giovedì 29 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 3



Tre


25 maggio 2005

Era un mercoledì sera, notte ormai. Era la fine di maggio, la chiusura di una giornata di gran caldo.
Giulio sedeva sul letto matrimoniale. La schiena appoggiata al cuscino, un libro aperto sulle cosce. Si vedeva la copertina.
Vicino a lui, in equilibrio sul fianco sinistro, dormiva Matilde, sua moglie.
Non aveva sonno. Forse il caldo. Aveva bevuto una birra probabilmente troppo fredda; la sentiva rovistargli lo stomaco. Per questo, per mandarla giù, prima aveva scelto di leggere, poi s’era lasciato accompagnare nel sonno dai ricordi.
Il sonno però non arrivava. Aveva rivissuto allora il pomeriggio del tradimento. Con Lucia si sentivano da mesi. E da gennaio altre volte erano stati insieme, come nello stesso letto si sarebbero abbracciati due giorni dopo.
Stava bene con Lucia. Non avrebbe però immaginato che potesse pretendere qualcosa d’altro. Così presto. Eppure era evidente che a quel bivio sarebbero giunti. Ed ecco il bivio. Ecco il conto di Lucia.
Scegliere non era mai stata la sua ambizione, la sua dote migliore.
Guardò Matilde. Lo tradiva anche lei? Con un collega? No, s’era convinto che gli fosse fedele. Tanto meglio.
Riprese il libro. Poche frasi e lo ripose. Spense la luce, si distese sul fianco sinistro, strinse Matilde contro il suo corpo ingombrante. S’addormentò.
***  
Era di fronte a lui. Fra loro due un tavolo, qualche bicchiere, piatti, bottiglie, una tovaglia, briciole di pane e parole, che andavano e venivano. Ma non le loro. Lui stava in silenzio, e anche lei, Lucia. Lui la guardava, e anche lei, di tanto in tanto, poi abbassava lo sguardo. Ma quando tornava a regalargli i suoi occhi...Poi lei accese una sigaretta, lui si concentrò sulle labbra. Ne gustò il contatto. Labbra serrate che, lentamente, come è quieto e inaccessibile l’alto volo dell’aquila, s’aprono ad altri contatti. Il fumo saliva, annebbiava gli occhi smeraldo, si sfrangiava fra i capelli. Indossava, Lucia, un vestito senza maniche. Appoggiava i gomiti al tavolo. Braccia magre e morbide, lui guardava e saliva con la mente su e giù e s’infilava con gli occhi, con le dita, col cuore folle nell’incavo e giù veloce, poi con lentezza verso i seni, piccoli seni. Se li sentiva nella mano, li stringeva, li sfiorava.
La guardò fumare; la gioia eccitata era il sapere che lei concedeva quegli sguardi, mani che la svestivano. Lei avrebbe reso possibile quei pensieri ancora insoddisfatti. Questione di tempo, poco tempo ormai, il tempo di quella cena, di parole e di sigarette, qualche brindisi e i saluti (‘Buona cena davvero’) e gli altri che andavano incontro a una notte qualsiasi e lui...ancora tanta quiete e infine, soli, l’amore che scopre l’eccesso. Sapeva che tutto sarebbe accaduto. Glielo giuravano quegli occhi verdi che passavano il fumo e arrivavano da lui, incredulo. Poi l’uomo che sedava di fianco a lei s’alzò, levò il calice, urlò ‘Brindiamo a noi, a tutti noi!’. Sorrideva ma nell’attimo del sorso mutò espressione, mostrò un ghigno inquietante, infranse il calice contro la bottiglia, mille pezzi di cristallo e mille pezzi di un sogno, che si svegliò.  

