lunedì 3 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 8


Otto

Sofia camminava davanti a lei, goccia di quel torrente di studenti che saltellava a valle, in pendenza dal colle del ‘Cairoli’. Compagnia ciarliera e policroma, i tanti colori pastello degli Eastpack e delle polo a mezza manica, voglia di un buon pranzo ma soprattutto di raccontarsi, di raccontare i fatti altrui e di curiosare, in silenzio, le mosse di un amore ipotetico. Molti ridevano soddisfatti, come chi si è liberato di un peso e gode per uno spazio di piacevole, momentanea libertà.
Sofia parlava con un’amica. Non s’era accorta che la sua professoressa la seguiva, che ne curiosava le mosse, gelosa dei suoi diciannove anni. Accese il piccolo Mp3, uscì della musica, poi si tappò le orecchie con gli auricolari. Non aveva bisogno di ancheggiare, con quelle forme. Né di passarsi le dita fra i capelli e pettinarli, facendoli svolazzare verso le nuvole, perché di capelli ne aveva in avanzo e a quell’età non bisogna inventarsi nulla, per piacere.
Giunsero in fondo al colle, nei pressi del masso sacro, ricordo di guerre, di sacrifici, di ideali. 
Ma dove andava, adesso, Sofia? Perché attraversava? E con quella fretta?
Matilde si fermò a spiarla. Sull’altra sponda di via Venticinque Aprile sostava un ragazzo, in sella ad una moto piuttosto malmessa, un ragazzo col casco che stava porgendo un casco rosso anche a lei, che l’aveva baciato sulla bocca e insieme erano partiti.
Eccolo dunque l’albanese, che si raccontava fosse il suo nuovo ragazzo, dopo Bingo.
Frugò nella borsetta. ‘Dove diavolo ho messo le chiavi?’ e s’inquietò, poi le trovò, si calmò ma s’agitò di nuovo pensando al pranzo che avrebbe dovuto rimediare.
Non sarebbe stato un pomeriggio assonnato.

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Vicolo Canonichetta 7


Sette


Matilde fumava. Seduta, gomiti appoggiati sulla grande cattedra della sala professori. Gambe accavallate, la mano s’appoggiava al braccio, l’altra mano s’allungava in dita nervose, che stringevano il piccolo cilindro di tabacco. Scodinzolava il fumo verso il neon, bucavano il fumo gli occhi di lei e si posavano qualche metro più innanzi, alla macchinetta delle bevande.
Quattro colleghi stavano in piedi. Anche Franco. Guardava Franco e il paragone con Giulio era impietoso. Per Giulio. Franco...gli rubò soprattutto le spalle, la vita stretta, il gonfiore dei muscoli delle braccia. Tradire Giulio sarebbe stato necessario e stupendo. Franco era la preda.
Ma Giulio dov’era? Lo chiamò; s’era ricordata che doveva essere via per lavoro, due giorni...due giorni la casa libera. Scavallò le gambe; forse si poteva fare quello stesso pomeriggio, no, aveva l’appuntamento col Caravati. Ci sarebbe stata la notte. Perché Giulio non gli aveva lasciato nemmeno un biglietto? Neppure il solito bacio asfittico? Spense la sigaretta, prese il cellulare e compose il numero.
*** 
“Dove sei?”
“Al lavoro...dove dovrei essere?” Giulio cercava di nascondere i sintomi dell’ansia, ma respirava come un asmatico.
“Ma non dovevi andar via?”
“Dovevo…”
“E allora?”
“Non si va più.”
“Non potevi dirmelo?”
“Scusa...”
“Scusa? Ma a che ora sei uscito?”
“Non lo so...sette, sette e mezza...”
“Perché così presto?”
“Perché l’abbiamo deciso presto se andare o no...”
“Ah...” e Matilde stava vomitandogli addosso la verità del biglietto. “A pranzo ci sei?”
“Ci sono...” e quasi inciampò, scendendo dalla rizzàda.
“Ma dove diavolo sei?”
“Te l’ho già detto...”
“Hai il fiatone...”
“Qui dentro manca l’aria...non hai sentito che caldo?”
“Sembra estate. Solita ora? Vuoi qualcosa?”
“Forse finisco prima. Ce la fai per mezzogiorno?” Voleva vederla.
“Ho la quarta ora, dodici e mezza, non prima.”
“Bene.”
“Puntuale.”
“Puntuale.”
“Ti sento strano.”
“Tranquilla.”
Tranquilla? Matilde l’avrebbe sgonfiato come un palloncino da Luna Park. Era appuntita come un istrice.
*** 
Suonò la campanella. L’intervallo era finito.
Franco s’era seduto di fianco a lei.
“Tuo marito?”
“Il rompiballe.”
“Ma va là...”
“Voi uomini siete tutti rompiballe” e gustava i suoi occhi. Avrebbe dovuto alzarsi, raccogliere il registro, i libri, la borsetta, incamminarsi verso la terza c ma si tratteneva, incollata sulla sedia dal piacere di ciò che, con quell’uomo, avrebbe potuto fare. Che aveva il diritto di fare, ormai.
“Andiamo?”
“Se proprio si deve....” disse Matilde.
“Cos’hai?”
“Terza c...e tu?”
“Avrei voglia...” e le sorrise.
Matilde arrossì. Così esplicito non era stato mai. Forse aveva capito che con Giulio davvero non andava bene. “Voglia di che?”
Franco fece il misterioso.
“Non mi hai risposto” insisteva Matilde.
“C’è il preside.”
Il dirigente sorrise ai due ritardatari, il solito sorrisetto baffuto che voleva dire tutto e niente, perché altro il preside non sapeva fare: sorridere e andare in giro a raccontare che il ‘Cairoli’ era la scuola più prestigiosa della città.
Salendo le scale verso l’aula della terza c, Matilde pensò che quella notte avrebbe avuto di fianco, nel letto, soltanto suo marito. Ma prima sarebbe arrivato il pranzo e poi ci sarebbe stato l’avvocato e più di tutto c’era, adesso, la rabbia d’essere stata tradita.

