lunedì 12 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 27



VENTISETTE

Il papà di Roberta si chiamava Rino, la mamma Rosalba. Quando si era trattato di trovare il nome giusto alla primogenita, avevano pensato -con scarsa fantasia e riducendo di molto il ventaglio di opportunità- di mantenere la erre come lettera iniziale. Da lì il nome Roberta, e Renata alla secondogenita. Una forma elementare per illudersi di essere una famiglia unita. Ma la fortuna o il caso o chissà che avevano voluto che quella famiglia crescesse davvero con un forte senso di appartenenza alla piccola comunità domestica, che andava avanti a litigi, silenzi ma più spesso sceglieva sentimenti positivi.
Rino, Rosalba e Renata erano arrivati in quell’ospedale dell’Aquila martedì sette aprile, quando ormai era buio. Il cellulare e i documenti di Roberta avevano reso il loro incontro il più veloce possibile. Da quattro giorni si alternavano, vegliando intorno al letto della figlia. I medici con i genitori non avevano nascosto il vero: era tutto possibile, il risveglio e la morte, la rinascita o la sconfitta definitiva. Sperare era il solo atteggiamento razionale. Si trattava comunque di coma vigile. “Stato vegetativo persistente” aveva chiarito il medico. “Abbiamo autonomia respiratoria e cardiocircolatoria, è lecito sperare.” Sconsigliavano il trasferimento in un altro nosocomio, la risalita verso Milano. Quel reparto di terapia intensiva poteva bastare. Comunque erano sempre liberi di firmare e di portare la ragazza più a nord. Roberta aveva bisogno di cure e di preghiere, di sentire parole affettuose e rassicuranti, ripetute con ostinazione, piangendo o ridendo. Per il momento, però, non dava cenni né di capire né di soffrire. La ragazza dormiva e si svegliava, apriva e chiudeva gli occhi, ma la sua lontananza dalla vita piena era angosciante.
Si annusava un profumo buono, di primavera e di disinfettante. Fiori recisi erano stati invasati e i vasi posti su ogni comodino, il terremoto non aveva interrotto il procedere della stagione bella.
In un momento di sconforto, quando il continuo abbandonare gli occhi sopra la figlia distesa si era fatto insopportabile, Rino si alzò e seguì i rumori che filtravano al di fuori della camera d’ospedale. Prese il lungo corridoio pieno di luce, cercando nel cammino di scacciare la certezza che non si sarebbe mai più svegliata. Cercò di strozzare l’angoscia con lunghi respiri, non trattenne alcune lacrime, di commozione e di rabbia, finse di non aver sentito il saluto di un paziente, che camminava sorretto da un girello a quattro ruote. Proseguendo in quella direzione, il rumore aumentava. Era un televisore acceso. Entrò nella piccola sala, stavano sedute cinque persone, due sedie erano libere, si sedette sopra quella più isolata. Non aveva voglia di contatti umani. Davano in diretta i funerali dell’Aquila. Lo sapeva che si sarebbero celebrati quella mattina, sapeva di Roberto, aveva avuto modo di incontrare i genitori dell’amico di sua figlia, era informato ma desiderava una cosa soltanto: quel risveglio. Eppure anche quel risveglio non sarebbe bastato, perché aveva il terrore che ne uscisse ferita per sempre. Pensieri velenosi lo intossicavano: non poteva ingannare se stesso, era contento per la sopravvivenza di Roberta. Era sua figlia, per Dio! L’altro non lo conosceva nemmeno, provava pietà, si immedesimava in quel padre ma alla fine di quella compassione un po’ artefatta restava la gioia per la possibile salvezza di Roberta. Aveva schifo di quei pensieri meschini, ma gli appartenevano e avrebbe dovuto accettarli.
Si sedette. Il celebrante stava parlando. Capì che si trattava della predica. Non era incuriosito da quelle parole. Non gli avrebbero insegnato nulla. Avrebbero potuto solo farlo incazzare di più. Ma resistette. Sapeva che la rabbia avrebbe ceduto al pianto, e col pianto sarebbe arrivata la voglia di pregare. La implorava ma intanto non poteva guardare quel prete con benevolenza. Aveva forse avuto vittime nella tragedia? Aveva una figlia in coma? Come capire il dolore di un padre e di una madre, con quella tonaca addosso? Troppo facile consolare senza reale compassione, possibile solo a parità di disgrazia.
“Solo Dio potrà aiutarvi” stava dicendo il celebrante. “La mia povera voce ha senso solo se sarà capace di farvi salire sino a Lui.”
Lui, Lui… ripeteva Rino, Lui chi? Quel Dio che aveva permesso il terremoto? Addirittura voluto? A Lui bisognava ora affidarsi? Pregare una contraddizione? O pregare il nulla? Un’invenzione?
Stava bruciando di dolore, quelle parole non lo dissetavano. Si alzò, i gommini della sedia strisciarono sul pavimento con un lamento, lo schienale cozzò contro la parete, due dei presenti si voltarono, Rino si girò verso la porta. Fece in tempo a vedere che stavano mandando immagini a tutto campo, una panoramica della spianata ricoperta di bare e di uomini disperati. Meno fortunati di lui. Corse verso sua figlia.    

