mercoledì 14 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 29



VENTINOVE

Scrosciava dal cielo d’Abruzzo una pioggia senza pietà. Fredda, sputata sulle cose e sugli uomini da un vento che pareva soffiato da un demonio incazzoso. Don Marco faticava a vedere la via, teneva i tergicristalli alla velocità massima, la ventola sul quattro, l’aria calda ma i vetri dell’auto si spannavano a fatica, doveva usare un panno per farsi strada, per vedere in quelle raffiche d’aprile. Una primavera bastarda.
Arrivò alla tendopoli, un distesa di case finte color cielo sereno. Posteggiò nel fango. Non c’era che fango in quella spianata di anime prostrate. Senza scendere dall’auto si infilò gli stivali di gomma, a fatica; nonostante mangiasse poco e male da giorni quel suo ventre obeso non perdeva centimetri di circonferenza. Si sentiva gonfio. Prese l’ombrello e scese nella pioggia e nel gelo.
Era il minimo che potesse fare: celebrare la Messa per gli aquilani costretti alla tenda in attesa della new town, della cittadina prefabbricata che era stata loro promessa dagli uomini delle istituzioni. Il minimo, ma prima del terremoto gli sarebbe parso un gran sacrificio.
L’acqua del cielo aveva chiuso gli aquilani nelle case di tela impermeabile. I segni di vita erano i rumori che filtravano all’esterno: parole, pianti di bimbi, televisori accesi, musica. Il pianto degli adulti era silenzioso, non usciva all’esterno, era un dolore compresso, una matassa di rabbia e paura che opprimeva la bocca dello stomaco. La pioggia mitragliava le tende, annegava nelle pozzanghere, regalava nutrimento alla natura e nuove ragioni di lamento per la gente del terremoto. Cominciava a dar fastidio davvero, a inumidire i vestiti e le coperte, a filtrare all’interno di quei locali provvisori, rendendo la sopravvivenza uno strazio.
Vide un pallone uscire veloce da una tenda, seguito dai rimproveri di una madre e dalla corsa di un ragazzetto di una decina d’anni, con piccoli stivali verde semaforo che rincorreva la sfera a scacchi. “Basta! Basta col calcio!” urlava la donna. Don Marco si chiese se era stata lei a calciare fuori il pallone, esasperata, oppure il bambino, con un tiro più potente del consentito. Osservò la corsa traballante del ragazzo, che non si curava di scansare le pozze, pareva entrarci di proposito, con passi che facevano schizzare l’acqua provocando alti spruzzi. La palla si era fermata contro la tende di fronte. Il ragazzetto la prese con le mani e anziché tornarsene dentro per la via più breve, immaginò un rientro più lungo, per sfogarsi, per correre un po’. Passò vicino al sacerdote e don Marco si lasciò vincere da un verbo che gli uscì senza pudore: “Passa!” disse. Il bimbo si fermò, riconobbe il prete che diceva Messa, superò la sorpresa e gli fece arrivare fra i piedi la sfera. Stop di piatto, passaggio di ritorno, e nel tempo di quei due movimenti calcistici rivide le sue partite giovanili, la scelta sacerdotale, la fatica di quella rinuncia, e insieme riassaporò il sapore del gol, della doccia dopo una vittoria sudata, le bevute alla fontanella in fondo al campo, per soddisfare la violenta sete dell’estate. ‘Di sicuro ora sarei più magro’ pensò. 
Il piccolo immaginò di scartare chissà quale difensore e tirò contro un palo della luce, la palla rimbalzò (l’aveva centrato) rotolò e finì a mollo in una delle pozze più profonde della tendopoli. La madre si affacciò da quell’uscio di plastica: “Marco, dove sei andato? Non mi fare uscire, altrimenti…” Si chiamava come lui. Lo ammirò nella sua resa all’obbedienza di figlio: raccolse la palla, la fece volteggiare in aria, la abbracciò come un portiere dalla presa sicura. Rientrò nella tenda.
