domenica 4 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 18



DICIOTTO

Don Marco raggiunse il paese che mancavano cinque minuti alle quattro. Da lontano le case sopra la montagna erano da immaginare. Che ci fosse vita lassù lo intuiva da piccole luci in movimento e da qualche fascio di luce più ampio. Eccole ora quelle piccole luci che sfidavano il buio: torce elettriche in mano ai sopravvissuti, anche candele tenute da anziani, seduti sulle rovine. Chi aveva gambe e braccia per lavorare s’agitava, correva o camminava a passo svelto. Vide auto ferme, con i fari spalancati contro la disgrazia. Molti piangevano.
Stava decidendo dove fermare l’auto quando venne raggiunto da un giovane, che gli fece il gesto di abbassare il finestrino.
“Può venire con l’auto? Abbiamo bisogno di fari. La prego.”
“Dove?” disse don Marco.
“Mi fa salire?”
“Salga.”
“Sono Giorgio.”
“Don Marco.”
“C’è una vecchia casa qui dietro…è venuto giù il tetto, è abitata di sicuro…di solito è vuota.”
“Vuota?”
“Vuota ma ieri sera, tardi, li ho visti, sono arrivati non so da dove, forse il figlio della padrona…qui ci abitavano i nonni….la vecchia casa dei nonni…erano in  due, dalle voci direi un ragazzo e una ragazza…ieri sera, saranno state le undici…c’è la loro auto…la casa non è venuta giù, solo il tetto ma loro non ci sono, non si trovano.”
Don Marco pensò che forse erano scappati fuori in tempo, se stavano nei locali bassi. “E se hanno fatto in tempo a uscire?”
“Non so, forse” disse Giorgio. “Ma dove sono? Qui ci conosciamo tutti, siamo in pochi….mezzo paese è venuto giù, io qui sto da solo, sono vivo per miracolo…eccoci, facciamo luce….”
Don Marco fermò l’auto. Provò con gli abbaglianti. Si vedeva meglio. Un cortile, la casa. Nel cortile macerie, pietre e mattoni erano finiti anche sopra l’auto dei giovani, parcheggiata in malo modo sulla destra. Il tetto si era afflosciato sopra il primo piano, ma il crollo si era fermato lì. Un uomo sbracciava sopra il cumulo di tegole, travi, mattoni. Un mucchietto più alto doveva essere il vecchio camino. Un pezzo di grondaia penzolava, sfiorando la ghiaia del cortile. Quell’uomo era salito in cima al crollo grazie ad una lunga scala, appoggiata alla parete. Don Marco pensò che quella scala esterna significava l’impossibilità di accedere dall’interno. Forse nessuno se l’era sentita di rischiare la salita entrando nella casa pericolante.
“Senti qualcosa?” urlò Giorgio all’uomo sul tetto.
“No, no, ma ci sono…ci devono essere…sono rimasti qua sotto….come facciamo….a mani nude? I telefoni?”
“Niente….nemmeno i cellulari prendono…siamo soli.”
“Verranno.”
“Chi?”
“I soccorsi.”
“I soccorsi? Ora che salgono qui..saremo gli ultimi.”
“E’ una tragedia, madonna santa.”
“Gesù buono, c’è gente da salvare, dai dai…”
“E L’Aquila?”
“Chissà in città.”
“A L’Aquila le case sono nuove.”
“E il centro storico?”
Pochi stavano in silenzio. Le domande e le risposte aiutavano a vincere quel silenzio di morte, ad abitarlo di qualcosa.
Don Marco era uscito dall’auto e si stava avvicinando alla casa, cercando di non inciampare nei detriti.
“Non si avvicini, stia attento” gli disse una donna.
Don Marco si fermò. Il fascio di luce della sua auto buttava la sua ombra gigante contro la porta della casa. 