                                                                                             27 - continua

domenica 11 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 26



VENTISEI

Venerdì 10 aprile 2009

Il giorno che tremò la notte era un lunedì, il sei aprile duemilanove. Don Marco era in auto diretto a Roma, ma nella Capitale non arrivò mai. Per le notti aveva chiesto ospitalità al parroco di uno di quei paese sgretolati; la canonica era rimasta in piedi, predilezione divina, o forse segno di speranza.  La mattina del dieci aprile, un venerdì, si era recato a L’Aquila, uno fra i cinquemila presenti ai funerali di duecentocinque vittime del terremoto. Lutto nazionale, esequie di Stato, politici d’alto grado e prelati dall’anello pesante e dal lungo pastorale con la voluta; in più milleseicento parenti delle vittime e altre tremila persone, in piedi nella spianata, sotto un simpatico sole di primavera, che scaldava le proteste verso Dio e asciugava le lacrime. Ma le proteste erano troppe e circostanziate; le lacrime si riformavano subito e scivolavano lungo il solco già tracciato.
Per giungere alla spianata di cemento, dove era stato allestito l’altare, don Marco aveva costeggiato alcuni campi sportivi di tennis e di pallacanestro. Lungo la via si erano incolonnati gli oltre duecento carri funebri, una fila di mezzo chilometro; quindi alcune ambulanze, mezzi dei Vigili del Fuoco e le spalle dei presenti, divisi per settori.
Pensò che avrebbe preferito starsene in piedi ma il più vicino possibile alle bare. Aveva saputo che quel giovane era stato estratto dai ruderi della casa, che si chiamava Romano e che ora riposava disteso nella bara numero 123. Era stato informato anche di Roberta, la giovane che era nel letto con lui, ricoverata in coma in un ospedale della capitale abruzzese. Non li aveva abbandonati più. Pensare a loro, stare con loro gli faceva bene; la loro storia di dolore lo rendeva meno prete e più uomo. Aveva preferito salutare il giovane per l’ultima volta; per Roberta ci sarebbe stato tempo.
Quattro lunghissimi tappeti rossi isolavano il legno dal cemento. Sopra ogni tappeto s’adagiavano i corpi, nascosti dal feretro, di oltre cinquanta vittime dei quel rutto di morte. Molte le bare bianche; soprattutto su quelle si inginocchiavano genitori increduli, sfatti dal dolore. Sopra il coperchio di alcune delle bare più piccole stavano appoggiati giocattoli e altri oggetti, compagni di giochi e di emozioni di chi era stato schiacciato dalla sua casa, il luogo più rassicurante. Oltre i morti era stato allestito un palco azzurro, con baldacchino, a riparo della pioggia o del sole.   
La maggior parte dei presenti piangeva o recava intorno agli occhi il segno della commozione. Questo lo disturbava, perché a lui non riusciva di piangere. Nemmeno pensando a Romano e Roberta, che aveva visto e accarezzato. Nessuno sfogo gli usciva dagli occhi. E di fronte a quell’immane tragedia, gli parve di soffrire troppo poco. La ragione gli aveva imposto di lasciar perdere Roma e quella promozione, quasi un’offesa se commisurata al dramma di una terra ferita nel profondo. Ma perché non gli bruciava il cuore?
Guardò un militare, uno fra i tanti presenti sotto il cielo d’Abruzzo, chiamato per il servizio d’ordine. Giovane, stropicciava il cappello d’alpino fra le mani, tratteneva il pianto ma si capiva che ce l’aveva lì, pronto a tracimare. Era bello nella sua compassione. Avrebbe voluto rubargli quel segreto elementare, quell’abilità che scalda, che fa bene.
Alcuni uomini del servizio d’ordine si avvicinarono ai parenti che stavano in ginocchio ai piedi delle bare. Era solo per dire loro che presto sarebbe iniziata la funzione religiosa. Ma erano timorosi al cospetto di quella afflizione. Arrivò anche l’annuncio al microfono. Partì il suono di un organo, un organetto da campo, non all’altezza di quella cerimonia. Una musica afona, gracchiante. Seguì il coro, voci piene, forti, calde. Alcune mamme e papà si staccarono dai loro figli e andarono ad accomodarsi nei posti loro assegnati; altri parevano di pietra, un corpo solo con la cassa di legno e con il morto nel buio. 
Il canto ebbe fine e cominciò la Messa. Don Marco seguiva senza concentrazione. Era distratto da pensieri apparentemente senza alcuna connessione. Poteva riflettere su Dio e su quel suo amore illogico, disumano e un istante dopo ritornare a quei suoi occhi secchi, al cuore freddo, poco carnale; cominciava ad essere stanco, avrebbe voluto sedersi, il sole era caldo e ora persino fastidioso, si era dimenticato in auto gli occhiali scuri, la luce lo abbagliava, vedeva piccole macchie nere apparire e scomparire sul suo campo visivo. Cercò di concentrarsi, sarebbe stato un segno di rispetto verso quei corpi martoriati. Si sentiva a disagio, non giudicava congruo il suo comportamento, date le circostanze. Fissò l’altare, notò che due uomini politici erano distratti, parlavano fra di loro. Un altro spense il telefono cellulare, ma prima lesse un messaggio.
Venne l’ora dell’omelia. Conosceva personalmente il Cardinale che celebrava. Lo stimava. Anni addietro era passato anche attraverso la prova dell’invidia, del desiderio di raggiungere il suo grado episcopale. Ma era trascorso il tempo, svanite le speranze di arrivare così in alto, e nell’accontentarsi di un destino più sobrio aveva imparato ad invidiare di meno, ad accettarsi, a rallegrarsi per promozioni di minor prestigio.
Ebbe un pensiero disturbante, che tradotto voleva dire: ‘Vediamo cosa sarai in grado di dire, al cospetto di tutta questa insensatezza.’ E per un attimo divenne anche cattivo, augurandosi che il Cardinale facesse la figura del prete, capace di insegnare agli altri con frasi imparate alla scuola della Parola di Dio, ma poco compassionevoli. Si pentì di essere così stronzo. Cercò di strappare via quella gramigna, dalle lunghe radici avvinghiate alla sua anima debole.        