                                                                                                   7-continua

domenica 2 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 6


Sei

Giulio aveva chiesto due giorni di ferie: giovedì ventisei e venerdì ventisette maggio. Alla moglie aveva raccontato che sarebbe stato fuori città per lavoro. Ed eccolo adesso: scappato da casa alle sette e venti, senza un saluto per lei, annodato fra la voglia di tornare, la necessità di abbracciarla, di raccontarle tutto, di sopportare il prezzo della verità ma insieme spinto altrove, verso la fuga o l’approdo da Lucia. 
Aveva preso l’auto indirizzandola fuori città. Pensava alla guida come un principiante, gli tremavano le mani, aveva frenato senza necessità, sudava. All’idea che un altro, forse satana, forse un virus, lo stesse guidando verso l’autodistruzione, pensò di andare al camposanto, dove erano sepolti suo padre e sua madre. Anche a loro aveva chiesto di poter tornare quello di sempre. Era poi ripartito verso la collina.
‘Devo camminare’ e scelse il ripido sentiero di sassi che conduceva in alto, al santuario della Madonna Nera.
Lasciò l’auto ad Oronco, vicino all’edicola con la Madonna del Valtorta. Prese il ripido acciottolato di via Conventino. Da una delle prime ville, una bella dimora avvolta nell’edera, sentì uscire il canto di una donna. La riconobbe come colei che chiamavano la figlia dell’Angelo Buttè, una cantante del coro della Scala di buona fama. 
Benché procedesse per piccoli passi, dal ritmo lento, Giulio sudava e ansimava; pesava novanta chili, aveva smesso di fumare da poco, era ingrassato e fuori forma. Prima di sbucare sulla rizzàda del lungo viale delle cappelle, intuì l’avvicinarsi di un paio di persone che lo seguivano. Ormai l’avevano raggiunto quando sentì uno dei due dire all’altro: “Il coraggio non mi manca, è la paura che mi frega.” L’altro rise. Poi i due lo superarono senza salutarlo.
Sbucò alla Prima Cappella, dedicata all’Annunciazione. S’era convinto che avrebbe dovuto parlare con Matilde, quanto meno avvisarla, mentire ma farsi vivo. La chiamò. Il suo cellulare era spento. Pensò di telefonare alla segreteria, di farsela passare. Ma perché non chiamava lei?
Superata la Seconda Cappella, che riproponeva l’episodio evangelico della visita di Maria alla cugina Elisabetta, si fermò; davanti a lui la Quarta Cappella sbucava dal bosco, solitaria: dietro a lei cielo e qualche nuvola. Guardò alla sua destra, l’ampio panorama sfocato dalla calura; si concentrò sul campanile di Sant’Ambrogio e, più a sud, sul centro di Varese, in mezzo al quale distingueva a fatica il campanile del Bernascone.
Riprese l’acciottolato. Notò, alla Terza Cappella, che il dipinto realizzato da Renato Guttuso una ventina d’anni prima, una Fuga in Egitto dai colori vivaci, si stava scrostando in alto a destra, nell’azzurro del cielo. Poi venne la ripida ascesa fra la Quarta e la Quinta, il piano dopo il Secondo Arco, la grotta con le statue delle Beate Caterina e Giuliana, una svolta a gomito e una panca di pietra, sulla quale si sedette. Fu lì che provò per la seconda volta a chiamare Matilde, ma non ottenne risposta.
*** 
Invece aveva chiamato Lucia. E lui a dirle che stava bene, che domani sarebbe stato il loro giorno, ma non la voleva più. Temeva il fallimento. Come dirle che era depresso quando lei se l’immaginava affidabile com’era salda la roccia, sopra la quale avevano edificato, quattrocento anni prima, il santuario dedicato alla Madre del Monte Sacro di Varese?
Un gruppo di cinque signore non più giovani scendeva verso di lui dall’Ottava Cappella. Per il suo umore, parlavano a voce sin troppo sostenuta: euforiche come ragazzine, si rubavano l’un l’altra la scena, quasi che l’argomento dell’una fosse di gran lunga più interessante di ogni altra questione proposta dalle altre. Parlavano di diete e di figli. La più bassa di statura si portava appresso un barboncino nero come pece. “La mia Cherie ha sete” disse. “Per forza, con questo caldo!” fu la sola risposta che ottenne.
Il gruppo di signore aveva da poco svoltato a sinistra quando sentì un canto, in  discesa dal colle. La voce s’avvicinava, e con lei una donna non più giovane. Cantava la Salve Regina in latino a piena voce, senza stonare, con un timbro delicato. Quando fu di fianco alla panca in pietra smise il canto, lo salutò con un sorriso, quindi riprese a pregare. In gioventù doveva esser stata una gran bella ragazza.     
