giovedì 13 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 19



Diciannove

“Non urlare” disse Matilde a Giulio.
“Scusami”
Da via Veratti svoltarono a destra per via Sacco, attraversarono la strada proprio di fronte al portone principale.  Fecero ingresso nel cortile di ghiaia, sagrato laico del Palazzo. I loro passi facevano rumore. Alcuni piccioni si levarono in volo, puntando alla grande aquila sopra la meridiana, con la scritta MERIDIANVM LOCI HORAEQVE FONS.
“Lì…non c’è nessuno.” Giulio indicò le quattro panchine, subito entrati sulla destra.
Si sedettero. Il sole, ancora alto, era alle loro spalle. Videro sedersi sulla panca di fronte a loro, ad almeno trenta metri di distanza, due giovani. Matilde per un attimo pensò a Sofia e all’albanese, ma si tenne il dubbio.
Giulio ora controllava il tono della voce. Doveva sforzarsi, avrebbe gridato. E quando capiva che il pianto arrivava si lasciava cadere, adagio, sul suo collo, gli occhi contro la spalla.
Matilde non era contrariata per quel cambio di programma. Aveva chiamato lo studio dell’avvocato, s’era giustificata per il contrattempo, aveva concordato che si sarebbe rifatta viva lei. Aveva anche pensato di cambiare angolo di città o di tornare a casa ma a Giulio andava bene così.
Lui parlava e lei ascoltava, gli accarezzava i capelli. “Capisci che non sono preoccupata?” gli disse, quando stavano seduti lì da almeno mezz’ora.
Parlava e se non parlava piangeva, e quando smetteva di piangere aveva altro da confidare alla moglie. Era come se lo avessero spellato vivo: vulnerabile e felice. Le raccontava di tutto, anche episodi del passato, non solo i fatti di quella giornata diversa.

Era estate, l’anno prima. Giulio era sul balcone. I gomiti s’appoggiavano alla ringhiera. Aveva le braccia piegate. Il sole era caldo, mancava il fiato per l’afa agostana. Aveva fatto caso alla sua pelle: piegata, raggrinzita all’articolazione. Una pelle vecchia. Una pelle da vecchio. Non sarebbe ringiovanita più.
   
Era primavera, un paio d’anni prima. In moto, Matilde e Giulio. Una delle rare uscite. Giulio, preferibilmente, sulla moto ci andava da solo, o con qualche amico. Quel giorno le aveva detto: “Stringiti forte...” ma non aveva aumentato la velocità. Perché solitamente quando avvisava Matilde di agganciarlo meglio, era perché avrebbe dato gas. Quella volta aveva quasi rallentato, eppure le aveva detto “Stringiti forte” perché la strada davanti a lui ballava, intuiva buche che non esistevano, le sue braccia tremavano, doveva stringere il manubrio con una forza tale, che gli erano venuti i crampi alle mani.
   
Erano andati al funerale di un parente, morto più che novantenne. Ricordava ancora la data: dodici marzo duemilatré. Se la ricordava perché la sera avrebbe giocato l’Inter contro il Monaco, per la Coppa Uefa. Davanti alla fossa, mentre i becchini facevano calare la cassa con le grosse funi e qualcuno gettava manciate di terra sopra il legno e gli addetti si davano l’un l’altro indicazioni, per evitare di far cadere con troppa violenza il povero morto, Giulio aveva avuto un giramento di testa. “Ma stai bene?” gli aveva detto Matilde, che lo aveva sorretto. Senza di lei, forse, sarebbe scivolato di sotto. S’era messo a pensare, Giulio, che anche campando a lungo come quel vecchio, metà strada l’aveva già percorsa.

