venerdì 9 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 24



VENTIQUATTRO
 Don Marco era entrato nel buio delle scale. Ancora una volta. Nel salirle con attenzione, contava il prezzo di quel rischio. Era più pericoloso stare sul tetto o dentro casa? Quante le possibilità di salvare l’altro giovane? E queste aumentavano operando sul tetto o cercando di tirarlo fuori da sotto? Salvarlo: era quello l’unico metro di giudizio. E ad evitare il rischio ci avrebbe pensato Padre Eterno. Era sicuro della protezione divina, che gli spettava perché stava facendo una buona azione. E Dio protegge i suoi figli. O no? Quella negazione sostava in lui, insieme alle troppe immagini di disgrazie che smentivano la misericordia di Dio. Morte a chi avrebbe dovuto meritarsi la garanzia di una vita sicura. Il mistero di Dio era anche in quel rischio. No, non poteva far conto di nessun soccorso dall’alto. Ma intanto pregava e saliva verso un locale che non si riconosceva più, facendosi luce con una pila troppo debole. Chiamava, nella speranza di ottenere risposta.
Silenzio, il rumore dei suoi passi, il colpo secco delle pietre che rotolavano verso l’uscio, voci da fuori, la sua tosse, quella polvere lo stava avvelenando. Si fermò. Frugò in tasca. Prese un fazzoletto e se lo legò davanti alla bocca. Tornò ad affacciarsi nel poco spazio di un locale invaso dal terremoto, fece luce nella direzione del ragazzo. Morto? Morto certamente, per quanto poteva giudicare lui. Ma la luce era fioca e i margini di errore elevati. Pregava che il Signore, padre buono, lo dimostrasse anche in quel caso, pregava che il ragazzo non stesse soffrendo al limite dell’umano patire, pregava di non scappare alla prospettiva di un nuovo crollo. Don Marco pregava sempre, era una cantilena che dall’anima gli si fermava sulle labbra. Senza quella forza fuori di lui non avrebbe retto il suo stare lì dentro.
Dalle voci confuse che filtravano dall’aia intuì che stavano calando la ragazza, qualcuno sosteneva che era certamente viva, aveva mosso un braccio e il prete ringraziò Dio.
Ma perché era entrato? Era contro ogni logica stare all’interno, la sola possibilità era liberarlo dall’alto, togliendogli di dosso quel peso insopportabile. Salva la ragazza, era il tempo di concentrare le forze sul giovane. Sentì qualcuno che gridava: “Ma quel prete è dentro casa? E’ matto?” Una donna si affacciò nella luce dell’uscio, guardò verso di lui: “Reverendo” disse, “stia attento, venga fuori, è troppo pericoloso.”
Non c’era possibilità di salvarlo dall’interno della villetta. Il suo era un rischio stupido. Irragionevole. Fosse venuta giù la casa sarebbe morto per una leggerezza, per un atto istintivo.
Ma era entrato per vederlo. Avrebbe desiderato accarezzarlo, confortarlo. Lui, prete, non poteva non esserci, la sua presenza vendicava il silenzio di Dio, gli dava un suono.
Non c’era ragionamento, comunque. Don Marco aveva scelto perché lo sentiva un cammino naturale. Una delle rare decisioni nate così. Un’idea facile da seguire, senza i pro e i contro di ogni atto ponderato. La qualità del comportamento –un continuo ragionare, saggiamente, per non sbagliare- aveva montato i pezzi del giocattolo complicato che era stata la sua vita sino a quella notte di aprile. Così anche da giovane, quando aveva deciso di entrare in seminario. Così sempre.
La donna si era allontanata dall’uscio. Don Marco discese qualche gradino. Si sedette. Avrebbe dovuto scappare fuori e tornare fra le tegole, scorticarsi le mani. Ma avevano notato che nella presunta zona dove era sepolto il ragazzo gravava una trave appesantita dalle macerie, non ce l’avrebbero mai fatta a sollevarla senza l’aiuto di una gru. O di tanti altri uomini sul tetto, con il pericolo di un crollo.
Si sedette. Si senti all’improvviso stanchissimo. Scoppiò la fatica di molte ore di lavoro. Ma forse era una fatica più profonda, una delusione che gli stava tarlando l’anima.
La testa pesante gli cadde sulle mani. Pianse. Si sentì tradito. Nel luogo del dolore, della sconfitta risentì il lamento del Cristo in croce: perché mi hai abbandonato? Il crocifisso lo chiedeva a suo Padre, a Colui che avrebbe dovuto amarlo più di ogni altro.
Erano tutte castronerie. Era un’invenzione. Ecco che tornava il dubbio atroce. Sempre così. Negli spazi di euforia, di successo, di bellezza, Dio era inconfutabile. Nel dolore del mondo, nel gemito dei corpo feriti Dio si faceva necessaria trovata dell’uomo. Sempre così, ma don Marco sapeva come fare per liberarsi da quel sospetto lancinante. Era in grado anche di giustificarlo, di fronte ai fedeli, lui sul pulpito, con il Vangelo all’ambone, davanti, scritto a grossi caratteri, perché non ci si potesse confondere con altre parole divine. Sapeva trovare la strada teologica, biblica, filosofica e –se era il caso, a seconda di chi stava ascoltando- anche parole semplici per confortare e assicurare la protezione di un Padre amorevole. E in ogni caso restava l’ultimo approdo, la resurrezione. La via d’uscita era comunque assicurata. Bisognava crederci: se no, che fede sarebbe stata senza quell’esito? Lo diceva San Paolo, un illustre uomo di Dio, uno che dopo aver tradito aveva scoperto la verità. Uno che aveva saggiato l’altra versione della vita, quindi se ne intendeva, non poteva avere rimpianti.
Dalla luce dell’uscio saliva l’odore della tragedia. Freddo, parole, terra e polvere, pianti e gli ordini precisi del tenente colonnello dei Carabinieri, che aveva visto arrivare con la camionetta. Don Marco provò a scrollarsi la testa: per svegliarsi da un incubo, per cercare di mettere in ordine i pensieri come si fa col setaccio, separare il buono dallo scarto, mondare la verità dalle bugie.        