Giulio riattaccò con lentezza il cammino. Guardava a terra, i suoi piedi e le pietre lisce che avevano sopportato per secoli il peso dei pellegrini, gli zoccoli dei cavalli e le ruote dei carri. Provò lo sconforto appagante d’essere vittima. Dopo un po’ alzò la testa, guardò in alto: il paese, detto Madonna del Monte, pareva finto, da presepe. Dalla pendenza della Decima Cappella, quella della Crocifissione, vide scendere qualcuno, che teneva al guinzaglio due cani. Gli animali cominciarono ad abbaiare e ad agitarsi quando fra lui e loro mancavano almeno cinquanta metri. E più la distanza si riduceva, più la rabbia dei cani cresceva. Quando si incrociarono riconobbe un pastore tedesco e un fox terrier a pelo liscio, mentre non conosceva la giovane padrona, che cercò di scusarsi per quell’aggressività senza motivo. Lui disse: “Devo avere un aspetto poco rassicurante.” Lei sorrise e diede una strattonata agli animali, tendendo il guinzaglio e riprendendoli con una sgridata dall’effetto nullo.
Più su, alla Dodicesima Cappella, rallentò ancora e venne superato da un podista: basso di statura, brevilineo dalle cosce muscolose, in canottiera, sbuffava rubizzo in viso come un ubriaco. Alzò la mano destra per salutare Giulio, o forse per mandare al diavolo quella sua fissa salutistica.
Alla Quattordicesima, dove parte l’ultima pendenza della rizzàda che conduce al Mosè e, per gradini, al santuario, un uomo alto, magro e all’apparenza triste stava ritto in piedi. Teneva in mano un piccolo blocco da disegno con copertina in pelle: stava schizzando a matita quell’ultima ascesa, la lontana statua del Mosè e il campanile.
Dopo oltre un’ora di cammino arrivò nei pressi del santuario. Suonavano le dieci. Era provato. Giunto sul piccolo sagrato, con la statua di Papa Paolo VI e qualche pellegrino col rosario in mano e le preghiere fra i denti, si sedette sul muretto, all’ombra.
Dal borgo saliva una brezza che ristorava. Più a sud s’apriva la piana verso la metropoli, campi coltivati e laghi, opifici e case. Un panorama che venivano a gustarsi in molti, scomodandosi dalla Germania, dalla Francia, dall’Olanda, dalla confinante Svizzera e persino dagli Stati Uniti.
Guardò verso il basso. Pianse. Spalancò la bocca per lasciar entrare il vento, che gli soffiasse fuori il veleno che s’era annidato nei polmoni, nello stomaco, nel cervello. Guardò ancora verso la scarpata e valutò che, da lì, sarebbe morto di sicuro. O forse sarebbe rimasto vivo, ma storpio e sano di mente. La testa girava. Gli parve che qualcuno lo invitasse a vincere ogni legame con la vita. Sentì il contatto di mani che si impossessavano del suo corpo. Barcollò verso il baratro. Lasciò cadere pesantemente il suo ventre contro la paratia di pietra, s’aggrappò con le mani al muretto, le ginocchia a terra. Nessuno lo vide. I pellegrini erano tutti entrati nel luogo di culto.
Scappò dentro anche lui.
*** 
Era da poco iniziata la Messa. L’interno era buio, una grotta. Giulio non entrava al santuario da anni. Si mise in fondo, l’ultima panca. Non più di venti persone sedevano ad ascoltare il prete, giovane, con la barba lunga, forse un missionario. La statua di Maria era sopra il tabernacolo, sotto vetro. Fissò la statua, guardò il celebrante e intanto respirava, a lungo, con calma, ripetendosi che se c’era stato un bel sogno, ora il sogno era tremendo ma era pur sempre sogno. Si sarebbe svegliato.
Si sedette. Prese il fazzoletto e si passò la fronte. Alzò lo sguardo: i putti, gli angeli, i patriarchi aggrappati alla volta barocca lo fissavano, facevano smorfie, muovevano il capo. Atterrito si rialzò, stava per uscire quando sentì che se non parlava con qualcuno sarebbe impazzito. Chiese se confessavano e un’anziana gli indicò il confessionale con la luce rossa accesa.
“Padre Umberto, lì c’è sempre padre Umberto.”
Sarebbe corso da lui ma si trattenne. Che avrebbe raccontato al prete? La necessità di un uomo, di un dio qualsiasi lo portò al confessionale. Tremava nelle mani e nelle parole e parlava, parlava senza riprendere fiato, anche di sua moglie e dei figli che non erano arrivati e della fatica di essere cristiani e della pena della vita.
Padre Umberto lo ascoltò, gli diede l’assoluzione e lo salutò. “Tre avemaria alla nostra cara Madre. Ma si sente bene?”
“Sto bene, adesso meglio, grazie.”
Tre avemarie e poi quattro, cinque, dieci perché ogni volta cercava di mantenere la concentrazione dall’ave all’amen ma si disperdeva nella palude dell’ansia; così cominciava da capo e così tirò sino alla comunione.
L’ostia gli si incollò al palato. Non aveva saliva. Gli parve di soffocare. Tornò alla panca. Si sedette. Pensò che non doveva aver fretta, lentamente si sarebbe sciolta da sola. 
Uscì, ritrovando la luce del sagrato. Stava guarendo? Gli bastò avvicinarsi al muretto, guardare la città giù di sotto per provare le vertigini. Era di nuovo inaffidabile.  