La donna vide il prete. “Don Marco, vuole un caffè?”
Solo un mese prima avrebbe risposto ‘La ringrazio, come l’avessi preso, vado di corsa’ e invece disse di sì, volentieri, avrebbe fatto in tempo per la celebrazione.
Entrò. Di fronte al televisore un uomo, un adolescente e il piccolo Marco, che si stava togliendo gli stivaletti. Dalla tele usciva una canzone, che ripeteva ‘Domani, domani….’
“Ci hanno regalato pure una canzone” disse l’uomo, che s’era alzato e aveva stretto la mano al don. “Fanno presto quelli, si ritrovano e si fanno una bella cantata…all’asciutto. E col portafoglio gonfio.”
La donna sbuffò.
“E vorrei proprio sapere che fine faranno i soldi del cidì, chi se li imboscherà” continuò l’uomo, insofferente
“Fanno quello che possono anche loro” disse la donna, con la moka del caffè in mano.
“Già” disse il don, che intanto si guardava intorno. Aveva visitato altre tende, non quella, ma vista una era come averle conosciute tutte. La pioggia aveva però costretto a nuovi arredi: catini e secchi per contenere le gocce che filtravano, scivolavano, rimbalzavano sui poveri beni di quelle famiglie accampate.
“Fa freddo” disse don Marco.
“Quando le fa storte, Dio ci va giù pesante” disse l’uomo, incenerito dallo sguardo della moglie. Ma lui fissava don Marco, quella frase era per l’uomo di Dio, da lui si aspettava una replica decente.
“Se conoscessi i pensieri di Dio” rispose don Marco.
“Se non li capisce lei” disse il padrone di casa.
“E finiscila” disse la donna. “Ho invitato don Marco per il caffè, non per il tuo processo.”
Il prete si sentì a disagio, cambiò discorso, prese a pretesto la canzone che non aveva lasciato lo schermo. “Mi diceva di questa canzone…di che si tratta?”
“Una cinquantina di cantanti famosi” disse il papà di Marco, “si sono ritrovati per noi, per raccogliere soldi….chissà quando li vedremo…ma qui ci vorrebbe un miracolo” e si passò la mano nei capelli, lunghi capelli neri.
Don Marco pensò che il miracolo era già presente in quella loro pazienza, nella voglia animalesca di non voler morire, di resistere alla tragedia. ‘Non siamo così soli…non siamo così soli…’ ripetevano i cantanti alla tele, in un abbraccio canoro. 
Arrivò il caffè. Il prete guardò l’orologio, fece due calcoli, non avrebbe rispettato il tempo di digiuno prima della celebrazione eucaristica, preferì tradire le regole ecclesiastiche, non il desiderio di condividere il suo tempo con quella famiglia. Fatti e non parole. Di prediche ne aveva scritte a migliaia, una vita di sermoni con l’impressione che non sarebbe mai stato in grado di mettere in pratica quelle buone intenzioni, che lanciava dal pulpito come coriandoli a carnevale.
Bevve il caffè, ringraziò, saluto, guardò Marco che stava incollato al video. Il ragazzetto si girò e gli sorrise, con la felicità incosciente dei piccoli, che non vedono lontano e s’accontentano del loro eroe televisivo, che dimenticano alla svelta, non ancora tarlati dal virus della memoria, dal terrore dell’epilogo.
Don Marco uscì dalla tenda, aprì il grande ombrello che aveva preso con sé e si diresse verso la chiesetta da campo: solo un’altra tenda, con un tavolo per altare, qualche sedia, un tabernacolo provvisorio e la candela rossa, accesa per non perdere la speranza che quel pane tondo e piatto fosse davvero il corpo secco di un Dio.        
     