                                                                                        26 - continua

sabato 10 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 25



VENTICINQUE


Peppo vide partire la vettura dei due carabinieri. Avevano acceso la sirena ma l’avevano spenta subito. Non c’era traffico lassù, piuttosto paura, fatica, rabbia. Peppo, chissà perché, si fissò nella mente la targa della camionetta, E.I. 12578 e guardò Giorgio: “Dai che uno l’abbiamo tirato fuori” disse.
“Speriamo. Povera figliola.”
“Ma è viva, cazzo, non portar rogna.”
“E’ viva, è viva...”
Guardarono il tetto mutilato, la scala contro la parete della casa, il cielo ferito. Due persone stavano lavorando, spostando piccoli detriti, briciole.
“Con lui non ci si riesce” disse Giorgio.
“Ci vuole la gru” disse Peppo.
“Troppo tardi ormai, cazzo!”
Per un attimo i loro sguardi si incrociarono. Occhi rossi, gonfi, mani ferite, terra sui capelli, sui vestiti. Peppo aveva il viso scavato, incazzoso, rughe profonde. I tratti somatici di Giorgio erano quelli della persona paziente, che spera. Quieta, riflessiva.
“Che facciamo? Andiamo su?” chiese Peppo.
“Diamogli il cambio, dai” e Giorgio alzò lo sguardo verso la scala e il cielo.
Arrivò un’ambulanza. Peppo pensò che non sarebbe più servita, almeno in quel cortile. Ma l’immagine triste del giovane schiacciato dal terremoto gli procurò una ribellione potente, prese Giorgio per un braccio: “Per la Madonna, saliamo, dai, ce la si fa, ce la si fa ancora.”
Giorgio lo seguì. Aveva già un piede sul piolo e si ricordò del sacerdote. “E      quel prete? E’ ancora dentro casa?”
“Da lì non combina una sega” disse Peppo.
“Rischia soltanto.”
“Io salgo, vado su a controllare.”
“Arrivo” e Giorgio torno ad appoggiare i piedi a terra. Si avvicinò all’uscio.
Lo vide a metà scala, con le mani nei capelli. Era una macchia nella penombra e nel freddo. Non lo conosceva, cosa avrebbe potuto dirgli? Perché si era intestardito nella scelta di provarci da lì sotto? Chi era questo don Marco? Da dove veniva? Non avevano avuto tempo di presentarsi, si erano messi subito a spostare tegole.
“Venga fuori” urlò Giorgio.
Don Marco alzò la testa ma non rispose.
“Ci sono le scosse, perché rischiare?”
Don Marco disse qualcosa, Giorgio pensò di poter tradurre con un adesso esco, ma non ne era sicuro.
Il tuono di una nuova scossa d’assestamento partì da lontano, come un ruggito o un lamento di animale ferito. Crebbe e cominciò a piovere calcina dalle pareti.
“Fuori, fuori!” urlò Giorgio, che corse all’aria aperta.
Gli uomini sul tetto si erano già preparati alla fuga. Peppo era a metà scala, uno era già nell’aia, l’altro invitava a far presto, dall’alto della casa.
“Tutti via, questa è forte” urlò un giovane che stava nel cortile. Peppo toccò terra e si mise a correre. Giorgio restò immobile, a due metri dalla porta d’ingresso, sventrata dal sisma.  Fece un passo verso il prete ma si fermò. Aveva troppa paura.
La gente scappava dalle case, chiedendosi se non avessero già sofferto abbastanza, se il male non si fosse ancora sfogato.
“Viene giù, viene giù” urlò una donna. La scala appoggiata alla parete si sbilanciò verso il vuoto. Cadde a pochi metri da Giorgio con un gran colpo e si spaccò nel mezzo.
Il tremore della terra crebbe di nuovo. Giorgio fece due passi indietro. Immaginò la parete della casa che si sbriciolava, pensò che a quella distanza non era al sicuro. Un pezzo di grondaia si staccò del tutto. L’uscio di casa venne oscurato dalla terra mossa dai detriti. Una nuvola. In quella nuvola filtrò l’urlo di Giorgio, che chiamava disperatamente don Marco. E dalla nuvola, di corsa, venne fuori il prete, inciampò sulla scala, cadde senza grazia, si rialzò con calma, come chi cerca di nascondere con la noncuranza la brutta figura di una goffa caduta.
Giorgio era corso a dargli una mano.
“Ce la faccio, ce la faccio, grazie…” disse don Marco.
La casa cedette all’improvviso. Si ripiegò, riempì di macerie gli spazi che avevano ospitato vite umane, avventure, destini, sesso.
Lo spostamento d’aria sollevò una nebbia densa e male odorante. Don Marco e Giorgio erano rimasti i soli nel cortile. L’auto dei due giovani venne sommersa dalle pietre. Più che vedere, i due sentirono la casa crollare, spinti dallo spostamento d’aria. Terrorizzati, si erano messi a correre verso la strada provinciale.     