                                                                                         24 - continua

giovedì 8 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 23


VENTITRE
Arrivando al paese, il tenente colonnello Duccio Guidi, comandante dei Carabinieri, considerò che il campanile non era crollato, il piccolo orologio segnava correttamente le dieci e dieci. Erano passate sette ore dalla scossa che aveva devastato l’Abruzzo. Era giunta voce alla loro radio che lì avevano bisogno di un mezzo adeguato che trasportasse all’ospedale più vicino un terremotato in fin di vita; lo stavano sfilando con riguardo e fatica dal tetto crollato, respirava ancora, forse con un soccorso immediato si sarebbe evitata un’altra vittima, oltre alle sette che già si contavano in quella frazione fra le montagne dell’Appennino.
Vista l’ora, il tenente colonnello aveva poi osservato che non c’erano altri soccorritori, nessuna vetture del 118 né mezzi della protezione civile o altri colleghi delle forze dell’ordine. Era stato il primo ad arrivare: si sentì orgoglioso e impaurito. Toccava a loro portare a termine il salvataggio.
Più d’uno si fece vicino all’auto, indicando a gesti e parole qual era la direzione da seguire. Entrando in ciò che avrebbe dovuto essere un cortile, davanti ad una casa parzialmente diroccata, Duccio Guidi vidi due persone sul tetto, una terza stava scendendo per la scala appoggiata alla facciata della casa. Seguì quest’ultima che, senza neppure salutare o farsi appresso al loro mezzo, era entrata dalla porta principale dentro l’edificio.
“Fermo qua?” chiese l’autista.
“E dove, se no?” rispose il superiore.
“Presto, fate presto” gridavano dal tetto. “Per fortuna, ora scendiamo.”
“Un momento” gridò verso l’alto il carabiniere, che aveva già valutato i rischi. Aveva notato che i due sul tetto stavano avvicinandosi alla scala, cercando di trasportare una persona immobile, che non collaborava, certamente svenuta.
“Attenti, un attimo” urlò Duccio Guidi. “Salgo anch’io” e si arrampicò sulla scala.
Ora sul tetto erano in tre, più il terremotato, disteso sopra le pietre.
L’uomo dell’Arma si presentò, strinse la mano a Giorgio e Peppo, invitò alla riflessione. “Respira?” e si chinò sul corpo. Era una ragazza, giovane, tumefatta, lacera, impiastrata di sangue e calcina.
“Dobbiamo fare in  fretta” disse il tenente colonnello. “Ma così non possiamo calarla di sotto.”
Peppo era una furia: “Diobono, la lasciamo crepare?”
Giorgio cercò di quietarlo, Guidi parlò con la calma data dall’esperienza e dalle caratteristiche del suo mestiere: “Ci vuole una barella, qualcosa di simile, un tavolo, un’asse, una barella e delle funi, deve stare orizzontale, dobbiamo muoverla il meno possibile, immobilizzarla. Anzitutto il collo, bloccare la testa, pezzi di legno, assicelle, delle fasce…Cose che bisognava procurarsi prima…”
“Abbiamo fatto il possibile” disse Peppo, nervoso.
“Dai, ha ragione lui” disse Giorgio. “Scendo, vado a cercare.”
“Scendo anch’io” disse Peppo.