                                                                                                             3-continua

mercoledì 28 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 2



Due


10 gennaio 2005

Giulio fermò l’auto. Alla sua sinistra i posteggi erano tutti liberi. Scese, guardò ancora l’orologio. Era presto. Mosse pochi passi in salita, si appoggiò alla ringhiera e guardò verso il basso. Sotto di lui la città accendeva le prime luci. Appena qualche chilometro in salita e trovava Varese ai suoi piedi. Anche da lassù la città si muoveva: vedeva le luci delle auto lungo i viali, pensava alla gente per strada e nelle case, negli uffici e nei negozi. Il paesaggio sottostante brulicava. Ma il lago, fra le case e la pianura, pareva di ghiaccio. Immobile. Una lastra. Uno specchio dove il sole ancora s’ammirava, prima di addormentarsi sotto la coperta delle Alpi.
***    
Giulio di nuovo guardò l’ora. Restava qualche minuto. Erano le sedici e venti del dieci gennaio duemilacinque. Un lunedì. Si voltò a destra, il sole era tramontato dietro le montagne innevate. Il Monviso, la vetta più aguzza di fronte a lui, sembrava un diamante. Il fuoco a occidente divenne oro, i laghi assorbirono la tinta preziosa di quel tramonto invernale.
Respirò tant’aria; era fredda ma non gli procurava tosse, solo un diffuso senso di benessere. Immaginò tutti i respiri di tutti gli uomini che, come lui, per farsi coraggio, s’ubriacavano d’ossigeno. 
Ormai era l’ora.
***
Risalì sull’auto. Tre tornanti e si fermò di nuovo, davanti alla villa. Suonò il campanello, come avevano concordato.
“Giulio.”
“Vieni” e il cancello più piccolo, ricavato nel grande cancello di ferro lavorato, s’aprì.
I cani erano stati legati. Uno abbaiava, un rumore soffocato, un guaito.
Sarebbero rimasti soli, per molte ore. Si lasciò alle spalle il cancello e i colori del tramonto, spenti ormai dal nero della notte. Guardò verso l’alto, se brillavano stelle e se, nella mansarda della villa, la luce fosse accesa. Sì.
Prima di vedere Lucia, nei pochi passi che ancora li teneva distanti, già se la sentiva addosso. Minuta, fragile.
Non venne, Lucia, ad aprirgli. La porta della villa era accostata.
Vide l’uscio socchiuso, spinse con calma, sentì “Entra e chiudi”, entrò e la trovò seduta sul divano.
***  
“Vieni...siediti”. Lucia s’era alzata, gli era venuta incontro, gli aveva preso il cappotto, l’aveva sfiorato, era andata a chiudere a chiave la porta. Poi s’erano trovati seduti sul divano, vicini.
L’ansia di Giulio era scritta nelle mani, che scivolavano in su e in giù, stirando i pantaloni all’altezza del ginocchio. Lei pareva più tranquilla: cominciò, accarezzandogli i capelli, invitandolo a sdraiarsi sul divano, se quello desiderava. Lui si distese, appoggiò la nuca sulle sue cosce nude.
Guardava, Giulio, verso l’alto: il soffitto, il suo mento, i suoi occhi, il lampadario; chiudeva gli occhi, sentiva il piacere di quelle sue lunghe carezze, delicate, gentili. Sentiva anche, in lui, molta irrequietezza. Doveva parlarle, per distrarsi.
Non gli usciva nessuna frase capace di aggiungere qualcosa alle carezze di Lucia.
La donna scese, con la mano, dai capelli, alla fronte, con l’indice seguì il profilo del naso, un naso infantile, la bocca, poi la mano non toccava il mento ma deviava alle guance, a destra e a sinistra, poi di nuovo la bocca, le labbra, sfiorate.
Giulio fremeva. La mano di lei scese di nuovo, al mento. Sostò al collo, Giulio la fermò, la scansò. Temeva che Lucia potesse fare considerazioni su quel doppio mento.
“Che c’è...perché?”
Giulio non rispose. Era lì per quelle carezze. Lasciò fare a lei. Che giunse al petto. Infilò la piccola mano sotto la camicia.
Cominciò a sbottonarla.
***  
Lucia s’alzò. Accese lo stereo: Rimmel di Francesco De Gregori. Tornando da lui si tolse il vestito, un completo verde con fiori e colori. La ritrovò vicina. Solo la sottoveste, leggera; in trasparenza il suo corpo. Si sedette, Lucia, accovacciata. Forse lo attendeva. Toccava a lui, ora.
Per lui non era facile seguire il suo ritmo, la sua voglia di lentezza, di profondità. Non era il tempo che difettava a quell’incontro. Avrebbero avuto molte ore. Quel piacere le richiedeva. Lucia lo desiderava. Nessuno dei due voleva pensare al rischio di quella scelta.
Giulio si sfilò la camicia.
“No.” Lucia s’alzò. Fece un cenno a lui di imitarla.
Erano in piedi, uno di fronte all’altra. Lucia, per entrare nei suoi occhi, doveva salire sulle punte dei piedi, allungarsi ancora.
Lui pensò che, forse, voleva ballare. La musica faceva la parte della sua inadeguatezza.
“Vuoi ballare?” le chiese, dopo una lunga pausa.
Lucia sorrise. Era un altro no. Lo prese per mano. Capì che lo avrebbe condotto in mansarda, due rampe di scale, una piccola camera, tanto legno come in una baita. Pochi i mobili, lassù. Cuscini, tappeti, profumo di resine, due comodini, due lampade, un grande specchio, altro non ricordava. E il letto, un grande letto, una spanna dal pavimento di parquet.
Un letto dove Lucia si perdeva.  
E mentre saliva le scale, facendosi guidare da quella donna con due seni da adolescente, Giulio sentiva la musica che s’allontanava e Lucia che s’avvicinava e niente e nessuno avrebbero potuto arrestare quel cammino.
Quando mancavano pochi gradini, Giulio lasciò la sua mano, la presa in braccio. Era un cuscino di piume.
Insieme, un piede lui un piede lei, aprirono la porta della mansarda. Come due sposi.