                                                                                             25 - continua

venerdì 9 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 24



VENTIQUATTRO
 Don Marco era entrato nel buio delle scale. Ancora una volta. Nel salirle con attenzione, contava il prezzo di quel rischio. Era più pericoloso stare sul tetto o dentro casa? Quante le possibilità di salvare l’altro giovane? E queste aumentavano operando sul tetto o cercando di tirarlo fuori da sotto? Salvarlo: era quello l’unico metro di giudizio. E ad evitare il rischio ci avrebbe pensato Padre Eterno. Era sicuro della protezione divina, che gli spettava perché stava facendo una buona azione. E Dio protegge i suoi figli. O no? Quella negazione sostava in lui, insieme alle troppe immagini di disgrazie che smentivano la misericordia di Dio. Morte a chi avrebbe dovuto meritarsi la garanzia di una vita sicura. Il mistero di Dio era anche in quel rischio. No, non poteva far conto di nessun soccorso dall’alto. Ma intanto pregava e saliva verso un locale che non si riconosceva più, facendosi luce con una pila troppo debole. Chiamava, nella speranza di ottenere risposta.
Silenzio, il rumore dei suoi passi, il colpo secco delle pietre che rotolavano verso l’uscio, voci da fuori, la sua tosse, quella polvere lo stava avvelenando. Si fermò. Frugò in tasca. Prese un fazzoletto e se lo legò davanti alla bocca. Tornò ad affacciarsi nel poco spazio di un locale invaso dal terremoto, fece luce nella direzione del ragazzo. Morto? Morto certamente, per quanto poteva giudicare lui. Ma la luce era fioca e i margini di errore elevati. Pregava che il Signore, padre buono, lo dimostrasse anche in quel caso, pregava che il ragazzo non stesse soffrendo al limite dell’umano patire, pregava di non scappare alla prospettiva di un nuovo crollo. Don Marco pregava sempre, era una cantilena che dall’anima gli si fermava sulle labbra. Senza quella forza fuori di lui non avrebbe retto il suo stare lì dentro.
Dalle voci confuse che filtravano dall’aia intuì che stavano calando la ragazza, qualcuno sosteneva che era certamente viva, aveva mosso un braccio e il prete ringraziò Dio.
Ma perché era entrato? Era contro ogni logica stare all’interno, la sola possibilità era liberarlo dall’alto, togliendogli di dosso quel peso insopportabile. Salva la ragazza, era il tempo di concentrare le forze sul giovane. Sentì qualcuno che gridava: “Ma quel prete è dentro casa? E’ matto?” Una donna si affacciò nella luce dell’uscio, guardò verso di lui: “Reverendo” disse, “stia attento, venga fuori, è troppo pericoloso.”
Non c’era possibilità di salvarlo dall’interno della villetta. Il suo era un rischio stupido. Irragionevole. Fosse venuta giù la casa sarebbe morto per una leggerezza, per un atto istintivo.
Ma era entrato per vederlo. Avrebbe desiderato accarezzarlo, confortarlo. Lui, prete, non poteva non esserci, la sua presenza vendicava il silenzio di Dio, gli dava un suono.
Non c’era ragionamento, comunque. Don Marco aveva scelto perché lo sentiva un cammino naturale. Una delle rare decisioni nate così. Un’idea facile da seguire, senza i pro e i contro di ogni atto ponderato. La qualità del comportamento –un continuo ragionare, saggiamente, per non sbagliare- aveva montato i pezzi del giocattolo complicato che era stata la sua vita sino a quella notte di aprile. Così anche da giovane, quando aveva deciso di entrare in seminario. Così sempre.
La donna si era allontanata dall’uscio. Don Marco discese qualche gradino. Si sedette. Avrebbe dovuto scappare fuori e tornare fra le tegole, scorticarsi le mani. Ma avevano notato che nella presunta zona dove era sepolto il ragazzo gravava una trave appesantita dalle macerie, non ce l’avrebbero mai fatta a sollevarla senza l’aiuto di una gru. O di tanti altri uomini sul tetto, con il pericolo di un crollo.
Si sedette. Si senti all’improvviso stanchissimo. Scoppiò la fatica di molte ore di lavoro. Ma forse era una fatica più profonda, una delusione che gli stava tarlando l’anima.
La testa pesante gli cadde sulle mani. Pianse. Si sentì tradito. Nel luogo del dolore, della sconfitta risentì il lamento del Cristo in croce: perché mi hai abbandonato? Il crocifisso lo chiedeva a suo Padre, a Colui che avrebbe dovuto amarlo più di ogni altro.
Erano tutte castronerie. Era un’invenzione. Ecco che tornava il dubbio atroce. Sempre così. Negli spazi di euforia, di successo, di bellezza, Dio era inconfutabile. Nel dolore del mondo, nel gemito dei corpo feriti Dio si faceva necessaria trovata dell’uomo. Sempre così, ma don Marco sapeva come fare per liberarsi da quel sospetto lancinante. Era in grado anche di giustificarlo, di fronte ai fedeli, lui sul pulpito, con il Vangelo all’ambone, davanti, scritto a grossi caratteri, perché non ci si potesse confondere con altre parole divine. Sapeva trovare la strada teologica, biblica, filosofica e –se era il caso, a seconda di chi stava ascoltando- anche parole semplici per confortare e assicurare la protezione di un Padre amorevole. E in ogni caso restava l’ultimo approdo, la resurrezione. La via d’uscita era comunque assicurata. Bisognava crederci: se no, che fede sarebbe stata senza quell’esito? Lo diceva San Paolo, un illustre uomo di Dio, uno che dopo aver tradito aveva scoperto la verità. Uno che aveva saggiato l’altra versione della vita, quindi se ne intendeva, non poteva avere rimpianti.
Dalla luce dell’uscio saliva l’odore della tragedia. Freddo, parole, terra e polvere, pianti e gli ordini precisi del tenente colonnello dei Carabinieri, che aveva visto arrivare con la camionetta. Don Marco provò a scrollarsi la testa: per svegliarsi da un incubo, per cercare di mettere in ordine i pensieri come si fa col setaccio, separare il buono dallo scarto, mondare la verità dalle bugie.        