                                                                                     18 - continua

sabato 3 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 17


DICIASSETTE

Romano riprese conoscenza. Cercò di aprire gli occhi. Entrò terra. Li richiuse. Sentiva lo scarto più sottile del terremoto sfregare contro il bulbo, pungere. Non poteva muoversi, non poteva usare le nocche delle dita, anche di una sola mano, nel gesto di sfregarsi gli occhi, per liberarli da un corpo estraneo che infastidisce. Cercò un respiro più profondo ma altra terra entrò in bocca, tentò di buttarla fuori con la lingua, sentiva il sapore del mattone, del sangue, dei suoi denti. Riusciva a compiere piccolissimi respiri: aumentarono, moltiplicati dall’angoscia. Era incastrato sotto al letto. Non poteva aprire gli occhi, ce la faceva solo a spostare per pochi centimetri il capo, sfregando il mento contro il pavimento. E Roberta? Non riusciva a chiamarla, non la sentiva, nella testa gli girava un ronzio continuo.
Urlò dentro di sé tutta la sua paura, la rabbia per averla portata in quella tana, il terrore che fosse morta e che sarebbe morto anche lui. Non avrebbero avuto scampo. Minuti, ore e la fine di tutto. Voleva morire subito. Aveva freddo. Il suo corpo era dolore e angoscia. Si sentì svenire, soffocare, non c’era più fiato, non riusciva a sentirselo dentro, a soffiarlo fuori. Gli parve di sentire voci e rumori di passi sopra di lui, tegole che si muovevano. Tornò il silenzio. 

                                                                            17 - continua




venerdì 2 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 16



SEDICI

Don Marco accostò a destra. La scarsa luce pubblica si spense. Tenne accese i fari e scappò fuori dall’auto. Faceva freddo. Era solo. Il buio ruggiva. Capì subito che era il terremoto, si fece il segno della croce e in quel gesto, anzitutto, un grazie per essere finito all’aperto, lontano dalle case, rada la vegetazione, alberi di basso fusto. Vide dietro di lui un’auto che si fermò a una decina di metri. Uscirono alla svelta, erano più d’uno. Sentiva le loro urla: “Cristo Santo, ma che cazzo sta succedendo!”
“Fuori, saltate fuori.”
“Tranquilli….siamo all’aperto.”
Poi silenzio, tutti, ad ascoltare quella mostruosa ribellione.
Don Marco si appoggiò al cofano ancora caldo. Guardò verso i piedi, controllò che una fenditura della terra non lo inghiottisse. Pensò di andare verso quell’auto, fece qualche passo, tornò indietro, si mise le mani nei capelli e pensò che stava durando una vita, che le case sarebbero crollate, che gente sarebbe morta. 
Vide altre luci, altre auto lontane, ferme, immaginò gente impaurita come lui. Qualcuno si stava avvicinando. Ormai la terra non tremava più.
“E’ finito..è finito…cazzo!” urlava qualcuno, nel buio.
“Sta bene?” disse a don Marco un giovane, avrà avuto trent’anni.
“Sì, e voi?”
“A posto…la fine del mondo, sembrava la fine del mondo…”
“E’ andata via la luce” disse don Marco “ma so dove siamo. Voi siete di qua?”
“No.”
“A tre chilometri c’è un paese, poco avanti c’è la deviazione” disse il prete. “Io vado là, avranno bisogno di aiuto…sarà crollato tutto.”
“Come si fa a continuare? La strada? Ci saranno voragini…e non si vede una madonna” disse l’amico del primo arrivato, giovane anche lui.
Don Marco pensò se era il caso di andarci a piedi o di rischiare con l’auto. Forse erano più di tre i chilometri, quattro, cinque, e con quel freddo. Ma ciò che lo convinse fu il pensiero che i fari della sua auto sarebbero serviti per fare luce sulla tragedia.
“Io vado” disse ai due giovani e si mosse per tornare in auto.
“Ma dove va? Stia qui… se viene un’altra scossa? Non si vede niente. E le strade?”
“Le conosco bene” disse don Marco. “Qui mi sembrano praticabili.”
“Aspettiamo che faccia giorno.”
Don Marco non rispose. Salì e accese il motore. Ripartì adagio, valutando le condizioni dell’asfalto. Guardò nello specchietto se qualcuno lo seguiva. No, avevano preferito l’attesa. La deviazione per il paese arrivò presto. Mise la freccia a destra, per abitudine. La tolse. Non serviva. In quella notte ferita, in quell’angolo d’Italia nessuno era per strada. Fatta la deviazione avvertì un nuovo tremore, una nuova scossa, niente rispetto alla prima. Ma ebbe paura. Rallentò. Guardò la corona del rosario. Diede un’accelerata verso le case. 