Il carabiniere restò solo sul cumulo di macerie. Ai suoi piedi la ragazza. Pensò a sua figlia, lontana, studentessa a Milano. Si inginocchiò e si commosse. Le accarezzò i capelli, le dita non scivolavano, trattenute dal sangue rappreso, dalla sporcizia. Cercò di interpretare sul corpo ferito ogni segno di vita. Il polso era debolissimo, si sentiva una lieve pressione sui polpastrelli. Come per uno schiaffo o per un colpo secco di fucile sentì dentro tutta la responsabilità di una vita che se ne stava andando. E lui era lì ad aspettare assi e funi. Gesù Santo, un bella ragazza stava morendo ai suoi piedi. Sentì la voglia di prenderla in braccio, di baciarla, di rianimarla, di caricarsela sulle spalle e di correre al più vicino ospedale. Sentì nello stomaco la nausea della sua inutilità. ‘Calmo, stai calmo’ si diceva, ripassando altre situazioni drammatiche, altre morti già raccontate, subìte. ‘Se la muovo faccio danno, la ammazzo io, un medico...possibile che non ci sia uno straccio di dottore?’
La ragazza era troppo scoperta, avvolta da un lenzuolo, da un pigiama leggero. Duccio Guidi si tolse la giacca e la adagiò come una coperta sopra di lei. Sentì voci dal basso, fate presto, dai con quei legni, corri corri, sali su, saranno abbastanza? e attese l’arrivo dei due che aveva incontrato sul tetto. Stavano arrivando, per fortuna. Già ipotizzava in quale ospedale avrebbe portato la sventurata, purtroppo distava una ventina di chilometri e non era sicuro che avrebbero potuto accoglierla. Non sapeva se l’edificio era in piedi o crollato. Le linee telefoniche erano interrotte. Aveva chiamato col cellulare in caserma pregando di diramare la notizia, che gli facessero sapere qualcosa, lì c’era una giovane donna da strappare alla morte.
Arrivarono col materiale. Duccio Guidi impartì ordini precisi, sapeva quel che c’era da fare, ma non era nemmeno più sicuro che la ragazza respirasse ancora. Avrebbe voluto tastarle il polso, contare i battiti, rassicurarsi, ma stava meglio se pensava che era ancora viva e che ora l’avrebbero portata al sicuro, nel luogo della cura. Non voleva assumersi la responsabilità di dover constatare un decesso. Santa Madonna, ora che la osservava meglio assomigliava davvero a sua figlia. E se fosse capitato alla sua ragazza? Capì che non avrebbe potuto reggere una simile sorte, e che era un’offesa per lei, distesa fra le macerie, quel suo stare lì, non indifferente ma nemmeno disperato. Perché se fosse stato ferito nella sua carne non avrebbe potuto inventarsi la freddezza per poter dare indicazioni chiare, correggere movimenti maldestri, fare e ricevere telefonate, evitare di piangere come un bambino impaurito da una prospettiva di morte imminente.    
“Ma è ancora viva?” chiese Peppo.
“Presto, fate presto” disse il comandante dei carabinieri. “Ora io scendo, calatela molto lentamente. Poi la sistemiamo nell’auto.”
Si fermò, si ricordò che avevano parlato di due giovani. E l’altro? S’avvicinò a Giorgio, lo chiese a bassa voce: “Non erano in due?”
“L’altro è ancora sotto” disse Giorgio. “Non ce la si fa. Non dà segni di vita. Nessuna voce, pianti, nessun grido.”
“Va portato fuori anche lui” disse Duccio Guidi.
Giorgio riprese a muoversi vicino alla ragazza, dovevano salvare almeno lei. “C’è anche un prete che sta con noi, don Marco. Deve essere sceso, sarà giù in cortile.”
“Ho visto un uomo entrare nella casa” disse il carabiniere.
“Allora è lui” disse Giorgio.

