se lo ricordava quel vecchio parroco dei suoi anni giovanili, prete preconciliare che credeva ancora nel diavolo e nelle sue astuzie…poi uno entra in un mondo e la sua vita scorre lì e ogni giorno che passa indietro non si torna, ci si accomoda e ci si dimentica di quello che sta fuori…ma la porta è lì e ci sono momenti che si scolla, che scricchiola sui cardini arrugginiti dalla propria comodità e sentì il vento oltre l’uscio e vedi una luce diversa e sei tentato e hai paura e prendi la maniglia e richiudi, cerchi la chiave per non farla più aprire ma la chiave non c’è.
Don Marco ora era lì, la porta spalancata e lui sul limitare della soglia, a metà fra la corrente d’aria, vortici di novità, la porta divelta e sensazioni nuove. Un coraggio che aveva preso le mosse dalla sua auto che si ferma, scossa dal terremoto, e da un’imposizione dall’alto, vai, non a Roma, vai su al paese, guarda che è capitato nella notte, Gesù Cristo avrebbe fatto così, il Signore che tu dici di amare e di servire non avrebbe avuto dubbi, si sarebbe svestito della porpora e, a piedi scalzi, sarebbe salito verso quella povera gente ferita. E lui, per una volta in vita, aveva seguito la pazzia di un gesto nuovo, e da quell’atto scriteriato e coraggioso altre follie d’amore, forzando un cuore saturo di prudenze, un cuore che ora l’aveva invitato a vegliare con Roberta, ragazza dagli occhi belli, che aveva perso il suo ragazzo dopo uno stupenda notte d’amore.
La guardò nella penombra. Cercò un segno di vita, un tremito, un movimento della mano, tornò alla croce e alla ragazza, parete e letto. Si lasciò cadere sulla poltrona, sentì tutta la pesantezza del suo corpo. Non stava bene. L’anima intossicava con la sua confusione il cuore, le gambe, le braccia, il collo che percepiva gonfio, la fronte che scottava, lo stomaco contratto in un crampo. Credette di svenire. La gola riarsa, mozziconi di salmi gli venivano alla mente e lui li recitava nella notte…’come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore’ …..’la mia lingua si attacchi al mio palato, se mi dimentico di te, città di Dio…’ pensò a Maria. Doveva chiamarla, chiedere aiuto. Si alzò appoggiandosi ai braccioli della poltrona. Barcollò sino al letto, pochi passi, allungò le dita verso il pulsante del campanello, Maria sarebbe arrivata subito, l’indice era già pronto, bastava avere il coraggio di confessare la propria infinita debolezza. Non arrivò a tanto. Fermò la mano, avrebbe dovuto bere, cercò il bagno, lo trovò, il lavandino, fece scorrere un filo d’acqua per non fare rumore ma l’acqua scivolando verso l’uscita gorgogliava. Trovò una spugna, la pose in fondo al lavandino, unì le mani a tazza, sentì il fresco dell’acqua che riempiva quella concavità, su, sino a tracimare e vi immerse il viso e ancora una volta e due con l’acqua come una benedizione sulla fronte e fra i capelli. Acqua santa in gola, sulle labbra secche. Bevve a lungo, chiuse il rubinetto, strizzò la spugna e si asciugò le mani, il volto, i polsi.
                                    31-4  continua