                                                                                                   16 - continua

Quel giorno che tremò la notte 15



QUINDICI    

Romano fissava la lampadina che pendeva sopra il suo naso. Era indeciso se alzarsi a spegnere la luce o starsene lì sotto; si sarebbe alzato solo per uno scrupolo da ecologista. Vide il vecchio lampadario dondolare, adagio, movimenti sempre più ampi. E col dondolio un rumore profondo, come di tuono prolungato, che non si risolve nel silenzio. Vide aprirsi una crepa sul soffitto, si voltò verso Roberta, la toccò per svegliarla. Quando la ragazza soffiò adagio adagio un ‘Che c’è?’ il letto tremava, il  comò si era spostato dal muro, la specchiera era caduta a terra con un fracasso di vetri che svegliò la ragazza. Capì che qualcosa di grave stava succedendo, un risveglio incredibile.
Romano era nel panico, perse il controllo, con il terrone nel corpo inquieto: “Cazzo…cazzo…” urlò, buttando via il lenzuolo e la coperta come fossero di fuoco.
“Terremoto…no no” gridò lei.
I primi calcinacci si staccarono dal soffitto finendo sul letto: sottili, solo polvere. La luce si spense. Nel buio il ringhio del terremoto era atroce, rumore amplificato dalle suppellettili che cadevano, dai pezzi di muro e di soffitto che finivano sul pavimento, sul letto.
Senza ragionamento, Romano strinse un braccio di Roberta e la trascinò giù dal letto, tirandola verso la porta e l’uscita, ma inciampò subito nel buio. Cadde e cadde anche lei. Si alzò e sentì un rumore secco davanti a lui, tastò, capì che doveva essere la porta della camera. Fece per rimettersi in piedi, urlò: “Usciamo!” ma venne investito dalla parete, che si sbriciolava davanti a lui. Roberta piangeva e si lamentava per le prime ferite. Strappò dal letto la coperta e il lenzuolo, si fasciò, gridò che dovevano scappare sotto il letto, stava venendo giù il soffitto. Di fianco era tutto bloccato dalle rovine della casa. Riuscirono a infilarsi sotto, trovando un  varco sul davanti. Si rannicchiarono, si fasciarono nei pezzi di tela. Avevano in bocca polvere e piccole scaglie di mattone. Roberta aveva un dolore fortissimo al braccio destro. Romano pensò che era la fine. Intorno a loro la terra ruggiva, esalando odori nauseabondi. Un peso li schiacciò, riducendo lo spazio e appiattendoli a terra. Romano si riparò la testa, picchiò il mento, il naso, la bocca sul pavimento, lercio per l’incuria di mesi. Avvertì un dolore insopportabile ai denti.  Roberta si sentì oppressa, non riusciva a respirare, sentì il potere della morte nel suo corpo, perse i sensi.
Romano, ferito e cosciente, sentì che la pressione della casa sopra di lui aumentava lentamente, il rumore perdeva potenza. Arrivò il silenzio. Un conato di vomito gli si bloccò in gola.   
   

                                                                                                         15 - continua

giovedì 1 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 14


QUATTORDICI

Don Marco doveva essere a Roma alle sei. Non gli pesava viaggiare in auto di notte: il silenzio, un traffico più quieto, la compagnia della radio, soprattutto musica classica. E aveva mantenuto la calma anche quando era stato costretto a lasciare per un tratto l’autostrada, causa lavori. Conosceva bene quella parte d’Italia, una ventina di chilometri sulla statale e poi di nuovo in autostrada. Tamburellava le dita sul volante seguendo Bach. I polpastrelli rimbalzavano a  ritmo con il movimento della corona del rosario; il Cristo in croce pendeva come un impiccato dallo specchietto retrovisore.
Si passò le mani nei capelli, che pettinava all’umberta, come suo padre. Capelli radi, e gli dispiaceva, ma per i suoi sessant’anni potevano bastare. Ciò che davvero gli dava fastidio era il peso, un addome che gli si gonfiava, cosce possenti e un viso tondo, che facilmente arrossiva, e non per vergogna. Quanto meno non aveva rughe. Don Marco imputava quella sua grassezza all’impossibilità di praticare sport: non aveva più tempo, e non possedeva più il fisico. Le articolazioni lo reggevano in piedi. Camminare a lungo non era più possibile, correre impossibile, se non per brevissimi tratti. Era stato un calciatore di buon livello, attaccante; non fosse stato per la vocazione sacerdotale, avrebbe fatto carriera; ne era certo, in seminario nessuno come lui. Più gli anni passavano, più la scelta di offrire a Dio anche quella passione diventava faticosa. Ad Abramo era stato chiesto il sacrificio del figlio, poi risparmiato, a lui la rinuncia ai gol, ma nessuno glieli aveva restituiti. Questo significava venti chili di troppo, distribuiti su un corpo tarchiato, a botte.
Ma ciò che non perdonava a Dio era il Suo silenzio. Deus absconditus: bastava leggere i Salmi per sapere in anticipo che Dio sarebbe stato anche assenza.
Viaggiava verso Roma a motivo di una nomina. Stava facendo carriera ecclesiale, avrebbe aggiunto un altro titolo nobiliare. Sapeva di non meritarselo, la sua fede era inconsistente. Si vergognava di ciò che avrebbe raccolto nella Capitale, ma non era in grado di rinunciare agli applausi del mondo.
Viaggiava a non più di sessanta all’ora, un tratto di strada in salita, sull’Appennino, con scarsa illuminazione. Doveva usare gli abbaglianti. Fu in quel segmento di viaggio che sentì l’auto traballare. Pensò di aver preso una buca, o forse era solo asfalto sconnesso. Forse stavano rifacendo il manto stradale, e in quel tratto avevano grattato l’asfalto vecchio. Ma non aveva incontrato cartelli di lavori in corso. Per prudenza rallentò.