                                                        2 - continua

martedì 27 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 1


Visto il discreto successo di lettori del mio ultimo romanzo online QUEL GIORNO CHE TREMO’ LA NOTTE, ho pensato di riproporre sul mio blog il mio racconto lungo VICOLO CANONICHETTA, scritto nell’estate del 2005, pubblicato nel marzo 2007 da Macchione Editore. A parte qualche racconto breve, è il primo lavoro di narrativa ‘lunga’ ambientato interamente a Varese, la città che amo.

Vicolo Canonichetta

Uno

26 maggio 2005

Quel mendicante sedeva tutti i giorni all’imbocco di vicolo Canonichetta, novantacinque passi di cunicolo che sfociavano in piazzetta San Lorenzo. Proseguendo dritti si usciva in piazza San Vittore, sagrato della basilica dedicata a Vittore, patrono di Varese.
Passando sotto l’Arco Mera si poteva attraversare corso Matteotti, entrare in piazza del Podestà, ancora sotto un arco, il Broletto e via Veratti. Quindi la scelta: a destra, verso piazza Beccaria, o a sinistra, un incrocio, via Sacco e, a dritta, Palazzo Estense, sede del Municipio.
La nobile dimora, abitata nel Settecento dal duca Francesco III d’Este, era abbellita da un giardino all’italiana, ora parco pubblico, simbolo di quel borgo, conosciuto anche come ‘Città Giardino’.
Sedeva il mendicante tutti i giorni lì, appoggiava la schiena al muro e davanti a sé ritrovava un tombino con la scritta ‘Comune di Varese’, mattonelle in porfido rossastro, al centro del vicolo una striscia di granito, una mezzeria grigia che lo spartiva in due corsie. Girandosi a sinistra immaginava, più innanzi, l’Erboristeria del Vicolo, l’Argenteria del Vicolo, una bottega d’orafo, un negozio d’abbigliamento per bambini. Ma anche muri impiastricciati da scritte di vernice e cicche di sigaretta per terra. La maleducazione non rispettava il ritocco dell’arredo urbano, da poco ultimato con investimenti onerosi per la pubblica amministrazione. 
Giovedì ventisei maggio duemilacinque, nel primo pomeriggio, l’uomo aveva nascosto gli spiccioli raccolti, s’era rappreso nei suoi stracci e s’era addormentato. Faceva caldo, anche troppo per essere a maggio. Svegliandosi, stordito dal sonno e dal vino, vedendo del campanile del Bernascone solo il culmine, aveva immaginato l’ora, pensando dovesse essere suppergiù la metà del pomeriggio.
Imboccava vicolo Canonichetta una donna: camminava svelta. Dietro a lei un ragazzo e la sua ragazza, mano nella mano; lui aveva lasciato la mano di lei, le aveva avvolto il collo col braccio e l’aveva baciata sui capelli. Subito dopo era entrato nel vicolo un uomo che correva.
Nessuno di loro aveva lasciato monete per lui.
Erano poi trascorse alcune ore. Gente ne era passata, poteva contare cinque euro e trentacinque centesimi di questua.
A quel punto della sera avevano imboccato il vicolo tre giovani; uno dei tre, il più elegante, l’aveva fissato, aveva sorriso, lui aveva fatto eco alla sua gentilezza, l’altro gli aveva buttato in faccia un “Bastardo!” che non s’aspettava.
La luce del sole al tramonto aveva poi illuminato vicolo Canonichetta, cuore del cuore di Varese. Una luce, un calore che avevano trattenuto il mendicante ancora un poco, seduto lì, nell’abbaglio dell’agonia di un giorno che muore.
                                                                                                                     1-continua
 