Non erano ancora sposati, Giulio e Matilde. L’avrebbero fatto l’anno dopo. Passeggiavano sul lungomare, dopo aver gustato un gelato. Faceva caldo, benché fosse già passata la mezzanotte. Non c’era molta gente in giro. Erano al limite sud della passeggiata, dove gli ultimi alberghi lasciavano il posto a terreno mal coltivato, sino alla foce del fiume. Quattro giovani venivano incontro a loro. Uno dei quattro aveva salutato la sua ragazza: “Ciao, bella troia”, a voce bassa. Lui aveva inteso, probabilmente anche Matilde. Poi, qualche istante dopo (Giulio era girato, non li vedeva, li sentiva), lo stesso di prima o un altro aveva aggiunto: “Ciao, troiona...con un coniglio così...che ci fai?” Giulio aveva inteso perfettamente, anche Matilde; s’era fermato, non s’era girato, lei aveva detto “Lasciali perdere....andiamo” e lui le aveva dato retta.
***
Giulio avrebbe voluto recuperare in poche ore inadempienze di anni. Dopo ogni confidenza stava meglio.
Matilde lo ascoltava.
Di Lucia non avevano ancora detto nulla. Alle diciassette e cinque il cellulare di Giulio suonò. Lui lo spense.
“E’ lei?”
“E’ Lucia.”
Al terzo squillo senza risposta, il cellulare zittì.
E allora Giulio cominciò a raccontarle della sua amante.
I bronzi panciuti del vicino campanile del Bernascone ritmavano i tempi del loro dialogo. I colpi forti allarmavano i colombi, che frullavano le ali passando di gronda in gronda, lordando Varese con il loro guano.
***
Era già tardi. Sofia s’era alzata per verificare se si trattava davvero della sua professoressa. E quando l’aveva riconosciuta s’era avvicinata per salutarla, ma anche per capire con chi diavolo stesse parlando da quasi tre ore.
“Conosci mio marito?”
“Non me l’ha mai presentato.”
Poi era tornata da Altin.
“Avremmo potuto già avere una figlia di quell’età” disse Matilde, guardando Sofia che baciava il suo ragazzo.
L’aveva perdonato? Non l’avrebbe perdonato mai? Era sarcastica? E lui perché non le chiedeva perdono? Sarebbe stato, il chiederlo, parte necessaria di quel cambiamento che sentiva di poter affrontare.
“Ho bisogno del tuo perdono.”
“Lascia perdere.”
Continuò a raccontarsi, così altro tempo se n’era andato, solo Altin e Sofia sostavano ancora in quel settore dei giardini di Palazzo Estense.
La sera stava finalmente regalando alla città un po’ di fresco. Dalla collina di Villa Mirabello scivolava la brezza. Non era vero, non era possibile, eppure a Giulio parve che minute gocce d’acqua della fontana in fondo ai giardini, spinte dal debole vento, arrivassero sin lì a rinfrescarli.
“La vita mi ha preso allo stomaco” le disse.
“Non ti preoccupare” e gli accarezzò l’addome contratto. Ad ogni carezza la morsa si quietava.
Giulio sentì fame. “Andiamo a farci una pizza?”
“Andiamo.”
“Dove?”
“San Gennaro?”
“San Gennaro.”
S’alzarono e si diressero verso l’uscita, salutando i due ragazzi. A metà del cortile di sassi incrociarono tre giovani. Bingo, che aveva riconosciuto da lontano la sua insegnante, fece in modo di non farsi notare. Stavano entrando sotto il porticato e Giulio si voltò. Forse era il desiderio di rivedere quel luogo, entrato di prepotenza nei suoi ricordi migliori. Si erano fermati su quella panchina più di quattro ore. Vide i tre giovani in piedi, davanti a Sofia e all’albanese. Capì subito che non erano solo amici che si stavano salutando.
“Aspetta” disse a Matilde.
“Che c’è?”
“Guarda là” e indicò la direzione della panchina. Altin s’era alzato, Sofia stava ancora seduta.
“Saranno loro amici.”
“Non mi pare.”
Il sole al tramonto soffiava lingue dorate. Giulio non vedeva bene, era controluce, la panchina era illuminata. Ma non ebbe dubbi: uno dei tre, il più alto, stava sfilando una pistola a canna lunga dallo zainetto che teneva a tracolla.
“Ma che cazzo sta facendo!” e nemmeno sentì la voce di Matilde che gli consigliava di non impicciarsi, che era solo una bravata fra ragazzi.
Si mise a correre nella direzione dei giovani.
“Sta fermo…metti giù!” gridava rivolgendosi a Bingo, che drizzava la canna dell’Oklahoma ad aria compressa, innocua, vicino al naso di Altin.
Bingo si voltò, si girò. Altin fu veloce a bloccargli il polso, cercando di disarmarlo. Giulio affiancò Bingo, aiutando l’albanese a far cadere l’arma dalla mano di quel ragazzo. Gli altri due parevano terrorizzati da un esito imprevisto. E invece il più elegante si mise in mezzo, tirò fuori un coltello, venti centimetri di lama, e cercò di difendere Bingo o forse di colpire Altin o di spaventare quell’uomo, arrivato fra loro come una meteora.
Giulio sentì un bruciore al fianco destro, poi un calore forte e un dolore pungente che cresceva, che correva veloce come veloce scorreva ora il suo sangue e batteva il suo cuore e cresceva la paura. Un dolore impossibile. Provò nausea, intensa. Cadde a terra picchiando la tempia destra contro lo spigolo della panchina.