domenica 18 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-3


TRENTUNO   tre

Gli mancava l’aria, si alzò e tornò alla finestra aperta. Si appoggiò con le mani al davanzale, si allungò verso il precipizio, cercò nella notte qualche immagine di conforto, una carezza di fresco. Il buio si muoveva in piccoli rivoli di vento, che facevano tremare le foglie e ondeggiare i rami più esili. Era sereno. Stelle sfocate punteggiavano il cielo, una mezza luna lambiva il tetto dell’edificio di fronte al suo punto di osservazione. Guardò verso il cortile e fu costretto ad allontanarsi dalla finestra. Un giramento di testa? O la paura d’esserne capace? Un senso di vuoto di fronte al vuoto? Di impotenza? A quel punto era arrivato? Non era meglio che se ne andasse via di lì? Che ci stava a fare? 
L’infermiera entrò e lo trovò appoggiato al davanzale con il culo, lo sguardo inquieto, il volto arrossato, le ascelle chiazzate di sudore. 
“Allora è proprio deciso” disse al prete con voce leggera.
Aveva capito bene a cosa si riferiva ma lo stesso chiese spiegazioni: “Deciso in che senso?”
“Non vuole restare a fare la notte? Così mi ha detto il cappellano.”
“Sì, certo.”
Maria era la caposala, voleva bene ai malati con una naturalezza sorprendente e irritante. Don Marco la invidiava.  Volle capire. “Maria…”
“Sì?”
Non trovava le parole, il coraggio.  “Non è stanca?”
“Stasera fa un gran caldo.”
“Dicevo in generale, del suo lavoro.”
“Sì…vorrei andare in pensione.” Maria accarezzò la fronte di Roberta, la baciò.
Don Marco fu sorpreso dalla risposta. “Non si direbbe.”
“Direbbe?”
“La pensione….sembra tutto così naturale. Ha una passione per i malati…”
“Fingo” disse Maria, con una sincerità che raggelò l’aria di quella camera di sofferenza.
Don Marco pensò di non aver inteso. 
“Non sempre” disse Maria. “Con questa povera ragazza no, per me è una figlia. Ci soffro davvero. Preghi il suo Dio, lei che ci crede.”
Si parlavano con una confidenza rara, resa possibile dal silenzio e dalla solitudine. “E lei non crede?”
“Purtroppo no.”
“ I dubbi sono  fede.”
“Non ho tempo per i dubbi. Non ho più voglia di pregare. Venga un anno qui, tutti i giorni. La fede se ne va.” Lo guardò come si fosse accorta in quell’attimo che stava parlando con un prete. Arrossì. “Lei mi deve scusare, non dovrei permettermi.”
Don Marco capì che la stava perdendo in quella benedetta sincerità: “No, no, mi  fa bene. La notte è lunga.”
“Il terremoto a noi non ha fatto danno. Qualche crepa ma in casa ci siamo tornati. Dio mi perdoni…andavo a Messa tutti i giorni, qui, in ospedale. Oggi sto male quando entro in chiesa. Come mi avesse tradito mio marito.”
Don Marco tornò seduto sulla poltrona, Maria si appoggiò alla sponda del letto, dalla parte dei piedi, le braccia tese, inclinata leggermente verso Roberta ma con il viso girato al prete, non una sfida, forse la speranza di risposte. Ma Don Marco taceva.
“Sa chi invidio? Non so se la conosce, è una delle infermiere più anziane dell’ospedale, anziane..si fa per dire, cinquantasei anni, si chiama come me ma tutti qui la chiamiamo Mariuccia. Ha presente?”
“Non mi pare, forse…”
“Quella invidio, sì, va in chiesa, prega mentre lavora, un giorno l’ho presa in disparte e le ho detto –Spiegami come fai- Ha risposto che è nata così, contenta di voler bene alla gente. Mi ha detto che non ha merito, per questo ringrazia Dio. Ha capito che è nata col dono più desiderabile, ha paura di perderlo. Due regali enormi, la fede e l’amore senza fatica. Le ho detto che è già in paradiso e lei mi ha risposto –Credo di sì- Parli con quella donna quando la incontra. Domani è di turno. Purtroppo per me è diverso. Mi sono fatta l’idea che Mariuccia è una santa, gli altri sono come me. Altrimenti non avremmo il mondo che abbiamo. Egoisti. Io per prima. Mi sto confessando, scusi. Ma lei è un prete, sono davanti alla persona giusta. Non mi confesso da….” Fece i conti. “E’ meglio che non glielo dica.”
Suonò un campanello, Maria guardò Roberta: “Preghi per lei, faccia anche la mia parte, questa povera ragazza deve vivere. Almeno lei. Devo andare, mi scusi ancora.”
“Grazie a lei” disse don Marco che si alzò col desiderio di stringerle la mano. “Ma allora come fa…” L’infermiera era già scivolata nel corridoio.
                                   31-3  continua