                                                                                         23 - continua

mercoledì 7 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 22



VENTIDUE

A don Marco occorse molto tempo per strisciare da sotto, ridiscendere le scale interne e portare la notizia. “L’ho visto…li ho visti. Il ragazzo è vivo…La ragazza…forse erano i suoi capelli….non ne sono sicuro, però. Non dà segni di vita…”
La giacca grigia di don Marco era lacerata, un paio di bottoni erano saltati, i pantaloni sporchi, le scarpe nere, lucide, avevano la punta consumata, rigata. Era sudato, nonostante la temperatura piuttosto rigida.
Le poche persone riunite in quel cortile presero coraggio. I due sul tetto sbracciavano, fecero segno al prete di salire, di spiegare anche a loro cosa aveva visto. Avrebbero trovato insieme la strada per raggiungerlo.
“Venga su, venga su” urlava Giorgio.
Don Marco s’arrampicò sulla scala, a fatica, e si portò sul tetto.
“Sì, ci sono, uno è vivo, respira..la ragazza, mi pare non ci siano speranze per lei.”
“Che si fa?” chiese Peppo.
“Da dentro è impossibile” disse il sacerdote.
“E allora?”
“Qui sopra?”
“Lo vede anche lei” disse Giorgio. “E’ impossibile.”
“Ma dobbiamo tentare, in ogni modo” disse don Marco. “Non possiamo aspettare aiuti, non c’è tempo.”
I tre si guardarono. Quell’attesa, quel mettere in comune la disperazione era già una perdita di tempo. Si piegarono e ripresero a lanciare verso il cortile il materiale. Ora potevano spostare anche pezzi più pesanti.
“Adagio…piano…” diceva Giorgio.
“Più a destra, direi di provare più a destra” disse don Marco. “Qui siamo fuori, il letto è al centro del locale.”
“Dica lei, che ha visto.”
“Tentiamo” disse il prete.
“Tentiamo” disse Giorgio.

*** 

Nel prendere fiato, dopo almeno mezz’ora di lavoro, don Marco diede un occhio al cortile, che si andava riempiendo del carico che liberavano dal tetto. Erano rimasti solo in tre: la donna che diceva di conoscere la padrona di casa, un ragazzo che faceva la spola fra quel cortile e uno vicino, e una signora molto anziana. L’avevano fatta accomodare su una poltrona, l’avevano fasciata in coperte pesanti e lasciata lì, sola. Teneva la corona del rosario in mano. Gli altri probabilmente erano andati a controllare le loro disgrazie, ad aiutare altri bisognosi, a pregare nella chiesina, a bestemmiare, a piangere.
Don Marco aveva saputo che il luogo di culto del paese era rimasto intatto, e solo da poco era arrivato chi custodiva le chiavi. Aveva aperto, lasciando che vi entrassero gli sfollati.
Si sedette sul tetto. Guardò Giorgio e Peppo che continuavano a buttare di sotto materiale con una foga ingiustificata. Non sarebbero mai arrivati sino a loro. Stava vivendo dentro un’allucinazione, che diventava incubo quando ripassava le sequenze delle ultime ore, un tempo vero, una cronaca disgraziata della quale si sarebbe parlato a lungo. Ma lui che ci stava  a fare lì seduto? Perché non aveva dato retta alla prudenza? Alla riflessione? Perché aveva svoltato, dirigendosi al paese? A Roma lo aspettavano. Seguire il Vangelo era correre dietro alla prima voce dell’anima, o attendere che parlassero anche tutti gli altri suggerimenti? Era stato così irrazionale da doversene pentire, ora, lassù, sporco insieme a gente sconosciuta, mentre l’alba regalava altre atrocità a quella ribellione della terra?
Era stanco, infelice, confuso.  Anche fossero arrivati sino a quei due disgraziati, li avrebbero trovati certamente morti, e se non morti, feriti irrimediabilmente. A questo pensava don Marco, riflessioni che deragliavano cercando altri binari, più vicini ad un’umanità che avrebbe dovuto accompagnare un uomo di Dio.            