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giovedì 8 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 23


VENTITRE
Arrivando al paese, il tenente colonnello Duccio Guidi, comandante dei Carabinieri, considerò che il campanile non era crollato, il piccolo orologio segnava correttamente le dieci e dieci. Erano passate sette ore dalla scossa che aveva devastato l’Abruzzo. Era giunta voce alla loro radio che lì avevano bisogno di un mezzo adeguato che trasportasse all’ospedale più vicino un terremotato in fin di vita; lo stavano sfilando con riguardo e fatica dal tetto crollato, respirava ancora, forse con un soccorso immediato si sarebbe evitata un’altra vittima, oltre alle sette che già si contavano in quella frazione fra le montagne dell’Appennino.
Vista l’ora, il tenente colonnello aveva poi osservato che non c’erano altri soccorritori, nessuna vetture del 118 né mezzi della protezione civile o altri colleghi delle forze dell’ordine. Era stato il primo ad arrivare: si sentì orgoglioso e impaurito. Toccava a loro portare a termine il salvataggio.
Più d’uno si fece vicino all’auto, indicando a gesti e parole qual era la direzione da seguire. Entrando in ciò che avrebbe dovuto essere un cortile, davanti ad una casa parzialmente diroccata, Duccio Guidi vidi due persone sul tetto, una terza stava scendendo per la scala appoggiata alla facciata della casa. Seguì quest’ultima che, senza neppure salutare o farsi appresso al loro mezzo, era entrata dalla porta principale dentro l’edificio.
“Fermo qua?” chiese l’autista.
“E dove, se no?” rispose il superiore.
“Presto, fate presto” gridavano dal tetto. “Per fortuna, ora scendiamo.”
“Un momento” gridò verso l’alto il carabiniere, che aveva già valutato i rischi. Aveva notato che i due sul tetto stavano avvicinandosi alla scala, cercando di trasportare una persona immobile, che non collaborava, certamente svenuta.
“Attenti, un attimo” urlò Duccio Guidi. “Salgo anch’io” e si arrampicò sulla scala.
Ora sul tetto erano in tre, più il terremotato, disteso sopra le pietre.
L’uomo dell’Arma si presentò, strinse la mano a Giorgio e Peppo, invitò alla riflessione. “Respira?” e si chinò sul corpo. Era una ragazza, giovane, tumefatta, lacera, impiastrata di sangue e calcina.
“Dobbiamo fare in  fretta” disse il tenente colonnello. “Ma così non possiamo calarla di sotto.”
Peppo era una furia: “Diobono, la lasciamo crepare?”
Giorgio cercò di quietarlo, Guidi parlò con la calma data dall’esperienza e dalle caratteristiche del suo mestiere: “Ci vuole una barella, qualcosa di simile, un tavolo, un’asse, una barella e delle funi, deve stare orizzontale, dobbiamo muoverla il meno possibile, immobilizzarla. Anzitutto il collo, bloccare la testa, pezzi di legno, assicelle, delle fasce…Cose che bisognava procurarsi prima…”
“Abbiamo fatto il possibile” disse Peppo, nervoso.
“Dai, ha ragione lui” disse Giorgio. “Scendo, vado a cercare.”
“Scendo anch’io” disse Peppo.