                                                                                            6-continua

sabato 1 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 5



Cinque


Matilde si svegliò. L'ultimo sogno le aveva fatto credere che fosse domenica. Intuì dalla luce che era già mattina. Giulio nel letto non c'era. L'ultimo ricordo di lui era stato la solita protesta per il suo ronzìo notturno. Le dispiaceva, qualche volte meno, altre ancora godeva nel dargli fastidio.
Guardò l'orologio: sette e venticinque. Pochi secondi e la sveglia partì; s'alzò di scatto ma si quietò subito e intanto si chiedeva come mai suo marito non fosse nel letto.
Quando non lo trovò in nessun locale né riassunto in un biglietto si disse: 'Quando mai se n'è andato senza dirmi niente?' Volle calmarsi ma non ci riuscì.
Con la rabbia tornarono parole da innamorati, promesse di sincerità assoluta, ripetute parole d’amore. Amore? Giulio non era più quel Giulio, lei aveva il diritto di non essere più l'ingenua Matilde che l’aveva amato davvero.
Fu presa da una curiosità nevrotica. Aprì cassetti, lesse foglietti. Notò che era uscito senza portafoglio. Quando, aprendo il cassetto del comodino del marito, vide la scatola di legno intarsiato (conteneva fazzoletti di carta e condom) e l'intuito le consigliò di aprire anche quella, considerò che stava esagerando. Ma non si trattenne. E lo trovò proprio lì.
*** 
Matilde sarebbe arrivata a scuola in ritardo, ma era l'ultimo suo pensiero. Né s'interessava di dove potesse essere finito quel giuda. Aspettò le otto, prese il telefono, chiamò lo studio dell'avvocato Caravati, parlò con la segretaria, fissò un appuntamento per le sedici di quello stesso pomeriggio, poi chiamò la scuola ("Non è suonata la sveglia, arrivo subito"), completò il trucco, prese le chiavi dell'auto, scese in garage, avviò, fece con attenzione la manovra d'uscita, richiuse e si diresse verso il liceo classico ‘Ernesto Cairoli’.
Sospetti ne aveva. Ma i sospetti sono sospetti, la certezza era che Giulio non fosse così coraggioso e stupido da farsi l'amante.
Tamburellando nervosamente le dita sul volante viaggiava verso il liceo e la musica saturava la poca aria dell’interno della sua Panda. Nonostante fosse in ritardo, ben oltre le otto del mattino, c’era coda allo sfociare di via dei Campigli nella rotonda di piazza Libertà. In quell’ampio slargo circolare, sul quale s’affacciavano la Questura e Villa Recalcati, già Hotel Excelsior e ora sede dell’Amministrazione Provinciale, gli uomini di palazzo avevano collocato un simbolo dell’operosità e dell’ingegno varesino: un aereo a reazione per addestratori, il Macchi 308 dell’ingegner Ermanno Bazzocchi. Di primo acchito poteva impressionare il trovarsi di fronte ad un aeroplano, sospeso e immobile a qualche metro da terra, al centro di una piazza, al posto di una fontana o di un albero secolare.