                                                                                       22 - continua

Quel giorno che tremò la notte 21


VENTUNO

Romano si svegliò. Qualcosa lo stava sfiorando sul naso. Sulla bocca. Una mano, le dita di una mano e una luce che lo feriva. Una voce, una filo sottile che lo collegava al mondo dei vivi. Don Marco, strisciato sin lassù, sdraiato, teneva con la sinistra la torcia e con la destra, allungandosi il più possibile, nell’anfratto che era rimasto aperto sotto il tetto crollato, lo accarezzava.
“Mi senti? Rispondi. Muovi la testa se mi senti” urlava don Marco.
Romano non capiva. Era stordito, ma appena trovava un po’ di luce nella mente la chiamava “Roberta, Roberta…”. Romano avrebbe voluto gridare ma usciva solo un rantolo, che don Marco cercava di interpretare, trattenendo la gioia. Il ragazzo era ancora vivo. 
“Cosa dici? Dai, parla, dai….” e intanto gli illuminava il viso. Romano aveva gli occhi serrati, il viso sporco di sangue e di terra, ma altro non riusciva a identificare di lui. Solo il nero di quella notte senza luci artificiali e un volto irriconoscibile. In quei rantoli don Marco pensò di aver capito che stava chiamando la sua ragazza. Fece luce intorno, per quel poco che riusciva. Era incastrato anche lui, con quintali di materiale che avrebbe potuto schiacciarlo alla prossima scossa. Non vedeva che macerie, mattoni, tegole e le gambe metalliche del letto.
Ma non era il momento delle domande e delle risposte. Solo una la domanda, come liberarlo. Non c’era altra via che togliere da sopra il peso che lo opprimeva. Con tutti i rischi di quella operazione. Con tutte le cautele. Ma dalla posizione del sacerdote ogni intervento sarebbe stato impossibile.
Ora quell’uomo non diceva più nulla. Morto? Don Marco cercò di far luce per cogliere il movimento del respiro, il tremore delle labbra, segnali di vita. Girò ancora con il tondo luminoso, distingueva bene una gamba del letto, piegata dal peso enorme del terremoto. Vide qualcosa fra i sassi. Erano capelli. Probabilmente.   