sabato 17 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-2



TRENTUNO  due

Roberta era bella. I segni del terremoto sulla sua pelle erano scomparsi. Solo piccoli graffi sulle guance, un occhio leggermente gonfio; la pelle aveva ritrovato la sua giovinezza. Le braccia si distendevano fuori dal lenzuolo, parallele al corpo. Nel suo sonno senza risveglio dava l’impressione di sorridere ad un sogno piacevole. Don Marco si avvicinò al letto, le sfiorò la mano, le accarezzò la fronte, spostò i capelli che si erano abbassati e lambivano le sopracciglia. Allontanò la tentazione di darle un bacio sulla guancia, le prese la mano destra e pregò per la sua guarigione. Tese il lenzuolo in alto, accomodò la rivoltina, la chiamò a voce bassa, temendo di essere sorpreso, benché sapesse che erano rimasti solo gli infermieri di turno. Pensò che avrebbe potuto avere una figlia di quell’età, che forse sarebbe stato un buon padre, anche migliore del padre spirituale che era stato sino a quel momento. Provò nostalgia per ciò che aveva perso,  disagio per aver fallito la scelta di una vita.
Si mise a camminare lentamente intorno al letto, con le mani dietro la schiena, gli venne in mente don Abbondio in cammino, prima dell’incontro frutto di tribolazione; quel prete senza coraggio lo rappresentava troppo bene, provò disgusto ma era costretto ad accettare il verdetto della sua coscienza. Procedeva a piccoli passi, con una lentezza esasperante, aveva tutta una notte e di preghiere ne avrebbe recitate sino alla nausea.
Era circondato da sottili rumori che non gli davano fastidio, altra era l’origine della sua ansia, non forte ma costante, un cuore che correva e che lo obbligava a respiri mozzati. Campanelli che suonavano raramente, lamenti di malati e le ricorrenti frasi delle infermiere, abituate alla pazienza, a digerire l’altrui sofferenza come un pasto leggero, per non farsi ferire dal dolore. In quell’ospedale i locali erano puliti, asettici, per far indossare al male un abito decoroso. 
Gli salì dal profondo un atroce verdetto: era tutto inutile, la sua preghiera, il suo sacrificio in quella camera, l’esistenza, perché se anche Roberta si fosse risvegliata, fosse stata capace di dimenticare e di vivere sino a novant’anni, alla fine sarebbe morta seguendo il destino di tutti. Un fiotto amaro di disillusione lo obbligò a sedersi, cercò di scacciarlo subito, sentì l’ansia montare. Ora sulla poltrona riprese fiato, un poltrona dal cuscino troppo duro, scomoda. Dava le spalle alla finestra, davanti a lui il letto, oltre il letto la parete, imbiancata di recente, spoglia, due quadri e un crocifisso, sottile, di metallo, con un Cristo stilizzato. Più che quadri erano due poster con grandi fotografie di paesaggi, montagne, probabilmente dolomiti, e mare, un’alba o un tramonto con un sole enorme, di un arancione innaturale.
Guardò il crocifisso, si distrasse perché osservò Roberta e pensò che quei due ragazzi probabilmente stavano facendo l’amore quando la notte si era messa a tremare e il soffitto li aveva travolti abbracciati. E lui l’amore non l’aveva fatto mai. ‘Ma che pensi?’ si disse e cercò di scacciare quella mancanza come doveva allontanare ancora quel senso di vuoto esistenziale, ma non ci riuscì e pensò che ne aveva il diritto, almeno di pensare a ciò che voleva e non era colpa sua se nella mente si formavano quelle immagini. Né era colpa sua se l’istinto gli ribolliva dentro, nonostante il suo voto rinnovato di castità, tante buone intenzioni e preghiere, sempre preghiere ad un Dio sordo e muto, ad un Dio di sole pretese.
Guardò l’orologio, stretto al polso destro. Erano le ventitré e quindici. L’impianto dell’aria condizionata era in riparazione, faceva caldo. L’alta temperatura dilatava le vene, slacciò il cinturino che gli aveva lasciato un segno sulla pelle. Si asciugò il sudore dal polso, stirò i peli verso il basso, mise l’orologio nella tasca dei pantaloni. Gli dava fastidio tutto, il caldo, la pelle gonfia, la sofferenza quieta di Roberta, il suo futuro. Tornò al crocifisso alla ricerca di pace, di un senso. Sentì un pizzicore sul braccio sinistro. Guardò. Un ragno dalle lunghe zampe e dal piccolo corpo tondeggiante stava risalendo sopra di lui. Con un movimento schifato lo allontanò. La bestia finì a terra e cercò di scappare sotto il letto. Il prete la seguì nella sua disperazione, decise, allungò il piede e la schiacciò con rabbia. Si pentì quando vide l’animale muovere una zampa.
                                     31-2  continua