Il carabiniere restò solo sul cumulo di macerie. Ai suoi piedi la ragazza. Pensò a sua figlia, lontana, studentessa a Milano. Si inginocchiò e si commosse. Le accarezzò i capelli, le dita non scivolavano, trattenute dal sangue rappreso, dalla sporcizia. Cercò di interpretare sul corpo ferito ogni segno di vita. Il polso era debolissimo, si sentiva una lieve pressione sui polpastrelli. Come per uno schiaffo o per un colpo secco di fucile sentì dentro tutta la responsabilità di una vita che se ne stava andando. E lui era lì ad aspettare assi e funi. Gesù Santo, un bella ragazza stava morendo ai suoi piedi. Sentì la voglia di prenderla in braccio, di baciarla, di rianimarla, di caricarsela sulle spalle e di correre al più vicino ospedale. Sentì nello stomaco la nausea della sua inutilità. ‘Calmo, stai calmo’ si diceva, ripassando altre situazioni drammatiche, altre morti già raccontate, subìte. ‘Se la muovo faccio danno, la ammazzo io, un medico...possibile che non ci sia uno straccio di dottore?’
La ragazza era troppo scoperta, avvolta da un lenzuolo, da un pigiama leggero. Duccio Guidi si tolse la giacca e la adagiò come una coperta sopra di lei. Sentì voci dal basso, fate presto, dai con quei legni, corri corri, sali su, saranno abbastanza? e attese l’arrivo dei due che aveva incontrato sul tetto. Stavano arrivando, per fortuna. Già ipotizzava in quale ospedale avrebbe portato la sventurata, purtroppo distava una ventina di chilometri e non era sicuro che avrebbero potuto accoglierla. Non sapeva se l’edificio era in piedi o crollato. Le linee telefoniche erano interrotte. Aveva chiamato col cellulare in caserma pregando di diramare la notizia, che gli facessero sapere qualcosa, lì c’era una giovane donna da strappare alla morte.
Arrivarono col materiale. Duccio Guidi impartì ordini precisi, sapeva quel che c’era da fare, ma non era nemmeno più sicuro che la ragazza respirasse ancora. Avrebbe voluto tastarle il polso, contare i battiti, rassicurarsi, ma stava meglio se pensava che era ancora viva e che ora l’avrebbero portata al sicuro, nel luogo della cura. Non voleva assumersi la responsabilità di dover constatare un decesso. Santa Madonna, ora che la osservava meglio assomigliava davvero a sua figlia. E se fosse capitato alla sua ragazza? Capì che non avrebbe potuto reggere una simile sorte, e che era un’offesa per lei, distesa fra le macerie, quel suo stare lì, non indifferente ma nemmeno disperato. Perché se fosse stato ferito nella sua carne non avrebbe potuto inventarsi la freddezza per poter dare indicazioni chiare, correggere movimenti maldestri, fare e ricevere telefonate, evitare di piangere come un bambino impaurito da una prospettiva di morte imminente.    
“Ma è ancora viva?” chiese Peppo.
“Presto, fate presto” disse il comandante dei carabinieri. “Ora io scendo, calatela molto lentamente. Poi la sistemiamo nell’auto.”
Si fermò, si ricordò che avevano parlato di due giovani. E l’altro? S’avvicinò a Giorgio, lo chiese a bassa voce: “Non erano in due?”
“L’altro è ancora sotto” disse Giorgio. “Non ce la si fa. Non dà segni di vita. Nessuna voce, pianti, nessun grido.”
“Va portato fuori anche lui” disse Duccio Guidi.
Giorgio riprese a muoversi vicino alla ragazza, dovevano salvare almeno lei. “C’è anche un prete che sta con noi, don Marco. Deve essere sceso, sarà giù in cortile.”
“Ho visto un uomo entrare nella casa” disse il carabiniere.
“Allora è lui” disse Giorgio.