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martedì 13 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 28



VENTOTTO

Il canto finale di quel funerale di massa ebbe inizio. Don Marco era molto stanco ma resisteva in piedi, una ridicola sofferenza per capire qualcosa del dolore vero. Immaginava che sarebbe stato impossibile comprenderlo, reggerlo; ma alla fine –considerava- molti arrivavano a sopportarlo, naufraghi che lottano perché fa più paura la morte di tutta la fatica del vivere.
Avrebbe voluto essere invisibile, lui, solo, al cospetto dell’assurdità. Il cattivo odore del suo sudore gli saliva al naso, gocce sulla fronte, una fastidiosa umidità in tutto il corpo. La preghiera era penosa e vuota di speranza. “Persino un prete è ridotto così” si disse, e le ultime note del canto salirono al cielo, un cielo smagliante, felice, irridente per il troppo sole, sorto a dar luce alla tragedia.
Cominciò la lunga operazione del trasporto delle bare. Il silenzio di minuto in minuto si riempiva di voci, riaccese dalla speranza rinata con la celebrazione; ma era più che altro la voglia di dichiararsi ancora vivi.
Don Marco restava immobile, cercando di intuire quale fosse la bara 123. Cominciò a girare fra le casse, e come lui tante altre persone. Gli ultimi saluti, gente in ginocchio, muti, qualche gesto di disperazione composta, piccoli pugni contro quel legno lucido, come a voler svegliare chi dormirà senza fine. Altri vagavano come in un labirinto, non ritrovavano la via d’uscita verso la felicità.
“Qualche parente?” gli chiese un uomo sulla sessantina.
“No, no” disse don Marco.
“E’ fortunato” rispose, con un sorriso sbieco che prese l’andazzo di una smorfia.
Don Marco volle dare a quelle labbra scomposte un senso, che più o meno suonava così: ‘Per forza, i preti non hanno parenti, i preti non hanno figli, i preti non capiranno mai un cazzo della vita vera. La loro vita che puzza d’incenso è comoda e falsa.’
Fu costretto a dargli ragione, a convenire con quel pensiero malandrino. Ma non era più disposto ad accettarsi così. Riprese la ricerca, bastava seguire i numeri, ben visibili di fianco al feretro. Così arrivò nella zona della 123. Li vide da lontano, un padre e una madre, dovevano essere sicuramente i genitori di Romano. Lui, alto, reggeva come una pianta dal tronco robusto la sofferenza di lei, che si appoggiava al solo sostegno rimasto, dopo quell’addio che nessuno si aspettava. Una chiamata al cellulare, vado via qualche giorno, tranquilli, tutto bene, poi un’altra chiamata che lascia intuire la tragedia, e un passo più in là il riconoscimento di un figlio sventrato, che non si è potuto salutare come si deve. E l’esistenza è finita. Per tutti.
Don Marco fu sul punto di continuare il cammino, voleva presentarsi, vedere i loro volti, ma si fermò: non avrebbe trovato parole, se non parole di prete, che in quel momento della sua vita erano un canto stonato. Restò nel sole, ogni tanto metteva la mano a visiera, osservava i due che restavano immobili, chiudeva gli occhi, pregava.
Vennero anche per la bara 123, la sollevarono e il piccolo corteo prese la direzione del carro funebre, assegnato a quella morte. Volle seguirli da lontano. Considerò che in due, che un padre e una madre avrebbero condiviso, e quel boccone amaro si sarebbe diviso a metà. Forse ce l’avrebbero fatta, abbracciati così, dopo l’abbraccio che aveva generato Romano. Gli nacquero dentro le immagini di quel giovane, che era stato un bambino; lo vide correre, divertirsi, lo vide crescere, faticare nello studio, emozionato per i primi amori. Un sentimento ambiguo di rabbia e commozione, protesta e compassione gli si formò dentro e lo invase. Si fermò e si ritrovò senza un pensiero preciso inginocchiato, ad abbracciare una bara sconosciuta. E il pianto salì finalmente a liberarlo.     
    