lunedì 26 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-12 fine


TRENTUNO  dodici


Don Marco tornò nella camera, aveva negli occhi il secco del pianto, lacrime che si sono asciugate ma lasciano traccia. Andò in bagno e si sciacquò il volto, per cancellare quella debolezza. Per svegliarsi. La notte non era ancora trascorsa. Ripassando dal letto guardò Roberta, nel suo sonno, trovò la croce, il Cristo era lontano. Prese quell’incrocio di metallo e volle riappenderlo alla parete, facendo attenzione di agganciarlo bene, ma il chiodo era caduto a terra. Lo ritrovò a fatica, cercò il buco, si tolse una scarpa e usò il tacco come martello, controllò che fosse fissato e riposizionò al suo posto la croce, privata del suo senso, di quell’uomo che pende, che muore per il mondo intero.
Scese dalla sedia, raccolse fra le mani il piccolo Cristo morente, lo accarezzò e tornò a sedersi sulla poltrona, dopo aver recuperato anche la corona del rosario. Il Crocifisso nella mano destra, nella sinistra i grani in fila indiana, lunga catena di Avemaria e, ancora una volta, a chiudere il  cerchio, i legni con l’uomo che soffre sulla croce.  La madre e il figlio, pensò, insieme, fra le mie mani, alleati per me e per Roberta.
‘E se fosse questo il segno?’ Ora guardava la croce sulla parete, vuota, e l’uomo di metallo, nudo, nella sua mano. ‘Tutto qui?’ Il Signore lontano dalla croce, per ricordargli la fine, la vittoria, la resurrezione. Quel volo, quel tonfo, quello strappo, a ricordargli che era prete per annunciare la buona novella, il centuplo quaggiù, sì, ma anzitutto l’Eternità. E quale centuplo, dopo un terremoto? La resurrezione, la resurrezione, pensava e stringeva in mano il Crocifisso, lo baciava. La preghiera arrivò, come vento potente. ‘Mihi vivere Christus est et mori lucrum’ ripeteva San Paolo ‘è un passaggio, questa vita è un passaggio, ma che deve dire un prete alla gente? Che speranza deve regalare? Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede’ e la vita, la sua vita, da lì in avanti gli parve un’appendice inutile. Una perdita di tempo  Un tempo che avrebbe potuto sacrificare ad altri.
Quell’esaltazione durò poco, il vento calò e arrivò presto la paura: di morire, di sbagliarsi. Tornò ad aggrapparsi al suo corpo malfatto e alla sua miseria, preziosissima. Non era in grado di pregare con fede una notte, quale vita avrebbe potuto barattare? ‘Fai pena, fai solo pena’ disse, ‘trova almeno la forza di chiedere perdono a Dio, che ti ascolta, che si vergogna di te, uomo di Dio.’ L’afflizione lo portò ad inginocchiarsi di nuovo sul lato del letto, quello di destra, vicino alla poltrona, alla finestra affacciato alla quale aveva pensato al suicidio. Si buttò contro il morbido del materasso, nelle mani i simboli della sua fede, la testa confusa reclinata sulla coperta candida. Pianse.

***

Maria entrò nella camera di Roberta quando mancavano cinque minuti alle sei del mattino. Voleva salutare don Marco prima di ultimare il suo turno, ricordargli di parlare con Mariuccia, abbracciarlo, se si fosse presentata l’occasione. Lo trovò inginocchiato sul fianco del letto, immobile, la mano sinistra, che stringeva il rosario, vicino al piede della ragazza, la mano destra copriva il Crocifisso. E sopra la mano del prete quella di Roberta, che la accarezzava.
                                31-12  fine