                                                                                           19-continua

Vicolo Canonichetta 18



Diciotto


Matilde imboccò vicolo Canonichetta a passo veloce. Davanti a lei, nessuno. Sulla sinistra notò, seduto, un accattone, un volto rovinato non nuovo da quelle parti. Camminati una trentina di passi nel vicolo, se si fosse girata, avrebbe riconosciuto la sua alunna Sofia, insieme al giovane albanese. Camminavano mano nella mano, in silenzio. Ma non s’era voltata. Ormai c’era: restava la fine del vicolo, piazzetta San Lorenzo, piazza San Vittore, l’Arco Mera, infine corso Matteotti, sino al 45, numero dell’ufficio dell’avvocato Angelo Caravati. 
Intuì che qualcuno, alle spalle, correva nella sua direzione. Si girò. Riconobbe Giulio, affannato, a pochi metri da lei. Non ebbe il tempo di dire nulla.
"Ti devo parlare" e le afferrò la mano.
L’uomo aveva preso per vicolo Canonichetta ma avrebbe potuto scegliere altre strade per arrivare allo studio dell'avvocato. Almeno tre le alternative. Quando l'aveva riconosciuta s’era messo a correre.
Matilde non capiva. "E il lavoro?"
"Ti spiego...andiamo."
“Dove?”
“Ai giardini.”
***  
La prima cosa che Sofia si domandò, imboccando vicolo Canonichetta insieme ad Altin, riguardava il poveretto, che sedeva, schiena contro il muro. a mendicare: era un albanese anche lui? Ma fu subito distratta dalla donna che li precedeva. Ne era quasi convinta.
"Secondo me quella è la mia prof."
“Dici?”
“Forse. Dove andiamo?”
“Ai giardini?”
“Ai giardini” e la ragazza pensò subito a Bingo. Ai tempi del loro amore, dei pubblici giardini di Palazzo Estense sceglievano le prime panche: entravano dall’androne principale, qualche metro a calpestare i sassi dell’aia nobile e subito a destra, uno spazio con quattro panche e quattro aiuole ben curate. Non era zona di coppiette, che di quei giardini preferivano ambienti più riservati, panchine solitarie, zone in ombra, boschetti dalle parti di Villa Mirabello. Lì si sedevano soprattutto anziani o giovani madri con bimbi che avevano da poco imparato a camminare.
Con Bingo era stata anche felice. Mai quando diventava violento. Le aveva fatto scoprire il basket, il tifo, l'emozione di quello sport; ma era stato proprio al termine di una partita di pallacanestro che le aveva dimostrato per la prima volta la sua inaffidabilità. S'era scazzottato con alcuni coetanei di opposta tifoseria. S'era fatto spaccare il naso per un gioco. Era andato dietro agli altri come un automa, urlando e sbracciando. E lei aveva preso paura. Al Palazzetto non aveva voluto più mettere piede. Bingo aveva acquistato credito fra gli ultras, sempre meno nel suo cuore.
Ma ora c'era Altin.
A questo pensava, e intanto seguiva quella donna, raggiunta da un uomo; andavano più svelti di loro, era sempre più difficile capire se fosse o non fosse la sua professoressa di lettere.
Forse anche loro erano diretti ai Giardini Estensi. 