                                                                                    14 - continua

mercoledì 31 ottobre 2012

Quel giorno che tremò la notte 13


TREDICI

La notte di buio e di stelle aveva smorzato il ritmo del traffico. Tante auto nei due sensi di marcia, soprattutto ritorni dal fine settimana. Roberta aveva accennato ad addormentarsi un paio di volte, Romano era tenuto sveglio dal desiderio.
“La prossima è la nostra” le disse e guardò l’orologio sul cruscotto. Erano le dieci e ventidue, ancora mezz’ora fra statali e provinciali e sarebbero arrivati.
“Ci siamo?” disse lei.
“Alle undici, non prima” e intanto ripassava la strada che aveva percorso spesso, non negli ultimi anni, preso dal lavoro. Mai di notte. Una cittadina, due o tre paesi e la salita al colle, uno fra i tanti di quella parte d’Italia, terra di boschi di faggio e di castagno. Meno di un’ora e sarebbe arrivato nella casa dei nonni materni. Dentro quei locali, correndo nell’aia, rovistando nel pollaio aveva raccolto i ricordi migliori della sua infanzia. E la morte dei nonni era stato il suo primo incontro con il dolore. Il nonno era basso, secco, gambe curve da fantino, labbra furbe e piccoli occhi infossati; la nonna era tonda per i chili, regalo delle gravidanze, ma lì nessuno si fermava e lei s’era fatta curva di schiena e non si sarebbe più messa dritta. Senza dar peso alla deformità continuava a voler bene a suo marito, a servirlo e a servire la terra, il piccolo orto, i pochi animali che mantenevano con cura, e con mano ferma sgozzavano per ricavarne i gustosi pranzi che Romano adorava: la pelle croccante del pollo, il coniglio in bottacchio con le olive nere. 
La casa dei nonni: una porticina con la tenda fatta di fili di plastica che si metteva d’estate, quando la porta era sempre aperta. Una scala ripidissima, dai gradini alti che per montarci sopra doveva tirar su il ginocchio. Prima della scala, sulla sinistra, una grande cucina dove mangiavano, ma alla festa si saliva ai piani alti, nella sala buona, con il pavimento di grosse piastrelle rosse squadrate malamente e rosicchiate dal tempo. Sulla destra le camere. Il bagno era stato progettato dopo, segno di una modernità che aveva dato dignità alla vecchia latrina, un gabbiotto di legno grezzo sistemato in fondo al cortile.
La casa antica comprendeva il pollaio, galline, conigli e la prima erba che aveva imparato a tagliare col falcetto e a dare in pasto alle bestie, con immensa soddisfazione. Una casa fatta di odori buoni, che salendo dalla cantina di prosciutti e salami e vino in botti erano penetrati nei mattoni e nell’intonaco, nella credenza, nel tavolo e sulla vecchia ottomana.
I nonni se n’erano andati, più vecchi che giovani ma sempre prematuramente per lui; senza di loro non ci tornava volentieri in quella casa d’Appennino, tessera del mosaico di un paese anziano, senza futuro, abbandonato lassù ai vecchi e agli animali, con poche case ristrutturate e tante abitazioni abbandonate. Ma andarci con Roberta era come ritrovare felicità in quella strada, giunta agli ultimi tornanti.