Quel giorno che tremò la notte 31-11



TRENTUNO undici
Avvennero due fatti, di seguito, in pochi attimi, che turbarono il prete. Forse aveva agganciato male il crocifisso, forse una scossa d’assestamento, la croce all’improvviso cadde a terra con un rumore secco, e nell’attimo esatto del tonfo Roberta ebbe un fremito, almeno questo immaginò d’aver visto don Marco, che vide il movimento di striscio, perché lo sguardo era finito subito contro la parete che già stava fissando ma ebbe l ‘impressione che la ragazza avesse scosso la testa, con un tremito generato dal rumore. Si alzò di scatto, andò subito al capezzale della giovane, stava per chiamare Maria ma si trattenne: era tutto mortalmente fermo. Con rabbia picchiò un piede a terra, generando un colpo forte, ma non bastò per rivedere quello scatto di vita. Il crocifisso si era spezzato, il corpo pendente si era staccato dalla croce, congiunse l’uomo e il legno, pensò che si sarebbe potuta saldare, che andava fatto, si domandò perché era caduta, si mise in piedi di fianco al letto, tenendo con una mano il Salvatore e con l’altra l’incrocio, li sollevò e li lasciò cadere, sperando che il miracolo si ripetesse. Ma una volta ancora Roberta restò nella sua posizione. Non era mai stato un uomo superstizioso, ma cominciò a domandarsi perché era caduta la croce, se avesse un senso che esulasse dal volere di Dio o dal caso, perché sino ad allora la sua superstizione era stata annullata dalla fede, che può generare miracoli. ‘Il caso esiste, è caduta e basta. Don Marco, ma cosa pensi stanotte? Che ti sta succedendo? Ritrova la via, ti prego, ritrova la preghiera, lascia questi inganni, torna a fidarti di Dio, ti ha reso felice sino al viaggio per Roma. Cosa ti sta succedendo, vecchio mio?’
Raccolse i due pezzi che aveva lasciato cadere  a terra e sperò solo che tornasse presto l’aurora. Aveva pregato poco, senza fede, aveva fatto solo male a Roberta, certamente non l’aveva aiutata, non si era intrattenuto con lei ma con se stesso, con la sua anima povera, con la sua mente malata.  ‘Cerca di pregare, don Marco. Affidati a Lui come hai sempre fatto.’ E respirava profondamente, per respingere l’ansia che tornava ad inquietarlo. I suoi dubbi d’adolescente aveva fatto in fretta a tranquillizzarli, ebbe il sospetto che questi nuovi dubbi fossero più profondi, in lui da sempre, brace sotto la cenere pronta ad infuocarsi. Ebbe la paura di bruciare in quel falò. Ebbe il terrore di perdersi, e cominciò a pensare che satana esisteva davvero e lo aveva preso come bersaglio. Si era insinuato nella sua debolezza e stava facendo razzia. Si sentì posseduto, qualcun altro gestiva i suoi pensieri. Perse il controllo e scappò fuori, trovandosi al centro del lungo corridoio. Solo.     
Aveva bisogno di parlare, di vedere qualcuno. Doveva comunicare le sue paure, Maria, la cercò sforzandosi di mantenere il controllo. Sentì un rumore, un gorgoglìo avvicinandosi alla piccola cucina, destinata al personale. Sentì profumo di caffè. Entrò. Gli pareva di essersi tranquillizzato, ma così non doveva essere, se Maria si spaventò nel vederlo, disse solo “E’ lei, don Marco” ma il tono della voce e lo sbigottimento negli occhi lasciavano intendere che doveva aver scritto tutto in faccia. “Ne vuole una tazza?” e s’alzò per prenderla. “La notte è ancora lunga.”
“Volentieri” disse il prete. Si sedette. Era lì, infelice ma non disperato, davanti a quella donna che ora gli faceva da madre, da moglie, da amante. Non era bella Maria, non alta ma dal petto generoso, il viso poco aggraziato, un naso poco femminile, gli zigomi aguzzi. Ma in quell’attimo era tutta l’umanità della quale aveva bisogno e  che avrebbe voluto amare.