Gestendo a fatica la rabbia per quelle auto incolonnate, Matilde ripassava tutte le occasioni che aveva avuto e che aveva lasciato appassire, perché era la moglie di Giulio. E la pazienza che aveva dovuto portare? Inghiottì l’amaro delle tante delusioni, patite per un uomo che era appassito subito. La telefonata all'avvocato era stato un gesto non più rinviabile.
Sgommando riuscì infine ad immettersi nel flusso circolare del traffico di piazza Libertà. Si immaginò quella donna: la sua età, il suo aspetto, la professione. Da quanto si vedevano? Erano già stati a letto? Il biglietto, poche parole, lasciava molti dubbi. Pensò se parlarne con Giulio prima o dopo l'incontro con l'avvocato, e come dirglielo, con rabbia o con le carezze avvelenate della superiorità. Lei sceglieva, lei lo mollava.
Completata la rotonda prese, in salita, via Venticinque Aprile, poca strada ancora poi si fermò, freccia a sinistra e su per i tornanti del colle del ‘Cairoli’. Trovò parcheggio vicino all’ingresso della palestra, un imponente edificio d’architettura fascista che aveva ospitato, negli anni Cinquanta e Sessanta, i canestri della squadra di basket della città. La grande Ignis, sponsorizzata dal commendator Giovanni Borghi, di lì a pochi anni avrebbe dominato in Italia e nel mondo, grazie al messicano Manuel Raga, ai varesini Aldo Ossola e Dodo Rusconi, a Dino Meneghin, Paolo Vittori, Ottorino Flaborea, Ivan Bisson, al biondo Bob Morse e a tanti altri giganti della palla al cesto. Se Varese erano nome d’esportazione, lo si doveva soprattutto a quello sport. 
***
Matilde entrò in aula e guardò subito verso Sofia: terzo banco, ultima fila di destra. Sofia era la figlia che non aveva avuto e che avrebbe voluto avere; le somigliava, era intelligente, sveglia e un po’ pazza, era un tipo, vivace e sfrontata, umorale, non secchiona e anche piena di problemi. Poi scoppiava la gioia incontenibile dei momenti di grazia.
Sofia era girata a parlare. Matilde chiese scusa agli alunni per il ritardo, capì che la classe non ne aveva sofferto, fece l’appello, cercò di simulare la normalità.
Nella classe c’era silenzio, una quiete ansiosa: era mattina di interrogazione, Matilde però non ricordava il programma.
“Che vi avevo detto? Oggi s’interroga, mi pare.”
“No, si spiega, prof” disse Sofia.
“Si spiega?” e intanto se la gustava. Lo aveva detto per ingannarla? Sarebbe stata capace di una menzogna? Ma quelle bugie, a quell’età, meritano un sorriso. E una dose di rischio per chi si fa avanti. La bugia di Giulio era stata una vigliaccata.
“Già, oggi spieghiamo...” Ma che spiego, pensava Matilde? Che la vita è un enorme inganno di perfezione? “Eppure, ragazzi, m’ero fatta l’idea che dovessi interrogare. E se andassi a  vedere il registro, scoprirei che dovevo interrogare Micheluzzi, anche perché è assente, vero, caro Micheluzzi?”
Ora la classe taceva. Anche Sofia. Matilde sapeva farsi rispettare.
“Prendete il libro. Giacomo Leopardi...”
“Pagina duecentodue” disse qualcuno.
 