***  

“Che ore abbiamo fatto?” disse Roberta in mezzo a uno sbadiglio.
“Ti avrei svegliata” disse Romano. “Ci siamo, te l’avevo detto, mancano tre minuti alle undici.”
“Era ora.”
“Dillo a me. Che fai?”
“Mando un messaggio ai miei.”
“Ti dispiace?” e le allungò il suo cellulare. “Prima che rompano i coglioni.”
Arrivò l’ultima curva, un tratto in piano, svolta a destra, il cortile. Un solo, piccolo lampione mandava scarsa luce sulla ghiaia, che venne rimestata dalle ruote e rantolò.
Romano frenò, spense il motore, le luci: “Salta giù, ci siamo” le disse.
La notte era fresca. Un gran silenzio, buio.
“Ma siamo soli?” chiese Roberta. “E’ un paese fantasma?”
“Più o meno.”
Presero le valigie. Nel silenzio grande lo sferragliare della chiave nella toppa si amplificava. Roberta dava un po’ di luce col suo cellulare.
“Ma ci vedi?”
“Ci vedo, ci vedo” e la porta si aprì. “Il problema è trovare l’interruttore centrale.”
“Ci voleva una torcia.”
Romano brancolò, tastò, chiese la luce fioca dello schermo del telefonino, aprì una piccola anta, mise le mani in altro buio, trovò l’interruttore. Fu luce sulla ripida scala, e subito dopo si accese anche la lampadina della grande cucina sulla sinistra.
Romano ritrovò il profumo dell’infanzia. Ma era stanco e senza voglia di ricordi. 
“Qui dovrebbe esserci un divanoletto.”
“Che è questo” e Roberta indicò il solo divano nel grande locale, con tavolo, una vasca più che un lavandino, una cucina economica a legna e carbone.
“Se vuoi dormiamo qui.”
“Se no?”
“La camera dei miei nonni, di sopra.”
“E i tuoi cosa dicono?”
“I miei?” e rise.
Roberta prese tempo, perlustrò la cucina, guardò la lampada che mandava una luce insufficiente. Scelse: “Di sopra, se ti va.”
“Come vuoi tu” e prese le valigie.
La scala era ripida e stretta, coi gradini consumati, i bagagli rendevano la salita difficoltosa. La piccola porta che immetteva nel tinello cigolò, Romano trovò subito l’interruttore sulla destra. C’era umidità, freddo. Da mesi nessuno entrava più lì dentro. Si pentì di averla portata in quella topaia.
“Che facciamo? Accendiamo il fuoco?” chiese Romano. “Qui si ghiaccia.”
“Ma non è tardi?”
“Il camino c’è, la legna anche, non ti garantisco, non lo accendo da una vita.”
“Ma se andassimo a dormire?” disse Roberta.
“In camera dovrebbe esserci una stufetta elettrica.”
“Basterà quella.”
“Intanto vediamola, la camera.”
Un corridoio di un paio di metri, un’altra porta sulla destra, con i vetri smerigliati. Un altro interruttore e sempre una luce ridotta, che lasciava nel mistero buona parte del locale.
Si vedeva il letto; l’armadio, il comò, un’ottomana erano ombre in bianco e nero.
Roberta si lasciò andare sul materasso, la rete metallica cigolò, s’alzò della polvere. “Sono sfinita” e si mise a ridere. Pareva soprattutto felice.
Romano passò un dito sopra il piano del comò, raccolse sul polpastrello polvere grassa, umida. Dentro di lui girava un’emozione che andava controllata.
“Aspetta” disse Roberta. “Dov’è il bagno?”
“Qui, ti faccio strada.”
“La doccia?”
“La doccia? Massimo ci sarà un doccino nella vasca. Vediamo.”
“Ma ci sarà l’acqua calda?”
“Fra due o tre ore. Dobbiamo accendere il boiler.”
“E come ci laviamo?”
“Non ci laviamo.”
“Facciamo scaldare una pentola d’acqua.”
Entrarono ma in due non ci stavano: lo spazio era occupato da una vasca in ghisa laccata, a forma di poltrona, dove era impossibile sdraiarsi. Romano aprì il rubinetto del lavandino, ne uscì acqua a singhiozzi, di un colore scuro di ruggine e terra; con lo scorrere l’acqua divenne trasparente. La sfiorò: “E’ un ghiaccio.”
“Io la faccio scaldare. Trovami una pentola, per favore.”