“Bene” disse la donna. “Si sarà chiesto di quell’abbraccio…Mi deve scusare.”
Il profumo del caffè si unì al sapore fresco di Maria, che si era avvicinata per porgergli la tazzina. “Grazie….”
“Zucchero?”
“No….e si capisce il perché.”
Maria sorrise.
“Ho preso paura” disse l’infermiera. “Credo ancora che gli uomini ci siano per proteggerci. Lei che dice?”
“Che è così, dovrebbe almeno.” Lo doveva confessare. Stava rientrando nella normalità? La mano faticava a tenere la tazzina, tremava. “Il suo abbraccio mi ha fatto piacere” e avrebbe detto enorme piacere, ma era un uomo votato a Dio, che si era volontariamente privato della dolcezza femminile.
“Anche a me.”
A quella risposta don Marco sentì una vampata di calore. Era il pensiero di aver dato gioia a una donna. Consolazione. Ammutolì. Avrebbe pianto.
Fu lei a risolvere il silenzio: “La solitudine, la mancanza di affetto…”
“Sto male” disse il sacerdote.
Maria posò la tazzina sul tavolo, spostò la sedia di un palmo verso di lui, lo guardò. Se l’aspettava.
“Non ci conosciamo, ma devo parlarne..a lei…devo….”
“Così siamo fatti” disse la donna. Avrebbe volito prendergli la mano, un gesto che le venne spontaneo, ma si trattenne.
“Devo raccontare, ho dentro l’inferno.”
“Ci hanno messo in un valle di lacrime..pianga…non si trattenga…”
Don Marco nascose il viso nelle mani. Il grosso anello cozzò contro il naso.  E parlò. E pianse. Riusciva a descriversi con un naturalezza fantastica,  quella donna attirava a sé ogni confidenza, anche le più segrete, che faticava a confessare alla sua anima. Continuava perché stava bene. Prese fiato, asciugò gli occhi, guardò verso di lei con riconoscenza. “Mi scusi….e lei non dice nulla? “
“Ascolto.” Aveva compreso il suo ruolo in quella notte. Eppure avrebbe avuto da dire anche lei, di un matrimonio di accomodamenti e di silenzi, di figli sempre sul punto di sputarle in faccia la frase che temeva più di qualsiasi altra, ‘Perché ci hai messi al mondo?’, e quel suo mestiere, sempre nel dolore: avrebbe avuto bisogno di parlare ma scelse il sacrificio, come ogni donna.   
“Ascolta questo pover’uomo” e ricordò. “La ragazza si è mossa, un tremito, l’ho visto.”
“Quando?”
“E’ caduto il crocifisso, avrà sentito dei rumori poco fa.”
“Sì, non forti. Non ho dato peso.”
“Nella camera di Roberta, la croce è finita a terra, si è rotta e lei si è mossa. Ho visto con la coda dell’occhio ma ne sono sicuro.”
“Può essere un segno buono” disse la donna. “Ma anche niente. Riflessi.”
“Mi sono illuso, ho ributtato il crocifisso a terra, ho picchiato coi pedi, restava immobile.”
“Non perdiamo la speranza.”
“Cosa ci resta? Dopo quella cosa c’è?”
“Lei crederà ai miracoli.”
 “Oggi vorrei il miracolo della fede.“ Si corresse: “No, no, oggi voglio la vita per lei, io la mia l’ho fatta, mi basta morire senza perderla, la fede.” Tornò il bisogno di contatto. Avrebbe voluto abbracciarla. Non ebbe il coraggio, né lei comprese sino in fondo quella necessità. Allungò la mano, chiese la sua, lei gli porse la sinistra, vide la fede delle nozze, mani curate, dita sottili, non appropriate in quel corpo poco aggraziato. La strinse, avrebbe voluto donarle il suo sangue, compenetrarla affidandole la sua umanità. Trattenne un ultimo pianto.
“Torno dalla ragazza” disse. “Grazie.”
“Di nulla” disse Maria. Nel vederlo uscire, pensò che per lui avrebbe anche ritrovato la preghiera.  
                               31-11  continua