                                                                                                       18 - continua

mercoledì 12 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 17



Diciassette

All’orologio del campanile del Bernascone, settanta metri di pietre lanciate verso il cielo, suonavano le quindici e tre quarti. Ma Giulio non sentì i rintocchi. A quell’ora s’accorse che l’auto di Matilde non era parcheggiata davanti a casa. L’appartamento era vuoto. La chiamò al cellulare, che suonò libero, a lungo, poi la comunicazione fu interrotta. Riprovò, e ugualmente giungeva il segnale di libero e poi la conferma che sua moglie non voleva parlargli.
Chiamò la segreteria del liceo. Nessuno rispose. Il liceo era chiuso.
Si sentì perso.
Girava da un locale all’altro come una furia. Guardò anche nel suo cassetto, dentro la scatola dei condom: il biglietto non c’era più. Quel foglietto con scritto: “Ti aspetto alle diciotto, bar Leoni. Ti amo. Lucia” era sparito. Matilde aveva scoperto il tradimento.
E allora pensò subito all’avvocato, perché al Caravati sua moglie faceva spesso riferimento come ad un approdo inevitabile; era una minaccia incombente.
Si tranquillizzò. Chiamò la segretaria del Caravati, controllando il tono della voce.
La donna al telefono, prima gentile, poi meno disponibile al dialogo, gli aveva fatto capire che non era tenuta a render pubblici gli orari di appuntamento.
“Sono suo marito.”
“Non basta, mi spiace.” Ma dopo altre domande e risposte, aveva confermato: “L’avvocato ha un appuntamento alle sedici.”
Giulio le era andato incontro.
***    
In quel momento, suonavano le quindici e quarantacinque. Matilde sentì molto bene il rimbombo dei bronzi. Dopo essersi fermata a guardarsi nei cristalli delle vetrine e ad osservare la merce esposta, in quel momento, l’attimo dello scampanio, transitava a non più di duecento metri dalla base imponente del campanile della basilica della sua città. Quel campanile era uno dei simboli di Varese, un borgo ideale per viverci, con velleità turistiche che a fatica potevano però trovare riscontri nelle preziosità dell’arte. Il campanile e la vicina basilica restavano fra i monumenti più ragguardevoli, insieme ad un Palazzo ducale, a giardini pubblici e privati curati con gusto e rispetto. In periferia, poi, la sacra montagna, altre cime prealpine, i laghi, ma anche tanto traffico, pochi parcheggi e un eccessivo risveglio edilizio.
Non avrebbe comunque cambiato città. Era nata lì, i suoi genitori erano nati, vissuti e morti lì.
In piazza Giovine Italia scambiò due parole con una conoscente. Gli ultimi minuti prima delle sedici pensò di farli correre in là con una visita in basilica.
Non era sua abitudine. Non aveva ereditato la devozione da sua madre che entrava in chiesa tutti i giorni, percorreva metà della navata centrale con tre segni di croce, poi svoltava a destra, verso l’altare laterale con la statua della Madonna addolorata, ornata di stelle sopra il capo. Davanti alla Santa Vergine, in lacrime per la morte del Figlio, si inginocchiava, pregava e piangeva. Dopo la morte del marito poteva capitare che si recasse in basilica anche due volte nella stessa giornata.