                                                                                              21 - continua

lunedì 5 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 20



VENTI

“Silenzio, diobono, fate silenzio” gridò quello che stava sul tetto crollato.
“Che c’è?”
L’uomo sul tetto si piegò sui detriti, avvicinò l’orecchio alle tegole spezzate. “Forse…un lamento…via di sotto…via di sotto…” e si mise in piedi. Riprese a buttare da sopra, giù nel cortile, i pezzi di tetto che riusciva a spostare da solo.
“Che hai detto, Peppo….sentito qualcosa?”
“Sì, sì” diceva Peppo, che si muoveva rapido. Si fermò. Si passò la fronte con il dorso della mano, si mise in ginocchio.
Don Marco pensò che stesse pregando.
Peppo piangeva. “Non ce la si fa…ci vogliono i mezzi…briciole, sposto solo le briciole, madonna santa.”
“Vengo su anch’io” disse Giorgio, ma fu trattenuto per il braccio da una donna. “E’ pericoloso. Se crolla?” Giorgio si fermò.
Don Marco si diresse verso la porta.
“Che fa, reverendo, stia qui, non entri…” disse la donna che aveva bloccato Giorgio. Si era presentata come un’amica della padrona di casa, che ricordava ancora quando il piccolo Romano veniva dai nonni, succhiava l’erbacucca, dava il fieno ai conigli e il pastone al maiale.
Don Marco nemmeno la sentì. L’uscio di casa era semiaperto, lo aprì del tutto, venne investito da polvere, terra, buio e gelo. Uscì, andò all’auto, prese la torcia elettrica e tornò dentro, mentre Giorgio si stava arrampicando sulla lunga scala, con l’intenzione di raggiungere Peppo in cima alle macerie.
Puntò la luce alla sua sinistra, aprì la porta, adagio. Aveva paura. Pensava e pregava. Aveva freddo. Stava attraversando spazi di realtà simile al sogno, ogni tanto pensava a Roma e alla promozione. E se avesse proseguito dritto anziché svoltare per il paese? Non poteva neppure chiamare per giustificare il ritardo, l’assenza. Si vergognava di quel pensiero, pregava. Girò col fascio tondo sulle pareti, sui mobili di quel locale, che mostrava pochi segni del terremoto: qualche crepa, quadri fuori asse, calcinacci a terra, odore di umido, di muffa, di sporco. Uscì e puntò la luce in avanti, verso quelle che dovevano essere ripide scale. Il materiale della parte superiore della casa di campagna s’era accatastato soprattutto sulla destra, a sinistra si riusciva a passare strisciando contro la parete, superando piccoli ostacoli. Buttò la luce in cima, ebbe l’impressione che l’ingresso ai locali superiori fosse del tutto ostruito.
Sull’uscio s’affacciò la donna di prima: “Reverendo, stia attento…Vede qualcosa?”
Don Marco stava per dire che si vedeva poco ma che forse ce l’avrebbe fatta ad arrivare in cima quando venne da fuori a dentro come un rantolo della terra, le scale ebbero un fremito, il prete si voltò e corse fuori. Era stata una scelta d’istinto, non ci aveva pensato, l’azione aveva preceduto la riflessione.
La scossa d’assestamento fece inclinare la scala esterna, che andò a finire sopra l’auto dei giovani. Giorgio e Peppo si fermarono, impietriti, in ascolto di quel lamento, soffiato dal centro della terra. Non più di una decina di secondi, infiniti, che non provocarono altri crolli all’edificio, ma lesioni nella speranza della gente.
Don Marco si vergognò per quella sua fuga da pavido. Si ricordò di un episodio di gioventù. Erano partiti per le vacanze, la loro auto s’era bloccata in autostrada, brillava la spia rossa, c’erano problemi al radiatore. Suo padre aveva aperto il cofano del motore, lui era sceso per primo e per mostrarsi adulto aveva preso uno straccio e iniziato a svitare il tappo. Una folata di vapore bollente l’aveva sfiorato in viso e s’era messo a correre urlando come avesse le fiamme nei capelli.
“Non entri, per carità” disse la donna. “Lasci fare a quelli lassù.”
“Non si preoccupi, sto attento. Bisogna fare presto” disse don Marco e varcò di nuovo la soglia.
   

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Quel giorno che tremò la notte 19



DICIANNOVE

Romano si svegliò. Ma era una condizione di vita confusa: sogno, incubo, realtà. Pianse di terrore. Fregò il mento con rabbia, per ammazzarsi. Avrebbe dovuto aspettare la morte. Perché non era ancora morto? La vita non poteva sopportare quel suo martirio. Una condanna atroce. Avrebbe voluto solo dormire.
Ebbe un fremito, brividi incontrollati, tremori. Tossì. Sentì un dolore acutissimo alla schiena, al petto. Sputò qualcosa. Ebbe l’impressione di aver liberato spazio per l’aria, per le parole, una via di fuga per la sua disperazione.
Forse sarebbe riuscito ad urlare. Disse un “Aaaaaaa…” prolungato. Cercò di urlare Roberta Roberta e poi aiuto aiuto aiuto.
Il ronzio alle orecchie era diminuito. Percepiva qualcosa della sua voce. Prese coraggio. La voglia di vivere moderò la forza distruttiva dell’ansia.
Fece silenzio. Sentì qualcosa. Per un attimo pensò a Roberta, alla sua voce. Intuì che erano lontani rumori di pietre rimosse. C’era qualcuno sopra di loro. Non erano soli.
“Aiuto aiuto aiuto” e ogni parola gli costava uno sforzo tremendo.
Ora non sentiva più nulla. S’era illuso. Il rumore che gli martellava i timpani lo aveva ingannato.
Il panico lo aggredì di nuovo con una violenza che non gli lasciò scampo.   