                                                                                                            5-continua

venerdì 30 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 4



Quattro


    26 maggio 2005

Giulio si svegliò. Al suo fianco Matilde dormiva con un sibilo leggero. Forse avrebbe russato. I rimasugli del sogno volarono via. Si girò sulla destra, era già chiaro, accese la luce e guardò la sveglia: le sei. Non era abituato a farlo ma l’eccitazione di una nuova giornata lo portò in cucina, per la colazione. Il latte si scaldava, il caffè brontolava, i profumi s’imponevano e lui perse appetito. Guardava dentro la tazza e non provava piacere.
Volle mangiare tutto, anche una fetta di pane abbrustolito, burro, marmellata di fichi, tre biscotti e una lunga scaglia di cioccolato fondente: la intingeva, la succhiava. Poi s’alzò, si lavò i denti e tornò in camera.
Ora Matilde russava, a pancia in su, con le gambe allungate e le braccia incrociate sul petto.
Si sdraiò al suo fianco. Quel piccolo rantolo lo innervosiva. La toccò dentro, Matilde liberò un lamento, disse “Scusami” e cambiò fianco. Poi riprese a sibilare.
Guardò la luce rigata dalla tapparella, guardò l’orologio, cercò di rileggersi il sogno ma provò una sensazione nuova: gli occhi aperti perdevano l’aggancio delle cose; se li chiudeva, sentiva il desiderio di aprirli. Si spaventò. Pensò fosse meglio alzarsi, definitivamente.
***  
Andò in sala, avvolse la tapparella, con rabbia, velocemente, anche se a Matilde questo non garbava. Aprì la portafinestra e fu sul balcone. Quarto piano di una palazzina che mostrava lo spettacolo di una città dove si viveva con piacere.
Era tempo buono. Le foglie nuove dei platani rabbrividivano alla prima brezza. Poche rondini in cielo e nessuno per strada. Un gatto panciuto, una marmotta urbana, ballonzolò attraversando il cortile. Poi passò un’auto e poi Giulio fu costretto a rientrare; aveva visto le foglie, gli uccelli, il gatto e l’auto ma non s’era distratto. Più si concentrava per riappropriarsi delle sensazioni rassicuranti d’ogni mattina, più capiva che la sua mente stava altrove: non all’incontro con Lucia. Quell’amore segreto si stava frantumando, insieme allo sbriciolarsi del sogno.
Tornò dentro e si sedette sul divano. Davanti a lui un libro, la biografia di Max Pezzali. Tante foto e poco testo. Volle concentrarsi sullo scritto. Dopo tre parole doveva tornare da capo, si smarriva fra le righe. Ad ogni andata e ritorno aumentava la pena. Stava sudando. Sentì salire il battito del cuore, all’improvviso. Richiuse il libro e lasciò il sudore della mano sul telecomando. La tele s’accese. Abbassò il volume, per non svegliarla.
Più che le immagini vedeva la sua faccia riflessa nel vetro dello schermo. Una macchia colorata, scialba, tremante. Passava i canali come avesse davanti un unico groviglio di persone, luci, suoni, parole, spari, auto in fiamme, donne svestite che ammiccavano, giornalisti in giacca e cravatta. Non ricordava nulla: non un concetto né una sequenza che durasse più di qualche secondo.
Provò a rinfrancarsi con lunghi respiri, profondi. E un poco il cuore rinsavì.
***  
Ora fissava lo schermo nero del televisore. Non sapeva dove sbattere i minuti di quel mattino incredibile. Tutta la vita ancora da vivere, oltre i suoi quarantacinque anni, gli pareva un compimento impossibile.
Per un attimo, dopo essersi alzato e aver sommato piccoli passi nella sala, pensò che avrebbe dovuto tornare a letto, abbracciarla, svegliarla, baciarla, stringerla, rubarle il segreto della sua quiete, parlarle di quel suo nuovo male, e forse anche dei suoi tradimenti. Raccontarle del sogno, confessarle di Lucia. Ma respirò a lungo, si sentì meglio, vide il divano e si distese.
Scoprì il colore del buio. Chiudeva gli occhi per distrarsi, vedeva il nero. Li riapriva, il cuore pompava forte la sua ansia, doveva richiuderli ma il buio gli regalava solo nuovi fantasmi. Cominciò a sentire i contorni del suo cervello, una presenza che pulsava, un senso di oppressione che lo atterrì. I pensieri sfilacciati si rincorrevano come minuscoli insetti in agitazione.
Provò con un sorso d’acqua fresca. Andò in bagno, perché la barba era lunga. Fischiettò, persino cantò le canzoni di Max ma farfugliava le parole, confondeva i testi. Provò coi numeri di cellulare che aveva memorizzato. Ogni insuccesso era la conferma che stava smarrendo il controllo del pensiero. Si stava perdendo nel suo mondo, nella sua casa, davanti allo specchio che lo aveva riprodotto migliaia di volte, che lo aveva lusingato, soprattutto ora, dopo la scoperta di Lucia.
*** 
Tornò in camera. Matilde dormiva ancora, un sonno senza rumore; non poteva sapere nulla di quella sua alba. La guardò. Ebbe, chiaro, un pensiero lancinante: non avrebbe sopportato un suo rifiuto di tenerezza. La vide detentrice di un potere enorme. Ma che ne poteva sapere lei, di lui? 
Scappò di casa. Si vestì con quel che aveva lì davanti, in fretta.
‘Dai, stai calmo, respira, pensa a domani, oggi lo facciamo passare, e Matilde? Me ne vado e quando si sveglia? Le lascerò un biglietto; no, la sveglio; ma vedrà che sono ridotto da far schifo, chiederà, vorrà sapere...Dio, manca l’aria, devo uscire ma dove vado? A quest’ora?’
Uscì senza dir nulla a sua moglie, senza una parola scritta. Scappò come lascia di corsa la strada intrapresa chi s’accorge che l’allontanarsi non è scoperta ma paura, e così fa ritorno verso la certezza della vita di sempre: la solita casa dove Matilde russava, dove non lo accarezzava mai e gli ordinava fai questo e fai quest’altro sapendo che lui non l’avrebbe accontentata perché lei non accontentava lui, che lui voleva sesso e più lo cercava meno l’avrebbe avuto.
         Chi aveva iniziato questo dilettarsi al suicidio di coppia?   
    