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lunedì 12 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 27



VENTISETTE

Il papà di Roberta si chiamava Rino, la mamma Rosalba. Quando si era trattato di trovare il nome giusto alla primogenita, avevano pensato -con scarsa fantasia e riducendo di molto il ventaglio di opportunità- di mantenere la erre come lettera iniziale. Da lì il nome Roberta, e Renata alla secondogenita. Una forma elementare per illudersi di essere una famiglia unita. Ma la fortuna o il caso o chissà che avevano voluto che quella famiglia crescesse davvero con un forte senso di appartenenza alla piccola comunità domestica, che andava avanti a litigi, silenzi ma più spesso sceglieva sentimenti positivi.
Rino, Rosalba e Renata erano arrivati in quell’ospedale dell’Aquila martedì sette aprile, quando ormai era buio. Il cellulare e i documenti di Roberta avevano reso il loro incontro il più veloce possibile. Da quattro giorni si alternavano, vegliando intorno al letto della figlia. I medici con i genitori non avevano nascosto il vero: era tutto possibile, il risveglio e la morte, la rinascita o la sconfitta definitiva. Sperare era il solo atteggiamento razionale. Si trattava comunque di coma vigile. “Stato vegetativo persistente” aveva chiarito il medico. “Abbiamo autonomia respiratoria e cardiocircolatoria, è lecito sperare.” Sconsigliavano il trasferimento in un altro nosocomio, la risalita verso Milano. Quel reparto di terapia intensiva poteva bastare. Comunque erano sempre liberi di firmare e di portare la ragazza più a nord. Roberta aveva bisogno di cure e di preghiere, di sentire parole affettuose e rassicuranti, ripetute con ostinazione, piangendo o ridendo. Per il momento, però, non dava cenni né di capire né di soffrire. La ragazza dormiva e si svegliava, apriva e chiudeva gli occhi, ma la sua lontananza dalla vita piena era angosciante.
Si annusava un profumo buono, di primavera e di disinfettante. Fiori recisi erano stati invasati e i vasi posti su ogni comodino, il terremoto non aveva interrotto il procedere della stagione bella.
In un momento di sconforto, quando il continuo abbandonare gli occhi sopra la figlia distesa si era fatto insopportabile, Rino si alzò e seguì i rumori che filtravano al di fuori della camera d’ospedale. Prese il lungo corridoio pieno di luce, cercando nel cammino di scacciare la certezza che non si sarebbe mai più svegliata. Cercò di strozzare l’angoscia con lunghi respiri, non trattenne alcune lacrime, di commozione e di rabbia, finse di non aver sentito il saluto di un paziente, che camminava sorretto da un girello a quattro ruote. Proseguendo in quella direzione, il rumore aumentava. Era un televisore acceso. Entrò nella piccola sala, stavano sedute cinque persone, due sedie erano libere, si sedette sopra quella più isolata. Non aveva voglia di contatti umani. Davano in diretta i funerali dell’Aquila. Lo sapeva che si sarebbero celebrati quella mattina, sapeva di Roberto, aveva avuto modo di incontrare i genitori dell’amico di sua figlia, era informato ma desiderava una cosa soltanto: quel risveglio. Eppure anche quel risveglio non sarebbe bastato, perché aveva il terrore che ne uscisse ferita per sempre. Pensieri velenosi lo intossicavano: non poteva ingannare se stesso, era contento per la sopravvivenza di Roberta. Era sua figlia, per Dio! L’altro non lo conosceva nemmeno, provava pietà, si immedesimava in quel padre ma alla fine di quella compassione un po’ artefatta restava la gioia per la possibile salvezza di Roberta. Aveva schifo di quei pensieri meschini, ma gli appartenevano e avrebbe dovuto accettarli.
Si sedette. Il celebrante stava parlando. Capì che si trattava della predica. Non era incuriosito da quelle parole. Non gli avrebbero insegnato nulla. Avrebbero potuto solo farlo incazzare di più. Ma resistette. Sapeva che la rabbia avrebbe ceduto al pianto, e col pianto sarebbe arrivata la voglia di pregare. La implorava ma intanto non poteva guardare quel prete con benevolenza. Aveva forse avuto vittime nella tragedia? Aveva una figlia in coma? Come capire il dolore di un padre e di una madre, con quella tonaca addosso? Troppo facile consolare senza reale compassione, possibile solo a parità di disgrazia.
“Solo Dio potrà aiutarvi” stava dicendo il celebrante. “La mia povera voce ha senso solo se sarà capace di farvi salire sino a Lui.”
Lui, Lui… ripeteva Rino, Lui chi? Quel Dio che aveva permesso il terremoto? Addirittura voluto? A Lui bisognava ora affidarsi? Pregare una contraddizione? O pregare il nulla? Un’invenzione?
Stava bruciando di dolore, quelle parole non lo dissetavano. Si alzò, i gommini della sedia strisciarono sul pavimento con un lamento, lo schienale cozzò contro la parete, due dei presenti si voltarono, Rino si girò verso la porta. Fece in tempo a vedere che stavano mandando immagini a tutto campo, una panoramica della spianata ricoperta di bare e di uomini disperati. Meno fortunati di lui. Corse verso sua figlia.    