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mercoledì 7 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 22



VENTIDUE

A don Marco occorse molto tempo per strisciare da sotto, ridiscendere le scale interne e portare la notizia. “L’ho visto…li ho visti. Il ragazzo è vivo…La ragazza…forse erano i suoi capelli….non ne sono sicuro, però. Non dà segni di vita…”
La giacca grigia di don Marco era lacerata, un paio di bottoni erano saltati, i pantaloni sporchi, le scarpe nere, lucide, avevano la punta consumata, rigata. Era sudato, nonostante la temperatura piuttosto rigida.
Le poche persone riunite in quel cortile presero coraggio. I due sul tetto sbracciavano, fecero segno al prete di salire, di spiegare anche a loro cosa aveva visto. Avrebbero trovato insieme la strada per raggiungerlo.
“Venga su, venga su” urlava Giorgio.
Don Marco s’arrampicò sulla scala, a fatica, e si portò sul tetto.
“Sì, ci sono, uno è vivo, respira..la ragazza, mi pare non ci siano speranze per lei.”
“Che si fa?” chiese Peppo.
“Da dentro è impossibile” disse il sacerdote.
“E allora?”
“Qui sopra?”
“Lo vede anche lei” disse Giorgio. “E’ impossibile.”
“Ma dobbiamo tentare, in ogni modo” disse don Marco. “Non possiamo aspettare aiuti, non c’è tempo.”
I tre si guardarono. Quell’attesa, quel mettere in comune la disperazione era già una perdita di tempo. Si piegarono e ripresero a lanciare verso il cortile il materiale. Ora potevano spostare anche pezzi più pesanti.
“Adagio…piano…” diceva Giorgio.
“Più a destra, direi di provare più a destra” disse don Marco. “Qui siamo fuori, il letto è al centro del locale.”
“Dica lei, che ha visto.”
“Tentiamo” disse il prete.
“Tentiamo” disse Giorgio.