domenica 25 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-10



TRENTUNO  dieci
Per la seconda volta lo lasciava non con una domanda, tante domande che sarebbero tornate, subito, nelle ultime ore della notte. Avrebbe avuto ancora bisogno di lei, ma avrebbe trovato il coraggio di chiamarla? Voleva parlarle. E voleva risentirsela vicino, l’eco dei respiri. Il calore di due corpi che si toccano. Dio mio, com’era freddo il suo Dio. Distante. Capace di rivoltargli la vita, di condizionarla sino alla vocazione estrema, alla scelta senza ritorno, ogni ora, ogni attimo, ogni rinuncia per Lui, un Signore invisibile e muto. Un Dio senza corpo, intangibile. Un Dio di pura invenzione, necessario quindi creato come una fantasia qualsiasi. Quanto aveva bisogno di poter stringere un’anima fatta di carne.
Guardò la ragazza e invidiò il loro atto d’amore e provò una pena infinita per come era finita. ‘Un segno, mio Dio…perdonami per ciò che ho detto…annulla i miei pensieri, Tu che lo puoi…. Non capisco questa notte, il senso, non mi comprendo più, sto perdendo l’orizzonte, illuminami con la Tua luce….Ti prego, sono nelle Tue mani, sono povero e solo, aiutami…’
Tornò vicino al letto, raccolse la croce che era finita vicino ai piedi di Roberta, si sedette sul divano, baciò il crocifisso, più volte, con delicatezza, sentì il fresco del metallo, guardò il volto del Suo Signore. Non era una smorfia di dolore. Pareva sorridere.
Si alzò, tornò vicino alla parete, risalì sulla sedia e cercò di appendere il crocifisso. Non ci vedeva abbastanza per riuscire ad infilare il gancio. Accese una lampada più potente. La luce artificiale lo obbligò a socchiudere gli occhi. La vista si era abituata alla penombra. Con quel fascio luminoso riposizionò il Cristo al suo posto, lì, dove si notava la sua ombra chiara. Si distrasse pensando che la luce sulle pareti bianche le ingrigisce. Discese dalla sedia e spense subito la luce. ‘Tanto non l’avrebbe svegliata’ pensò. Anche un faro più potente, anche lo stesso sole sceso in quella camera non sarebbero stati in grado di liberarla da quel male insanabile. ‘Signore, luce della mia vita, fai ciò che è nel Tuo disegno. Ma falla vivere’ pregò rivolto al Cristo pendente, tornato nella penombra. Camminando verso il divano schiacciò un oggetto che era finito a terra, perse l’equilibrio, rischio di finire sul pavimento, con un movimento da clown, sgraziato, riuscì ad ancorarsi al letto, che cigolò. Aveva schiacciato la corona del rosario. La raccolse e tornò seduto.
Pregava augurandosi che tornasse Maria. Lo avrebbe aiutato a raggiungere l’alba. Avrebbero parlato. Si augurò una nuova scossa, sarebbe ricomparsa, forse si sarebbero abbracciati di nuovo. Pensava e pregava, Ave Maria, Ave Maria…la Santa Madre, e si distrasse subito, ‘Il Signore accetterà anche questa mia preghiera senza concentrazione, il Signore è buono e grande nell’amore, è misericordioso’…sì, perché ora pensava a Maria e dalla Vergine arrivò alla madre, a sua madre, che venne con tutta la sua tenerezza e il suo vigore. Una donna che l’avrebbe voluto prete (‘dei mie figli tu sei il più adatto, pensaci, Marco’) ed era stata accontentata. Una donna che aveva sofferto troppo ed era morta da un anno, tre mesi e dieci giorni. E gli mancava. Pensò a Maria, forse era la madre morta che rivoleva nel loro abbraccio, il bisogno di una mamma che non finisce mai. ‘Ecco perché hanno inventato le Avemarie, certo, ci voleva la mamma di Gesù, una madre divina…’ Non si scandalizzava più di quelle trovate della mente. Le accettava come parte della sua debolezza di uomo, ma anche della sua ricchezza. Si consolava pensando che, al termine della danza dei suoi pensieri blasfemi, tornava comunque a pregare…’Signore, dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna’…La preghiera restava l’arma più potente, il solo approdo.
Seduto non riusciva a rimanere. le gambe inquiete, nervose lo obbligarono ad alzarsi di nuovo. Guardò una volta ancora la camera, che conosceva nei particolari. Vide il cestino dei rifiuti, conteneva un quotidiano, ‘strano, ieri non l’hanno svuotato?’ e il giornale lo riportò alla cronaca del terremoto. Volle prenderlo per sfogliarlo, ci ripensò, tanto non sarebbe cambiato nulla, e sulle notizie la tendenza era chiara: cercare il colpevole, l’errore umano, affidare al materiale scadente la colpa di quella disgrazia mortale, che obbligava migliaia di persone al soffrire. Si raccontava anche della sopportazione degli abruzzesi, della loro pazienza e dei progressi nella rinascita, ma il dito era puntato contro chi avrebbe potuto prevenire e non lo aveva fatto. Accuse ai politici del passato e ai presenti, alla protezione civile, e certe telefonate che tornavano, uno schiaffo che bruciava, la dimostrazione della pochezza degli uomini. Era stato tentato di scrivere ai giornali, con il desiderio di raccontare anche il bene, le prove di coraggio, la santità quotidiana, ma aveva sempre desistito, ‘non serve a niente, meglio fare fare fare, raccontare non aiuta questa povera gente’ così si era meritato solo qualche breve cronaca sulle pagine locali, il prete che dice messa nella tendopoli, don Marco, il sacerdote che si è fermato in Abruzzo, aveva raggiunto una sfumata notorietà della quale a volte si faceva vanto, pentendosi di tanta vanità. Il colpevole, la caccia al ladro, il capro espiatorio per soffrire meno, per dare una ragione a quello sfogo della natura: don Marco si fermò e guardò la croce. ‘Sei Tu il colpevole? Sei forse Tu il sole responsabile, al quale nessuno si rivolge in protesta? Sei Tu che meriteresti le nostre maledizioni e invece la passi liscia un’altra volta? Distante e silenzioso? Qualche bestemmia, qualche bestemmia te la sei presa, giusta o ingiusta non lo so, tu non mandi segni…o forse il segno è proprio la terra che trema, per ricordarci cosa? Per ammonirci? Per castigarci? Come Sodoma e Gomorra? Questi pensieri mi fanno paura, io voglio un Padre Buono. Lo so, lo so che non ci punisci così, che un Padre buono accoglie. Hai scelto la Croce per salvarci, e dalla croce ci obblighi a soffrire in questo modo? Che senso avrebbe? Doni la tua vita per la nostra salvezza, e poi ti riprendi la nostra esistenza fra i tormenti? O sei costretto ad obbedire ad un Padre lontano? Mio Dio, fatti capire! Devo sapere che non sei Tu il responsabile.”
                                  31-10 continua 