***  

La pentola fu trovata, e anche un fuoco a bombola di gas liquido. Non fu recuperata, invece, la stufetta elettrica, che avrebbe dovuto scaldare la camera da letto.
Romano aveva fatto alla svelta, una sciacquata, si era sfiorato il mento, la barba pungeva, le avrebbe dato fastidio. Si era messo nel letto, rabbrividiva, le lenzuola erano freddoumide, c’era odore di chiuso, di vecchio. La mobilia aveva perso il buon profumo di legno, tarlata dalle bestie e dal tempo. Sopra di lui un lampadario con una lucina da trenta watt, non di più. Il letto dei suoi nonni era una rete metallica alta da terra quasi un metro, con una testata d’ottone lavorato ad arabeschi e volute. Si mise a dondolare sul materasso, sentì il canto delle maglie metalliche.
Dietro i suoi capelli, lunghi per nascondere un principio di calvizie, appeso alla parete pendeva un grosso quadro della Sacra Famiglia. Il crocifisso stava sul comodino. Sul comò foto in bianco e nero e uno specchio; i suoi nonni lo curavano, vestiti con gli abiti nuovi del loro matrimonio. Si chiese se quello ero lo stesso materasso sopra il quale era stata concepita sua madre.
Sentiva Roberta nello sciabordio dell’acqua. Cercava di non immaginare nulla.
“Muoviti, fa freddo” le urlò, sapendo che difficilmente avrebbe sentito. Continuò il rumore dell’acqua sopra Roberta. Lei non rispose. 
Silenzio. L’acqua non sbatteva più. La luce del minuscolo bagno si spense, la porticina cigolò, restava la modesta illuminazione del lampadario sopra il letto.
Roberta entrò. Indossava un pigiama giallo tenue. Sembrava una tuta da jogging.
“Che freddo che freddo che freddo…” e scivolò nel letto, non lo abbracciò, non si svestì, non lo accarezzò. Si accomodò sul fianco sinistro, sul lato destro del letto grande, si raggomitolò come una gatta pigra e freddolosa, si lamentò più volte per quell’aria gelida, per quell’umido che bagnava il lenzuolo, disse che era stanca morta e gli augurò la buona notte.
Romano ammutolì. Scherza o fa sul serio?
“Buonanotte” ripeté Roberta.
Aveva capito, certo che aveva capito. Romano rispose con una voce offesa, lamentosa. S’alzò per spegnere la luce. Non c’erano abatjour sui comodini.
“Che fai?”
“La luce.”
“No. Lasciala accesa.”
“E perché?”
“Ho paura.”
“Ci sono io.”
“Non mi basti.”
“Se lo dici tu” e tornò sotto la pesante coperta di lana grezza.
Romano si rapprese nella sua delusione. 
Ma la rabbia cedette al desiderio. Allungò il braccio. Non ci arrivava a toccarla. Si avvicinò strisciando sul lenzuolo. La rete cigolò. Ora la sfiorava, le accarezzò la schiena, le dita scivolarono sotto il pigiama, risalì sino ad accorgersi che era senza reggiseno.
Roberta tremò, sospirò, si fece più vicina. Disse “Fa freddo” e restò immobile.
Lo stava spiazzando. Confondendo. La voglia di lei dilagava, aveva rotto gli argini ma la temeva. Stava ragionando troppo. Non doveva andare a finire così. Muti nell’imbarazzo. 
Lei sul fianco e lui sul fianco, addosso, a curarsi, a spiare la reazione, pronti ad un’altra mossa. Ma era amore o una battaglia? Non avrebbe dovuto essere tutto più semplice? Lo scontro violento di due passioni? La soluzione di una lunga attesa? 
Romano le toccò l’addome piatto, teso. Con l’indice penetrò nell’ombelico. Lei disse “Mi fai il solletico” e si scansò; lui non capì se quel tono era scherzoso o irritato. 
Salì con la mano e lei cambiò il ritmo del respiro e lui le accarezzò i seni. Era la prima volta che li sentiva. Prese aria in lunghi respiri mentre lei gli guidò la mano più in basso.
Lui disse “Aspetta” e si tolse i boxer, cercò sotto il cuscino, con il gomito picchiò sul comodino, il crocifisso cadde, imprecò a mezza voce, lo trovò, lo aprì coi denti.
“Io” gli disse e cercò la sua mano.
“Ma sei scema?”
“Perché?”
Con la gola riarsa dall’ansia disse “No, no” e lei lo sfiorò. Aveva dita sottili, unghie lunghe e curate, smaltate di rosso. Le sentì come fuoco sulla sua carne viva. Le allontanò.
“Che c’è?” 
“Niente” rispose lui, con una voce cretina, in falsetto. Roberta si mise seduta. Si spogliò. Non aveva più freddo, non si lamentò per essere finita dentro un letto che sapeva di muffa.
“Mi baci?” gli disse, salendogli sopra.
Lui perse ogni controllo. Gli morì in gola un ti amo che non uscì, ma addolcì rabbia e vergogna. Buttò indietro lenzuolo e coperta e andò in bagno.
“Stai qua” gli disse Roberta. “Fa freddo.”
Tornò quasi subito. Tremava.
Roberta si era già rivestita. In equilibrio sul fianco, pareva addormentata. Ma aveva gli occhi aperti, e fra gli occhi e le labbra si rincorreva un sorriso.