                                                                                             27 - continua

domenica 11 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 26



VENTISEI

Venerdì 10 aprile 2009

Il giorno che tremò la notte era un lunedì, il sei aprile duemilanove. Don Marco era in auto diretto a Roma, ma nella Capitale non arrivò mai. Per le notti aveva chiesto ospitalità al parroco di uno di quei paese sgretolati; la canonica era rimasta in piedi, predilezione divina, o forse segno di speranza.  La mattina del dieci aprile, un venerdì, si era recato a L’Aquila, uno fra i cinquemila presenti ai funerali di duecentocinque vittime del terremoto. Lutto nazionale, esequie di Stato, politici d’alto grado e prelati dall’anello pesante e dal lungo pastorale con la voluta; in più milleseicento parenti delle vittime e altre tremila persone, in piedi nella spianata, sotto un simpatico sole di primavera, che scaldava le proteste verso Dio e asciugava le lacrime. Ma le proteste erano troppe e circostanziate; le lacrime si riformavano subito e scivolavano lungo il solco già tracciato.
Per giungere alla spianata di cemento, dove era stato allestito l’altare, don Marco aveva costeggiato alcuni campi sportivi di tennis e di pallacanestro. Lungo la via si erano incolonnati gli oltre duecento carri funebri, una fila di mezzo chilometro; quindi alcune ambulanze, mezzi dei Vigili del Fuoco e le spalle dei presenti, divisi per settori.
Pensò che avrebbe preferito starsene in piedi ma il più vicino possibile alle bare. Aveva saputo che quel giovane era stato estratto dai ruderi della casa, che si chiamava Romano e che ora riposava disteso nella bara numero 123. Era stato informato anche di Roberta, la giovane che era nel letto con lui, ricoverata in coma in un ospedale della capitale abruzzese. Non li aveva abbandonati più. Pensare a loro, stare con loro gli faceva bene; la loro storia di dolore lo rendeva meno prete e più uomo. Aveva preferito salutare il giovane per l’ultima volta; per Roberta ci sarebbe stato tempo.
Quattro lunghissimi tappeti rossi isolavano il legno dal cemento. Sopra ogni tappeto s’adagiavano i corpi, nascosti dal feretro, di oltre cinquanta vittime dei quel rutto di morte. Molte le bare bianche; soprattutto su quelle si inginocchiavano genitori increduli, sfatti dal dolore. Sopra il coperchio di alcune delle bare più piccole stavano appoggiati giocattoli e altri oggetti, compagni di giochi e di emozioni di chi era stato schiacciato dalla sua casa, il luogo più rassicurante. Oltre i morti era stato allestito un palco azzurro, con baldacchino, a riparo della pioggia o del sole.   
La maggior parte dei presenti piangeva o recava intorno agli occhi il segno della commozione. Questo lo disturbava, perché a lui non riusciva di piangere. Nemmeno pensando a Romano e Roberta, che aveva visto e accarezzato. Nessuno sfogo gli usciva dagli occhi. E di fronte a quell’immane tragedia, gli parve di soffrire troppo poco. La ragione gli aveva imposto di lasciar perdere Roma e quella promozione, quasi un’offesa se commisurata al dramma di una terra ferita nel profondo. Ma perché non gli bruciava il cuore?
Guardò un militare, uno fra i tanti presenti sotto il cielo d’Abruzzo, chiamato per il servizio d’ordine. Giovane, stropicciava il cappello d’alpino fra le mani, tratteneva il pianto ma si capiva che ce l’aveva lì, pronto a tracimare. Era bello nella sua compassione. Avrebbe voluto rubargli quel segreto elementare, quell’abilità che scalda, che fa bene.
Alcuni uomini del servizio d’ordine si avvicinarono ai parenti che stavano in ginocchio ai piedi delle bare. Era solo per dire loro che presto sarebbe iniziata la funzione religiosa. Ma erano timorosi al cospetto di quella afflizione. Arrivò anche l’annuncio al microfono. Partì il suono di un organo, un organetto da campo, non all’altezza di quella cerimonia. Una musica afona, gracchiante. Seguì il coro, voci piene, forti, calde. Alcune mamme e papà si staccarono dai loro figli e andarono ad accomodarsi nei posti loro assegnati; altri parevano di pietra, un corpo solo con la cassa di legno e con il morto nel buio. 
Il canto ebbe fine e cominciò la Messa. Don Marco seguiva senza concentrazione. Era distratto da pensieri apparentemente senza alcuna connessione. Poteva riflettere su Dio e su quel suo amore illogico, disumano e un istante dopo ritornare a quei suoi occhi secchi, al cuore freddo, poco carnale; cominciava ad essere stanco, avrebbe voluto sedersi, il sole era caldo e ora persino fastidioso, si era dimenticato in auto gli occhiali scuri, la luce lo abbagliava, vedeva piccole macchie nere apparire e scomparire sul suo campo visivo. Cercò di concentrarsi, sarebbe stato un segno di rispetto verso quei corpi martoriati. Si sentiva a disagio, non giudicava congruo il suo comportamento, date le circostanze. Fissò l’altare, notò che due uomini politici erano distratti, parlavano fra di loro. Un altro spense il telefono cellulare, ma prima lesse un messaggio.
Venne l’ora dell’omelia. Conosceva personalmente il Cardinale che celebrava. Lo stimava. Anni addietro era passato anche attraverso la prova dell’invidia, del desiderio di raggiungere il suo grado episcopale. Ma era trascorso il tempo, svanite le speranze di arrivare così in alto, e nell’accontentarsi di un destino più sobrio aveva imparato ad invidiare di meno, ad accettarsi, a rallegrarsi per promozioni di minor prestigio.
Ebbe un pensiero disturbante, che tradotto voleva dire: ‘Vediamo cosa sarai in grado di dire, al cospetto di tutta questa insensatezza.’ E per un attimo divenne anche cattivo, augurandosi che il Cardinale facesse la figura del prete, capace di insegnare agli altri con frasi imparate alla scuola della Parola di Dio, ma poco compassionevoli. Si pentì di essere così stronzo. Cercò di strappare via quella gramigna, dalle lunghe radici avvinghiate alla sua anima debole.        