sabato 24 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-9




TRENTUNO  nove
‘Un segno, mostrami un segno’: don Marco picchiava delicatamente i pungi sopra il letto, come un bambino capriccioso che sta finendo la lagna, ha esaurito le energie e la speranza ma ancora mostra qualche traccia di protesta. In lui non c’era protesta, non più: era una supplica. ‘Un segno’ e guardava il corpo steso di Roberta e sentiva alle spalle pendere la croce. Sperava che la ragazza gli regalasse un fremito, un gemito. La fissava e sentiva gli occhi umidi. Con un movimento che gli costò fatica, restando in ginocchio, ruotò il capo e salì al crocifisso, immobile nel semibuio. Lo fissò, la vista s’appannò, gli parve di vedere un cenno della piccola testa ma ora vedeva doppio, era l’inganno del suo voler fissare quell’oggetto. ‘Muoviti, mio Dio, fammi capire’ ma intanto pensava che ugualmente non avrebbe creduto, anche se quel piccolo uomo scarnificato fosse sceso dalla croce e salito sul letto, al suo fianco. Avrebbe pensato alle allucinazioni, in quella notte tremenda, che non moriva mai. Eppure lo stesso chiedeva un segno.
Si alzò, recuperò una sedia, si mise in piedi, allungò il braccio e prese con sé la croce. Era impolverata. Con il fazzoletto la ripulì, brillò il metallo, polveroso e unto. Come in processione, riprese la sua ronda intorno al letto, alzando di tanto in tanto la croce verso il soffitto, allungandola verso la ragazza, sperando in un effetto taumaturgico. ‘Sono ridicolo, un santone, ma in fondo cosa siamo noi preti? Santoni più eleganti, niente di più, santoni con chiese stupende, che alziamo calici verso navate illuminate da mosaici e marmi, ma la nostra è solo magia.’ Chiedeva scusa a Dio per quei pensieri, perdono per la sua follia.  
La scossa si mosse lentamente, come un lamento rugoso, che diventa rabbia contenuta, compressa e cresce, sino a scuotere  il mondo dalle fondamenta. Don Marco aveva imparato ad accettare quelle scosse d’assestamento,  tremende di notte, dove il buio accentua il pericolo. Il senso d’impotenza. ‘Eccola’ pensò e lanciò la croce sul letto. ‘Quieto, sta quieto’ e avvertì un leggero giramento di testa. Si appoggiò alla sponda del letto, la sentì vibrare appena, come una corda d’arpa pizzicata. Ma il suono non era dolce. Quell’ira di un dio infelice e vendicativo stava tornando? Il silenzio dell’ospedale s’animò di voci, parole preoccupate e altre tranquillizzanti. “Questa è più forte” sentì dire da qualcuno, lungo il corridoio. Ebbe l’impressione di udire la corsa di chi aveva deciso di accettare la via della fuga. Silenzio, il letto era immobile ma tornò il tremito, che gli salì alle braccia. Provò nausea e paura. Avvertì la sensazione fisica di finire sepolto, il respiro che manca, il torace schiacciato, la fine orribile. Gli oggetti sul comodino cadenzavano i tempi del terremoto. Un rumore forte, uno scoppio di vetri gli strinse il cuore mozzandogli il fiato: era caduto il vaso di fiori. A quel punto scappò senza pensarci, istinto di sopravvivenza ma non fece che un paio di passi verso l’uscita. Entrò Maria, di corsa, chiudendosi la porta alle spalle, o forse era stato il terremoto ad avvicinare l’uscio, facendolo sbattere. Erano soli nella camera. Soli con Roberta che non avrebbe potuto vedere quel loro abbraccio. Si unirono, si strinsero come due amanti che altro non attendono, da sempre. Era bassa Maria, il prete appoggiava il mento sopra il suo capo. Nessuno parlava. Ascoltavano i loro cuori, i respiri e il lento adagiarsi dell’onda sismica, la quiete ritrovata. Stavano bene. Si comunicavano i loro corpi infelici. In attesa. Don Marco sentì il suo profumo gradevole, sfiorò i capelli con le labbra, sentì il morbido dei seni. Da quanto tempo non abbracciava una donna? L’aveva mai fatto così? Con quel piacere? Con quel bisogno? Allentò l’abbraccio, le stava comunicando una passione che non poteva appartenergli. Da dove arrivava quella necessità di stringersela contro? Era una sconosciuta per lui, quell’abbraccio non significava, non poteva significare un amore  condiviso, preparato. Né lo sfogo di un istinto. 
Quando tornò il silenzio si manifestò l’imbarazzo, nascosto dalla paura. Fu la donna ad accorgersene per prima. Si staccò da lui con un gesto sgraziato, quasi un rifiuto, che cercò di mitigare con le parole: “E’ passata. Mi deve scusa, don Marco.”
“No, no, Maria.”
Ma l’infermiera uscì.

                                           31-9 continua