                                                                                                       4-continua 

giovedì 29 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 3



Tre


25 maggio 2005

Era un mercoledì sera, notte ormai. Era la fine di maggio, la chiusura di una giornata di gran caldo.
Giulio sedeva sul letto matrimoniale. La schiena appoggiata al cuscino, un libro aperto sulle cosce. Si vedeva la copertina.
Vicino a lui, in equilibrio sul fianco sinistro, dormiva Matilde, sua moglie.
Non aveva sonno. Forse il caldo. Aveva bevuto una birra probabilmente troppo fredda; la sentiva rovistargli lo stomaco. Per questo, per mandarla giù, prima aveva scelto di leggere, poi s’era lasciato accompagnare nel sonno dai ricordi.
Il sonno però non arrivava. Aveva rivissuto allora il pomeriggio del tradimento. Con Lucia si sentivano da mesi. E da gennaio altre volte erano stati insieme, come nello stesso letto si sarebbero abbracciati due giorni dopo.
Stava bene con Lucia. Non avrebbe però immaginato che potesse pretendere qualcosa d’altro. Così presto. Eppure era evidente che a quel bivio sarebbero giunti. Ed ecco il bivio. Ecco il conto di Lucia.
Scegliere non era mai stata la sua ambizione, la sua dote migliore.
Guardò Matilde. Lo tradiva anche lei? Con un collega? No, s’era convinto che gli fosse fedele. Tanto meglio.
Riprese il libro. Poche frasi e lo ripose. Spense la luce, si distese sul fianco sinistro, strinse Matilde contro il suo corpo ingombrante. S’addormentò.
***  
Era di fronte a lui. Fra loro due un tavolo, qualche bicchiere, piatti, bottiglie, una tovaglia, briciole di pane e parole, che andavano e venivano. Ma non le loro. Lui stava in silenzio, e anche lei, Lucia. Lui la guardava, e anche lei, di tanto in tanto, poi abbassava lo sguardo. Ma quando tornava a regalargli i suoi occhi...Poi lei accese una sigaretta, lui si concentrò sulle labbra. Ne gustò il contatto. Labbra serrate che, lentamente, come è quieto e inaccessibile l’alto volo dell’aquila, s’aprono ad altri contatti. Il fumo saliva, annebbiava gli occhi smeraldo, si sfrangiava fra i capelli. Indossava, Lucia, un vestito senza maniche. Appoggiava i gomiti al tavolo. Braccia magre e morbide, lui guardava e saliva con la mente su e giù e s’infilava con gli occhi, con le dita, col cuore folle nell’incavo e giù veloce, poi con lentezza verso i seni, piccoli seni. Se li sentiva nella mano, li stringeva, li sfiorava.
La guardò fumare; la gioia eccitata era il sapere che lei concedeva quegli sguardi, mani che la svestivano. Lei avrebbe reso possibile quei pensieri ancora insoddisfatti. Questione di tempo, poco tempo ormai, il tempo di quella cena, di parole e di sigarette, qualche brindisi e i saluti (‘Buona cena davvero’) e gli altri che andavano incontro a una notte qualsiasi e lui...ancora tanta quiete e infine, soli, l’amore che scopre l’eccesso. Sapeva che tutto sarebbe accaduto. Glielo giuravano quegli occhi verdi che passavano il fumo e arrivavano da lui, incredulo. Poi l’uomo che sedava di fianco a lei s’alzò, levò il calice, urlò ‘Brindiamo a noi, a tutti noi!’. Sorrideva ma nell’attimo del sorso mutò espressione, mostrò un ghigno inquietante, infranse il calice contro la bottiglia, mille pezzi di cristallo e mille pezzi di un sogno, che si svegliò.  