venerdì 16 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-1



TRENTUNO
‘Devo fare di più, di più’ pensò don Marco, e programmò di trascorrere una notte intera a pregare per Roberta, a vegliare vicino a lei. Una notte intera, e se poteva servire anche una notte al mese, alla settimana. Esagerare, perché la santità era esagerazione e pazzia. E quella sera decise di mettere in pratica il proposito. Non lo aveva programmato. Anziché alzarsi all’imbrunire e scendere nella tendopoli per la cena, restò seduto nel corridoio. Digiunare non gli faceva paura, anche se al primo pensiero di quel digiuno sentì una vampata di appetito. Aprì il quaderno dove appuntava i suoi pensieri e scrisse: ‘Mi fermo sino all’alba. Devo fare sino in fondo la mia parte, da uomo di fede. Di preghiera. Potrei pregare anche nella mia tenda. Sento che mi è chiesto altro. Cosa sarà mai questo sentire? La mia coscienza? La voce di Dio? Semplicemente un pensiero come tanti? Un senso di colpa per essere ancora vivo, quando Romano è morto e non sono stato capace di salvarlo? Che domande idiote. Le domande senza risposte non meritano il nostro tempo. Inutile sprecare un tempo già così sfuggente, minimo. Pregare pregare pregare…questo solo farò, pregare come un martello pneumatico che infine penetra nella roccia e la spacca.’
Anche quella sera, poco alla volta, se ne andarono tutti: i genitori di Roberta, la sorella, don Elio, i medici in servizio durante il giorno, le infermiere che non avrebbero dovuto sopportare il turno di notte.
Andandosene, il cappellano gli aveva detto: “Rimani ancora?”
“Cinque minuti, qualche minuto” era stata la sua risposta.
“Buona serata, allora” e se n’era andato, lasciando il ricordo del rumore dei suoi passi e del penzolare della corona del rosario.
“Anche a te” aveva detto lui, osservando il suo passo strascicato, pesante benché fosse magrissimo. ‘Il peso della vecchiaia’ pensò don Marco ‘meglio andarsene prima.’
La notte arriva presto in ospedale. Dall’esterno salivano al prete i rumori e la luce di una serata estiva. Ebbe la tentazione di rinviare la veglia più in là, magari dentro una giornata di pioggia. Mantenne fede alla promessa e si alzò, portandosi alla finestra. Nel cammino sentì il fastidioso dolore al ginocchio, che da tempo gli procurava una modesta zoppia. Non aveva voglia di andare dal medico, non aveva voglia di dire a se stesso che era disturbato da quella fitta da niente, ma era costretto ad ammettere che non sapeva soffrire. Un male minimo lo insospettiva, lo preoccupava e gli faceva rivoltare l’umore. Benché cercasse di nascondere la sua ridicola pena (ridicola se confrontata con l’immenso dolore del popolo d’Abruzzo) quella si imponeva, gli raccontava che avrebbe potuto essere un tumore, chissà, un domani avrebbero dovuto amputargli la gamba, costringerlo alle protesi. E un tumore è vigliacco, si diffonde, può far male davvero. Dal ginocchio saliva alla mente la paura di morire. E se era facile pregare Dio nella salute, per la salute degli altri, gli veniva la nausea se pensava ad un padre che permetteva quel male al suo ginocchio.
Si avvicinò al davanzale, sentì il suo ventre gonfio appoggiarsi al bordo, provò ancora disagio, cercò di dimenticarsi di se stesso, il solo modo per trovare un po’ di quiete. ‘La mia vita sono gli altri, la mia vita sono gli altri’ ripeteva, e gli occhi scendevano in basso, nel cortile interno dell’ospedale. Stavano parcheggiate auto e ambulanze, qualche bicicletta e una moto di grossa cilindrata. Una decina di alberi salivano al cielo, avvinghiati al tronco dal cemento. Dopo il cortile altri palazzi del nosocomio, il resto oltre quell’orizzonte di calce e mattoni era da immaginare: i colli feriti, le case diroccate, la gente carica di pazienza nelle tendopoli, le bestemmie di chi non aveva fede e di chi la stava perdendo.
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