                                                                                          19 - continua

domenica 4 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 18



DICIOTTO

Don Marco raggiunse il paese che mancavano cinque minuti alle quattro. Da lontano le case sopra la montagna erano da immaginare. Che ci fosse vita lassù lo intuiva da piccole luci in movimento e da qualche fascio di luce più ampio. Eccole ora quelle piccole luci che sfidavano il buio: torce elettriche in mano ai sopravvissuti, anche candele tenute da anziani, seduti sulle rovine. Chi aveva gambe e braccia per lavorare s’agitava, correva o camminava a passo svelto. Vide auto ferme, con i fari spalancati contro la disgrazia. Molti piangevano.
Stava decidendo dove fermare l’auto quando venne raggiunto da un giovane, che gli fece il gesto di abbassare il finestrino.
“Può venire con l’auto? Abbiamo bisogno di fari. La prego.”
“Dove?” disse don Marco.
“Mi fa salire?”
“Salga.”
“Sono Giorgio.”
“Don Marco.”
“C’è una vecchia casa qui dietro…è venuto giù il tetto, è abitata di sicuro…di solito è vuota.”
“Vuota?”
“Vuota ma ieri sera, tardi, li ho visti, sono arrivati non so da dove, forse il figlio della padrona…qui ci abitavano i nonni….la vecchia casa dei nonni…erano in  due, dalle voci direi un ragazzo e una ragazza…ieri sera, saranno state le undici…c’è la loro auto…la casa non è venuta giù, solo il tetto ma loro non ci sono, non si trovano.”
Don Marco pensò che forse erano scappati fuori in tempo, se stavano nei locali bassi. “E se hanno fatto in tempo a uscire?”
“Non so, forse” disse Giorgio. “Ma dove sono? Qui ci conosciamo tutti, siamo in pochi….mezzo paese è venuto giù, io qui sto da solo, sono vivo per miracolo…eccoci, facciamo luce….”
Don Marco fermò l’auto. Provò con gli abbaglianti. Si vedeva meglio. Un cortile, la casa. Nel cortile macerie, pietre e mattoni erano finiti anche sopra l’auto dei giovani, parcheggiata in malo modo sulla destra. Il tetto si era afflosciato sopra il primo piano, ma il crollo si era fermato lì. Un uomo sbracciava sopra il cumulo di tegole, travi, mattoni. Un mucchietto più alto doveva essere il vecchio camino. Un pezzo di grondaia penzolava, sfiorando la ghiaia del cortile. Quell’uomo era salito in cima al crollo grazie ad una lunga scala, appoggiata alla parete. Don Marco pensò che quella scala esterna significava l’impossibilità di accedere dall’interno. Forse nessuno se l’era sentita di rischiare la salita entrando nella casa pericolante.
“Senti qualcosa?” urlò Giorgio all’uomo sul tetto.
“No, no, ma ci sono…ci devono essere…sono rimasti qua sotto….come facciamo….a mani nude? I telefoni?”
“Niente….nemmeno i cellulari prendono…siamo soli.”
“Verranno.”
“Chi?”
“I soccorsi.”
“I soccorsi? Ora che salgono qui..saremo gli ultimi.”
“E’ una tragedia, madonna santa.”
“Gesù buono, c’è gente da salvare, dai dai…”
“E L’Aquila?”
“Chissà in città.”
“A L’Aquila le case sono nuove.”
“E il centro storico?”
Pochi stavano in silenzio. Le domande e le risposte aiutavano a vincere quel silenzio di morte, ad abitarlo di qualcosa.
Don Marco era uscito dall’auto e si stava avvicinando alla casa, cercando di non inciampare nei detriti.
“Non si avvicini, stia attento” gli disse una donna.
Don Marco si fermò. Il fascio di luce della sua auto buttava la sua ombra gigante contro la porta della casa. 

                                                                                     18 - continua