                                                                                                             3-continua

mercoledì 28 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 2



Due


10 gennaio 2005

Giulio fermò l’auto. Alla sua sinistra i posteggi erano tutti liberi. Scese, guardò ancora l’orologio. Era presto. Mosse pochi passi in salita, si appoggiò alla ringhiera e guardò verso il basso. Sotto di lui la città accendeva le prime luci. Appena qualche chilometro in salita e trovava Varese ai suoi piedi. Anche da lassù la città si muoveva: vedeva le luci delle auto lungo i viali, pensava alla gente per strada e nelle case, negli uffici e nei negozi. Il paesaggio sottostante brulicava. Ma il lago, fra le case e la pianura, pareva di ghiaccio. Immobile. Una lastra. Uno specchio dove il sole ancora s’ammirava, prima di addormentarsi sotto la coperta delle Alpi.
***    
Giulio di nuovo guardò l’ora. Restava qualche minuto. Erano le sedici e venti del dieci gennaio duemilacinque. Un lunedì. Si voltò a destra, il sole era tramontato dietro le montagne innevate. Il Monviso, la vetta più aguzza di fronte a lui, sembrava un diamante. Il fuoco a occidente divenne oro, i laghi assorbirono la tinta preziosa di quel tramonto invernale.
Respirò tant’aria; era fredda ma non gli procurava tosse, solo un diffuso senso di benessere. Immaginò tutti i respiri di tutti gli uomini che, come lui, per farsi coraggio, s’ubriacavano d’ossigeno. 
Ormai era l’ora.
***
Risalì sull’auto. Tre tornanti e si fermò di nuovo, davanti alla villa. Suonò il campanello, come avevano concordato.
“Giulio.”
“Vieni” e il cancello più piccolo, ricavato nel grande cancello di ferro lavorato, s’aprì.
I cani erano stati legati. Uno abbaiava, un rumore soffocato, un guaito.
Sarebbero rimasti soli, per molte ore. Si lasciò alle spalle il cancello e i colori del tramonto, spenti ormai dal nero della notte. Guardò verso l’alto, se brillavano stelle e se, nella mansarda della villa, la luce fosse accesa. Sì.
Prima di vedere Lucia, nei pochi passi che ancora li teneva distanti, già se la sentiva addosso. Minuta, fragile.
Non venne, Lucia, ad aprirgli. La porta della villa era accostata.
Vide l’uscio socchiuso, spinse con calma, sentì “Entra e chiudi”, entrò e la trovò seduta sul divano.
***  
“Vieni...siediti”. Lucia s’era alzata, gli era venuta incontro, gli aveva preso il cappotto, l’aveva sfiorato, era andata a chiudere a chiave la porta. Poi s’erano trovati seduti sul divano, vicini.
L’ansia di Giulio era scritta nelle mani, che scivolavano in su e in giù, stirando i pantaloni all’altezza del ginocchio. Lei pareva più tranquilla: cominciò, accarezzandogli i capelli, invitandolo a sdraiarsi sul divano, se quello desiderava. Lui si distese, appoggiò la nuca sulle sue cosce nude.
Guardava, Giulio, verso l’alto: il soffitto, il suo mento, i suoi occhi, il lampadario; chiudeva gli occhi, sentiva il piacere di quelle sue lunghe carezze, delicate, gentili. Sentiva anche, in lui, molta irrequietezza. Doveva parlarle, per distrarsi.
Non gli usciva nessuna frase capace di aggiungere qualcosa alle carezze di Lucia.
La donna scese, con la mano, dai capelli, alla fronte, con l’indice seguì il profilo del naso, un naso infantile, la bocca, poi la mano non toccava il mento ma deviava alle guance, a destra e a sinistra, poi di nuovo la bocca, le labbra, sfiorate.
Giulio fremeva. La mano di lei scese di nuovo, al mento. Sostò al collo, Giulio la fermò, la scansò. Temeva che Lucia potesse fare considerazioni su quel doppio mento.
“Che c’è...perché?”
Giulio non rispose. Era lì per quelle carezze. Lasciò fare a lei. Che giunse al petto. Infilò la piccola mano sotto la camicia.
Cominciò a sbottonarla.
***  
Lucia s’alzò. Accese lo stereo: Rimmel di Francesco De Gregori. Tornando da lui si tolse il vestito, un completo verde con fiori e colori. La ritrovò vicina. Solo la sottoveste, leggera; in trasparenza il suo corpo. Si sedette, Lucia, accovacciata. Forse lo attendeva. Toccava a lui, ora.
Per lui non era facile seguire il suo ritmo, la sua voglia di lentezza, di profondità. Non era il tempo che difettava a quell’incontro. Avrebbero avuto molte ore. Quel piacere le richiedeva. Lucia lo desiderava. Nessuno dei due voleva pensare al rischio di quella scelta.
Giulio si sfilò la camicia.
“No.” Lucia s’alzò. Fece un cenno a lui di imitarla.
Erano in piedi, uno di fronte all’altra. Lucia, per entrare nei suoi occhi, doveva salire sulle punte dei piedi, allungarsi ancora.
Lui pensò che, forse, voleva ballare. La musica faceva la parte della sua inadeguatezza.
“Vuoi ballare?” le chiese, dopo una lunga pausa.
Lucia sorrise. Era un altro no. Lo prese per mano. Capì che lo avrebbe condotto in mansarda, due rampe di scale, una piccola camera, tanto legno come in una baita. Pochi i mobili, lassù. Cuscini, tappeti, profumo di resine, due comodini, due lampade, un grande specchio, altro non ricordava. E il letto, un grande letto, una spanna dal pavimento di parquet.
Un letto dove Lucia si perdeva.  
E mentre saliva le scale, facendosi guidare da quella donna con due seni da adolescente, Giulio sentiva la musica che s’allontanava e Lucia che s’avvicinava e niente e nessuno avrebbero potuto arrestare quel cammino.
Quando mancavano pochi gradini, Giulio lasciò la sua mano, la presa in braccio. Era un cuscino di piume.
Insieme, un piede lui un piede lei, aprirono la porta della mansarda. Come due sposi.

                                                        2 - continua