***  

Romano si era addormentato. Incazzato com’era con se stesso, si era già disposto ad una notte di veglia e di rabbia. Invece aveva preso sonno.
Fu svegliato dalla sua mano che si arrampicava, si infilava, lo cercava. Poi si allontanò. Era ancora vestita. Uscì da sotto la coperta, veloce. Si mise in ginocchio di fianco a lui, con la fronte a una spanna dalla Sacra Famiglia. Si sfilò la giacca del pigiama. La luce era ancora accesa. Si sedette, dondolò sulla schiena e si sfilò i pantaloni, che lanciò contro la parete. Il pigiama andò a finire contro il quadro.
“Dove sono?” gli chiese, sdraiandosi sopra di lui ed allungandosi verso il comodino.
Romano si alzò, cercò nella tasca del giubbotto, ne sfilò uno.
“A me” disse Roberta.
Romano si svestì con lentezza mentre Roberta diceva: “Non l’ho fatto mai.”
Romano si sdraiò e l’attese.
“Mi aiuti?” disse Roberta.
Romano si sedette, appoggiando la schiena alla testata in ferro battuto. Erano tubi ghiacciati. Stava scomodo. Cercò di trovare un compromesso nella posizione. Teneva le gambe allungate, Roberta si sedette sulle sue cosce.
“Dammi” disse Romano.
“Io” disse Roberta.
Romano prese le sue mani, le guidò, si piegò verso di lei, la abbraccio, cominciò a baciarla. La fece distendere di schiena sopra le sue gambe allungate.
Ora i piedi di Roberta spingevano sulla parete; facendo pressione sul muro si inarcò.
Romano si piegò in avanti, puntellandosi alle braccia. Continuò a baciarla sin dove poteva arrivare senza lasciare l’appoggio, in ogni piega.
Roberta si appoggiava, scendeva col bacino e scappava, tornava ad alzare i piedi verso il quadro, a spingere, a sfuggirgli; sentiva freddo sotto la pianta dei piedi, doveva fare attenzione a non scivolare.
Romano la prese ai fianchi, lei disse ridendo che aveva capito. Si distese supina di fianco a lui, allungando le braccia verso la testata del letto. Si sentì il rumore metallico dei suoi anelli, che cozzarono contro l’ottone lavorato. Si agganciò a due volute.
Romano si sedette sopra di lei, piegò le gambe divaricate, si appoggiò alle ginocchia, chiuse gli occhi e cominciò ad accarezzarla con la punta delle dita.
Roberta liberò una mano, che lasciò la testata e prese la mano di Romano, accompagnandola sopra il suo seno. Sganciò anche l’altra mano e le congiunse, tenendolo fra le due palme. E insieme muoveva ritmicamente il bacino, le molle stridevano, il solo rumore nella camera che aveva l’odore acre del tempo passato, rumore di ferro arrugginito e il soffio dei loro respiri.
Lei disse “Scendi, sdraiati.” Romano ubbidì. Roberta si allungò sopra di lui, lui avvicinò le gambe, lei le aprì e infilò le dita nei suoi capelli. Salì ancora e si aggrappò alla testata del letto, che si piegò in avanti.
Lo sentì scivolare dentro, corrergli incontro.
Nessuno avrebbe potuto fermarli, ora. Non gli sguardi dei nonni in abito da nozze, sorridenti ma seri davanti alla grande macchina fotografica; e nemmeno il Dio della croce e della Sacra Famiglia né la paura di fare troppo sul serio, troppo alla svelta.       
        