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sabato 10 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 25



VENTICINQUE


Peppo vide partire la vettura dei due carabinieri. Avevano acceso la sirena ma l’avevano spenta subito. Non c’era traffico lassù, piuttosto paura, fatica, rabbia. Peppo, chissà perché, si fissò nella mente la targa della camionetta, E.I. 12578 e guardò Giorgio: “Dai che uno l’abbiamo tirato fuori” disse.
“Speriamo. Povera figliola.”
“Ma è viva, cazzo, non portar rogna.”
“E’ viva, è viva...”
Guardarono il tetto mutilato, la scala contro la parete della casa, il cielo ferito. Due persone stavano lavorando, spostando piccoli detriti, briciole.
“Con lui non ci si riesce” disse Giorgio.
“Ci vuole la gru” disse Peppo.
“Troppo tardi ormai, cazzo!”
Per un attimo i loro sguardi si incrociarono. Occhi rossi, gonfi, mani ferite, terra sui capelli, sui vestiti. Peppo aveva il viso scavato, incazzoso, rughe profonde. I tratti somatici di Giorgio erano quelli della persona paziente, che spera. Quieta, riflessiva.
“Che facciamo? Andiamo su?” chiese Peppo.
“Diamogli il cambio, dai” e Giorgio alzò lo sguardo verso la scala e il cielo.
Arrivò un’ambulanza. Peppo pensò che non sarebbe più servita, almeno in quel cortile. Ma l’immagine triste del giovane schiacciato dal terremoto gli procurò una ribellione potente, prese Giorgio per un braccio: “Per la Madonna, saliamo, dai, ce la si fa, ce la si fa ancora.”
Giorgio lo seguì. Aveva già un piede sul piolo e si ricordò del sacerdote. “E      quel prete? E’ ancora dentro casa?”
“Da lì non combina una sega” disse Peppo.
“Rischia soltanto.”
“Io salgo, vado su a controllare.”
“Arrivo” e Giorgio torno ad appoggiare i piedi a terra. Si avvicinò all’uscio.
Lo vide a metà scala, con le mani nei capelli. Era una macchia nella penombra e nel freddo. Non lo conosceva, cosa avrebbe potuto dirgli? Perché si era intestardito nella scelta di provarci da lì sotto? Chi era questo don Marco? Da dove veniva? Non avevano avuto tempo di presentarsi, si erano messi subito a spostare tegole.
“Venga fuori” urlò Giorgio.
Don Marco alzò la testa ma non rispose.
“Ci sono le scosse, perché rischiare?”
Don Marco disse qualcosa, Giorgio pensò di poter tradurre con un adesso esco, ma non ne era sicuro.
Il tuono di una nuova scossa d’assestamento partì da lontano, come un ruggito o un lamento di animale ferito. Crebbe e cominciò a piovere calcina dalle pareti.
“Fuori, fuori!” urlò Giorgio, che corse all’aria aperta.
Gli uomini sul tetto si erano già preparati alla fuga. Peppo era a metà scala, uno era già nell’aia, l’altro invitava a far presto, dall’alto della casa.
“Tutti via, questa è forte” urlò un giovane che stava nel cortile. Peppo toccò terra e si mise a correre. Giorgio restò immobile, a due metri dalla porta d’ingresso, sventrata dal sisma.  Fece un passo verso il prete ma si fermò. Aveva troppa paura.
La gente scappava dalle case, chiedendosi se non avessero già sofferto abbastanza, se il male non si fosse ancora sfogato.
“Viene giù, viene giù” urlò una donna. La scala appoggiata alla parete si sbilanciò verso il vuoto. Cadde a pochi metri da Giorgio con un gran colpo e si spaccò nel mezzo.
Il tremore della terra crebbe di nuovo. Giorgio fece due passi indietro. Immaginò la parete della casa che si sbriciolava, pensò che a quella distanza non era al sicuro. Un pezzo di grondaia si staccò del tutto. L’uscio di casa venne oscurato dalla terra mossa dai detriti. Una nuvola. In quella nuvola filtrò l’urlo di Giorgio, che chiamava disperatamente don Marco. E dalla nuvola, di corsa, venne fuori il prete, inciampò sulla scala, cadde senza grazia, si rialzò con calma, come chi cerca di nascondere con la noncuranza la brutta figura di una goffa caduta.
Giorgio era corso a dargli una mano.
“Ce la faccio, ce la faccio, grazie…” disse don Marco.
La casa cedette all’improvviso. Si ripiegò, riempì di macerie gli spazi che avevano ospitato vite umane, avventure, destini, sesso.
Lo spostamento d’aria sollevò una nebbia densa e male odorante. Don Marco e Giorgio erano rimasti i soli nel cortile. L’auto dei due giovani venne sommersa dalle pietre. Più che vedere, i due sentirono la casa crollare, spinti dallo spostamento d’aria. Terrorizzati, si erano messi a correre verso la strada provinciale.     