*** 

Nel prendere fiato, dopo almeno mezz’ora di lavoro, don Marco diede un occhio al cortile, che si andava riempiendo del carico che liberavano dal tetto. Erano rimasti solo in tre: la donna che diceva di conoscere la padrona di casa, un ragazzo che faceva la spola fra quel cortile e uno vicino, e una signora molto anziana. L’avevano fatta accomodare su una poltrona, l’avevano fasciata in coperte pesanti e lasciata lì, sola. Teneva la corona del rosario in mano. Gli altri probabilmente erano andati a controllare le loro disgrazie, ad aiutare altri bisognosi, a pregare nella chiesina, a bestemmiare, a piangere.
Don Marco aveva saputo che il luogo di culto del paese era rimasto intatto, e solo da poco era arrivato chi custodiva le chiavi. Aveva aperto, lasciando che vi entrassero gli sfollati.
Si sedette sul tetto. Guardò Giorgio e Peppo che continuavano a buttare di sotto materiale con una foga ingiustificata. Non sarebbero mai arrivati sino a loro. Stava vivendo dentro un’allucinazione, che diventava incubo quando ripassava le sequenze delle ultime ore, un tempo vero, una cronaca disgraziata della quale si sarebbe parlato a lungo. Ma lui che ci stava  a fare lì seduto? Perché non aveva dato retta alla prudenza? Alla riflessione? Perché aveva svoltato, dirigendosi al paese? A Roma lo aspettavano. Seguire il Vangelo era correre dietro alla prima voce dell’anima, o attendere che parlassero anche tutti gli altri suggerimenti? Era stato così irrazionale da doversene pentire, ora, lassù, sporco insieme a gente sconosciuta, mentre l’alba regalava altre atrocità a quella ribellione della terra?
Era stanco, infelice, confuso.  Anche fossero arrivati sino a quei due disgraziati, li avrebbero trovati certamente morti, e se non morti, feriti irrimediabilmente. A questo pensava don Marco, riflessioni che deragliavano cercando altri binari, più vicini ad un’umanità che avrebbe dovuto accompagnare un uomo di Dio.            


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Quel giorno che tremò la notte 21


VENTUNO

Romano si svegliò. Qualcosa lo stava sfiorando sul naso. Sulla bocca. Una mano, le dita di una mano e una luce che lo feriva. Una voce, una filo sottile che lo collegava al mondo dei vivi. Don Marco, strisciato sin lassù, sdraiato, teneva con la sinistra la torcia e con la destra, allungandosi il più possibile, nell’anfratto che era rimasto aperto sotto il tetto crollato, lo accarezzava.
“Mi senti? Rispondi. Muovi la testa se mi senti” urlava don Marco.
Romano non capiva. Era stordito, ma appena trovava un po’ di luce nella mente la chiamava “Roberta, Roberta…”. Romano avrebbe voluto gridare ma usciva solo un rantolo, che don Marco cercava di interpretare, trattenendo la gioia. Il ragazzo era ancora vivo. 
“Cosa dici? Dai, parla, dai….” e intanto gli illuminava il viso. Romano aveva gli occhi serrati, il viso sporco di sangue e di terra, ma altro non riusciva a identificare di lui. Solo il nero di quella notte senza luci artificiali e un volto irriconoscibile. In quei rantoli don Marco pensò di aver capito che stava chiamando la sua ragazza. Fece luce intorno, per quel poco che riusciva. Era incastrato anche lui, con quintali di materiale che avrebbe potuto schiacciarlo alla prossima scossa. Non vedeva che macerie, mattoni, tegole e le gambe metalliche del letto.
Ma non era il momento delle domande e delle risposte. Solo una la domanda, come liberarlo. Non c’era altra via che togliere da sopra il peso che lo opprimeva. Con tutti i rischi di quella operazione. Con tutte le cautele. Ma dalla posizione del sacerdote ogni intervento sarebbe stato impossibile.
Ora quell’uomo non diceva più nulla. Morto? Don Marco cercò di far luce per cogliere il movimento del respiro, il tremore delle labbra, segnali di vita. Girò ancora con il tondo luminoso, distingueva bene una gamba del letto, piegata dal peso enorme del terremoto. Vide qualcosa fra i sassi. Erano capelli. Probabilmente.   

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