***

La luce nella camera era ancora accesa. Roberta si era addormentata subito, dopo essersi rivestita senza dire una parola. Romano avrebbe voluto domandarle se era felice. 
Roberta era il respiro profondo del suo sonno.
Romano cambiò fianco, poi si mise a pancia in giù, buttandosi il cuscino sopra la nuca. Stava bene. Il mattino dopo avrebbero potuto dormire sino a mezzogiorno. E dopo la colazione nell’unico bar del paese, sarebbero tornati a letto.
Se la sentiva addosso, anche se il piacere del suo corpo si diluiva nel buio della notte. Era solo l’inizio.
Era ancora nudo e cominciava ad avere freddo. Pensò di rivestirsi. Si alzò curando di non svegliarla, cercò i boxer, la tishort, non li trovava, non erano caduti a terra. Frugò sotto le lenzuola, con la mano perlustrò il fondo del letto, si erano incastrati fra materasso e coperta, li recuperò, si rivestì alla svelta, ora tremava, l’umido era tornato ad essere fastidioso.
Si mise supino, con le mani dietro la nuca. Quella lampadina generava una luce tanto fioca che poteva fissarla senza ferirsi la pupilla. Tirò verso di sé la pesante coperta sino a coprire il mento, il naso, aveva fuori solo gli occhi e i capelli.
Sentì un rumore, forse il gracchiare del cellulare. ‘Un messaggio a quest’ora? Ma chi cazzo è?’ ed ebbe paura. Allungò la mano destra, tastò il piano del comodino, recuperò il telefono, no, si era sbagliato. Nessun messaggio in arrivo. E il rumore? Fece in tempo a leggere l’ora: le tre e ventinove. Non mancava molto all’alba. Quella notte sarebbe stata con lui per tutta la vita.    
 


                                                                                           13 - continua









martedì 30 ottobre 2012

Quel giorno che tremò la notte 12



DODICI

“Com’è che quella ragazza non chiama?” domandò la madre di Roberta.
“Chiamerà, tranquilla” disse il padre di Roberta.
“Sempre tutto tranquillo per te” disse lei. Era seduta sul divano, telecomando in mano, passava da un canale all’altro senza attenzione, concentrata su quella telefonata che non arrivava. Non conosceva Romano né la sua abilità nella guida, non si fidava delle parole della figlia, non si fidava degli altri automobilisti. Della vita vedeva il peggio, doveva gestirsi un sottofondo d’ansia che le rovinava le giornate. E se non poteva far altro, per difendersi scaricava sul marito la rabbia di una vita malata. “Ma che padre sei?”
“Che padre sono….non lo so…forse non è nemmeno figlia mia” e la mise sul ridere.
“Mi prendi per il culo?”
Lui non rispose.
Lei spense il televisione, che morì dentro l’eco di una musichetta fastidiosa. “Le tue figlie fanno quello che vogliono...da sempre.”
“Senti…” e lanciò il libro per terra, con una violenza esagerata. Tacque.
“Non dovevamo farla andare e basta.”
“Ma se l’abbiamo deciso insieme?”
“Per forza, tu avresti avuto il coraggio di dirle di no?”
“Ma lo sai quanti anni ha?”
“Finché è in questa casa…” e alzò il volume della voce. Lo fissò con occhi cattivi. Uno sguardo che gli bruciò come uno schiaffo. Perché aveva un solo senso: sei un padre fallito. Una rovina che non voleva nemmeno prendere in considerazione.
“Dillo, dillo pure, lo so cos’hai in testa” minacciò.
“Quanti no le hai detto in vita tua?”
“E tu?” gli urlò in pieno volto.
“Mi sono sempre sentita sola, è questa la verità.” Pianse.
Altre volte si impietosiva al suo pianto stizzoso, non ora, sconfitto da un furioso malessere. E mentre si preparava all’attacco pensò che stava sbagliando, che le motivazioni erano ridicole ma le parole partirono senza comando, velenose. “Ne ho piene le palle delle tue figlie e della storia del padre fallito, crepate tutti!” e si alzò come in preda al panico. No, andarsene sbattendo la porta sarebbe stato troppo poco. “ E vuoi che te le dica tutte?”
Lei lo osservava con terrore.
“Solo critiche, cazzo…un complimento…ti sei mai chiesta da quanti anni non mi fai un complimento? Qualcosa che ho fatto che ti va bene?”
“E questo che c’entra?”
“Hai in mente solo le tue figlie…non te ne posso fare una colpa…ma almeno non mi rompere i coglioni!” e si abbassò per recuperare il libro che era andato a finire contro un mobile basso. Era preoccupato che non si fosse rotta la rilegatura. “Non telefona, non telefona…ma lasciala vivere, ha venticinque anni, fa il suo dovere, se non telefona è perché gli stiamo troppo addosso.”
Lei lo fissò come un fantasma. “Continua, continua a giustificare tutto….ora fai la vittima…credevo di aver sposato un uomo. Avanti, se hai le palle chiamala e dille che ha due genitori…o devo farlo io, come sempre?”
“Guarda, prego, questo è il telefono” e fece la mossa di allungarli il cordless di casa.
“Sei un pezzo di merda!”
“Ma va là….” e se ne andò, ma prima della porta fu preso alla gola dal senso di colpa. L’immagine d’essere stato davvero un padre debole gli fece tremare le gambe.
 

                                                                                 12 - continua