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venerdì 9 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 24



VENTIQUATTRO
 Don Marco era entrato nel buio delle scale. Ancora una volta. Nel salirle con attenzione, contava il prezzo di quel rischio. Era più pericoloso stare sul tetto o dentro casa? Quante le possibilità di salvare l’altro giovane? E queste aumentavano operando sul tetto o cercando di tirarlo fuori da sotto? Salvarlo: era quello l’unico metro di giudizio. E ad evitare il rischio ci avrebbe pensato Padre Eterno. Era sicuro della protezione divina, che gli spettava perché stava facendo una buona azione. E Dio protegge i suoi figli. O no? Quella negazione sostava in lui, insieme alle troppe immagini di disgrazie che smentivano la misericordia di Dio. Morte a chi avrebbe dovuto meritarsi la garanzia di una vita sicura. Il mistero di Dio era anche in quel rischio. No, non poteva far conto di nessun soccorso dall’alto. Ma intanto pregava e saliva verso un locale che non si riconosceva più, facendosi luce con una pila troppo debole. Chiamava, nella speranza di ottenere risposta.
Silenzio, il rumore dei suoi passi, il colpo secco delle pietre che rotolavano verso l’uscio, voci da fuori, la sua tosse, quella polvere lo stava avvelenando. Si fermò. Frugò in tasca. Prese un fazzoletto e se lo legò davanti alla bocca. Tornò ad affacciarsi nel poco spazio di un locale invaso dal terremoto, fece luce nella direzione del ragazzo. Morto? Morto certamente, per quanto poteva giudicare lui. Ma la luce era fioca e i margini di errore elevati. Pregava che il Signore, padre buono, lo dimostrasse anche in quel caso, pregava che il ragazzo non stesse soffrendo al limite dell’umano patire, pregava di non scappare alla prospettiva di un nuovo crollo. Don Marco pregava sempre, era una cantilena che dall’anima gli si fermava sulle labbra. Senza quella forza fuori di lui non avrebbe retto il suo stare lì dentro.
Dalle voci confuse che filtravano dall’aia intuì che stavano calando la ragazza, qualcuno sosteneva che era certamente viva, aveva mosso un braccio e il prete ringraziò Dio.
Ma perché era entrato? Era contro ogni logica stare all’interno, la sola possibilità era liberarlo dall’alto, togliendogli di dosso quel peso insopportabile. Salva la ragazza, era il tempo di concentrare le forze sul giovane. Sentì qualcuno che gridava: “Ma quel prete è dentro casa? E’ matto?” Una donna si affacciò nella luce dell’uscio, guardò verso di lui: “Reverendo” disse, “stia attento, venga fuori, è troppo pericoloso.”
Non c’era possibilità di salvarlo dall’interno della villetta. Il suo era un rischio stupido. Irragionevole. Fosse venuta giù la casa sarebbe morto per una leggerezza, per un atto istintivo.
Ma era entrato per vederlo. Avrebbe desiderato accarezzarlo, confortarlo. Lui, prete, non poteva non esserci, la sua presenza vendicava il silenzio di Dio, gli dava un suono.
Non c’era ragionamento, comunque. Don Marco aveva scelto perché lo sentiva un cammino naturale. Una delle rare decisioni nate così. Un’idea facile da seguire, senza i pro e i contro di ogni atto ponderato. La qualità del comportamento –un continuo ragionare, saggiamente, per non sbagliare- aveva montato i pezzi del giocattolo complicato che era stata la sua vita sino a quella notte di aprile. Così anche da giovane, quando aveva deciso di entrare in seminario. Così sempre.
La donna si era allontanata dall’uscio. Don Marco discese qualche gradino. Si sedette. Avrebbe dovuto scappare fuori e tornare fra le tegole, scorticarsi le mani. Ma avevano notato che nella presunta zona dove era sepolto il ragazzo gravava una trave appesantita dalle macerie, non ce l’avrebbero mai fatta a sollevarla senza l’aiuto di una gru. O di tanti altri uomini sul tetto, con il pericolo di un crollo.
Si sedette. Si senti all’improvviso stanchissimo. Scoppiò la fatica di molte ore di lavoro. Ma forse era una fatica più profonda, una delusione che gli stava tarlando l’anima.
La testa pesante gli cadde sulle mani. Pianse. Si sentì tradito. Nel luogo del dolore, della sconfitta risentì il lamento del Cristo in croce: perché mi hai abbandonato? Il crocifisso lo chiedeva a suo Padre, a Colui che avrebbe dovuto amarlo più di ogni altro.
Erano tutte castronerie. Era un’invenzione. Ecco che tornava il dubbio atroce. Sempre così. Negli spazi di euforia, di successo, di bellezza, Dio era inconfutabile. Nel dolore del mondo, nel gemito dei corpo feriti Dio si faceva necessaria trovata dell’uomo. Sempre così, ma don Marco sapeva come fare per liberarsi da quel sospetto lancinante. Era in grado anche di giustificarlo, di fronte ai fedeli, lui sul pulpito, con il Vangelo all’ambone, davanti, scritto a grossi caratteri, perché non ci si potesse confondere con altre parole divine. Sapeva trovare la strada teologica, biblica, filosofica e –se era il caso, a seconda di chi stava ascoltando- anche parole semplici per confortare e assicurare la protezione di un Padre amorevole. E in ogni caso restava l’ultimo approdo, la resurrezione. La via d’uscita era comunque assicurata. Bisognava crederci: se no, che fede sarebbe stata senza quell’esito? Lo diceva San Paolo, un illustre uomo di Dio, uno che dopo aver tradito aveva scoperto la verità. Uno che aveva saggiato l’altra versione della vita, quindi se ne intendeva, non poteva avere rimpianti.
Dalla luce dell’uscio saliva l’odore della tragedia. Freddo, parole, terra e polvere, pianti e gli ordini precisi del tenente colonnello dei Carabinieri, che aveva visto arrivare con la camionetta. Don Marco provò a scrollarsi la testa: per svegliarsi da un incubo, per cercare di mettere in ordine i pensieri come si fa col setaccio, separare il buono dallo scarto, mondare la verità dalle bugie.        

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giovedì 8 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 23


VENTITRE
Arrivando al paese, il tenente colonnello Duccio Guidi, comandante dei Carabinieri, considerò che il campanile non era crollato, il piccolo orologio segnava correttamente le dieci e dieci. Erano passate sette ore dalla scossa che aveva devastato l’Abruzzo. Era giunta voce alla loro radio che lì avevano bisogno di un mezzo adeguato che trasportasse all’ospedale più vicino un terremotato in fin di vita; lo stavano sfilando con riguardo e fatica dal tetto crollato, respirava ancora, forse con un soccorso immediato si sarebbe evitata un’altra vittima, oltre alle sette che già si contavano in quella frazione fra le montagne dell’Appennino.
Vista l’ora, il tenente colonnello aveva poi osservato che non c’erano altri soccorritori, nessuna vetture del 118 né mezzi della protezione civile o altri colleghi delle forze dell’ordine. Era stato il primo ad arrivare: si sentì orgoglioso e impaurito. Toccava a loro portare a termine il salvataggio.
Più d’uno si fece vicino all’auto, indicando a gesti e parole qual era la direzione da seguire. Entrando in ciò che avrebbe dovuto essere un cortile, davanti ad una casa parzialmente diroccata, Duccio Guidi vidi due persone sul tetto, una terza stava scendendo per la scala appoggiata alla facciata della casa. Seguì quest’ultima che, senza neppure salutare o farsi appresso al loro mezzo, era entrata dalla porta principale dentro l’edificio.
“Fermo qua?” chiese l’autista.
“E dove, se no?” rispose il superiore.
“Presto, fate presto” gridavano dal tetto. “Per fortuna, ora scendiamo.”
“Un momento” gridò verso l’alto il carabiniere, che aveva già valutato i rischi. Aveva notato che i due sul tetto stavano avvicinandosi alla scala, cercando di trasportare una persona immobile, che non collaborava, certamente svenuta.
“Attenti, un attimo” urlò Duccio Guidi. “Salgo anch’io” e si arrampicò sulla scala.
Ora sul tetto erano in tre, più il terremotato, disteso sopra le pietre.
L’uomo dell’Arma si presentò, strinse la mano a Giorgio e Peppo, invitò alla riflessione. “Respira?” e si chinò sul corpo. Era una ragazza, giovane, tumefatta, lacera, impiastrata di sangue e calcina.
“Dobbiamo fare in  fretta” disse il tenente colonnello. “Ma così non possiamo calarla di sotto.”
Peppo era una furia: “Diobono, la lasciamo crepare?”
Giorgio cercò di quietarlo, Guidi parlò con la calma data dall’esperienza e dalle caratteristiche del suo mestiere: “Ci vuole una barella, qualcosa di simile, un tavolo, un’asse, una barella e delle funi, deve stare orizzontale, dobbiamo muoverla il meno possibile, immobilizzarla. Anzitutto il collo, bloccare la testa, pezzi di legno, assicelle, delle fasce…Cose che bisognava procurarsi prima…”
“Abbiamo fatto il possibile” disse Peppo, nervoso.
“Dai, ha ragione lui” disse Giorgio. “Scendo, vado a cercare.”
“Scendo anch’io” disse Peppo.
Il carabiniere restò solo sul cumulo di macerie. Ai suoi piedi la ragazza. Pensò a sua figlia, lontana, studentessa a Milano. Si inginocchiò e si commosse. Le accarezzò i capelli, le dita non scivolavano, trattenute dal sangue rappreso, dalla sporcizia. Cercò di interpretare sul corpo ferito ogni segno di vita. Il polso era debolissimo, si sentiva una lieve pressione sui polpastrelli. Come per uno schiaffo o per un colpo secco di fucile sentì dentro tutta la responsabilità di una vita che se ne stava andando. E lui era lì ad aspettare assi e funi. Gesù Santo, un bella ragazza stava morendo ai suoi piedi. Sentì la voglia di prenderla in braccio, di baciarla, di rianimarla, di caricarsela sulle spalle e di correre al più vicino ospedale. Sentì nello stomaco la nausea della sua inutilità. ‘Calmo, stai calmo’ si diceva, ripassando altre situazioni drammatiche, altre morti già raccontate, subìte. ‘Se la muovo faccio danno, la ammazzo io, un medico...possibile che non ci sia uno straccio di dottore?’
La ragazza era troppo scoperta, avvolta da un lenzuolo, da un pigiama leggero. Duccio Guidi si tolse la giacca e la adagiò come una coperta sopra di lei. Sentì voci dal basso, fate presto, dai con quei legni, corri corri, sali su, saranno abbastanza? e attese l’arrivo dei due che aveva incontrato sul tetto. Stavano arrivando, per fortuna. Già ipotizzava in quale ospedale avrebbe portato la sventurata, purtroppo distava una ventina di chilometri e non era sicuro che avrebbero potuto accoglierla. Non sapeva se l’edificio era in piedi o crollato. Le linee telefoniche erano interrotte. Aveva chiamato col cellulare in caserma pregando di diramare la notizia, che gli facessero sapere qualcosa, lì c’era una giovane donna da strappare alla morte.
Arrivarono col materiale. Duccio Guidi impartì ordini precisi, sapeva quel che c’era da fare, ma non era nemmeno più sicuro che la ragazza respirasse ancora. Avrebbe voluto tastarle il polso, contare i battiti, rassicurarsi, ma stava meglio se pensava che era ancora viva e che ora l’avrebbero portata al sicuro, nel luogo della cura. Non voleva assumersi la responsabilità di dover constatare un decesso. Santa Madonna, ora che la osservava meglio assomigliava davvero a sua figlia. E se fosse capitato alla sua ragazza? Capì che non avrebbe potuto reggere una simile sorte, e che era un’offesa per lei, distesa fra le macerie, quel suo stare lì, non indifferente ma nemmeno disperato. Perché se fosse stato ferito nella sua carne non avrebbe potuto inventarsi la freddezza per poter dare indicazioni chiare, correggere movimenti maldestri, fare e ricevere telefonate, evitare di piangere come un bambino impaurito da una prospettiva di morte imminente.    
“Ma è ancora viva?” chiese Peppo.
“Presto, fate presto” disse il comandante dei carabinieri. “Ora io scendo, calatela molto lentamente. Poi la sistemiamo nell’auto.”
Si fermò, si ricordò che avevano parlato di due giovani. E l’altro? S’avvicinò a Giorgio, lo chiese a bassa voce: “Non erano in due?”
“L’altro è ancora sotto” disse Giorgio. “Non ce la si fa. Non dà segni di vita. Nessuna voce, pianti, nessun grido.”
“Va portato fuori anche lui” disse Duccio Guidi.
Giorgio riprese a muoversi vicino alla ragazza, dovevano salvare almeno lei. “C’è anche un prete che sta con noi, don Marco. Deve essere sceso, sarà giù in cortile.”
“Ho visto un uomo entrare nella casa” disse il carabiniere.
“Allora è lui” disse Giorgio.

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