Matilde intinse la punta delle dita nell’acquasantiera, l’acqua benedetta era fredda, si segnò, recitò un pateravegloria e si diresse verso la cappella dell’Addolorata. Si sforzò di pregare alla Madre, ma fu distratta dalle candele di plastica: le piccole luci artificiali tremavano, ma non erano fiammelle mosse dall’aria. Erano un altro inganno. Nell’uscire fu attratta da un quadro: ‘La Carità’ del Bianchi, opera seicentesca. La carità era una donna formosa, che allattava un neonato obeso. I seni erano scoperti ma la tela manteneva uno straordinario equilibrio di tinte e di forme, senza volgarità. Invidiò l’autore e anche quei seni di donna. 
Disegnò un altro segno di croce e fu di nuovo all’aperto. Si ricordò della rivista da comprare; calcolò che aveva il tempo di andare, a passo sveglio, all’edicola in fondo a via Como
***  
Alle quindici e quarantacinque in quel giovedì pomeriggio, Altin aveva da poco spento la moto. L’aveva lasciata dalle parti di via Speri della Chiesa Jemoli. I varesini avevano dedicato al loro massimo poeta dialettale una viuzza del centro città, con pochi negozi e troppe auto. S’era incamminato, Altin, di fianco a Sofia.
La ragazza era delusa, ma aveva bisogno di lui. Il pensiero che quella delusione potesse risvegliarla dal sogno di un amore speciale la infastidiva. Ci aveva provato perché tutti i ragazzi ci provano. 
Il silenzio prolungato fra i due resisteva. Le scuse di lui non arrivavano. Arrivò invece un “Dove mi porti?” che alle orecchie di Sofia parve una presa in giro. Aveva già dimenticato tutto? S’era già protetto dietro uno scudo di allegria? Ma forse aveva ragione lui. Ci aveva solo provato. Intanto pensava e stava zitta.
“Ho detto a te…” e poi si mise a fare il cretino, rendendosi ridicolo con frasi stupide.
“Finiscila!”
Altin tacque. Aveva sbagliato ancora. Proprio non la capiva. Era troppo complicata. Arrivò allora altro silenzio e quindi la mano di Sofia, che cercò quella di Altin.
“Camminiamo un po’” disse la ragazza.
Non presero per corso Matteotti. Da via Veratti svoltarono in via Broggi. Guardandosi i piedi, Sofia vide il modificarsi del selciato: la piazza Carducci era a piccole mattonelle di porfido rossastro. Scelsero poi di entrare in via San Martino, una delle più eleganti della città: negozi, boutique e un pavimento di lastroni grigi, separati al centro da un fondo di pietre tonde, simili a quelle della rizzàda del Sacro Monte.
Per strada girovagavano molti ragazzi, allegri come ogni ragazzo quando muore maggio e la scuola si prepara per le ferie. A meno che non s’avvicini il tempo degli esami. Come per Sofia.
***  
Oreste detto Bingo prese al volo l’autobus. Era partito in orario: quindici e quarantacinque. Sarebbe arrivato nel centro di Varese mezz’ora dopo.
Bingo aveva diciannove anni, frequentava la terza c al liceo ‘Cairoli’. Era compagno di classe di Sofia. Ma Sofia, per lui, era stata molto più di una vicina di banco. Erano andati insieme due anni e tre mesi. Era, Sofia, il suo vanto con gli amici, ma prima ancora era la sua ragazza. E anche dopo che l’aveva mollato, e poi s’era messa con Altin, restava la sua tipa. Benché lei l’avesse mandato al diavolo, prima con garbo, poi con villania. Una ragazza che non accettava padroni, fossero fighetti o truzzi di periferia.
Bingo s’era messo in mente di parlarle. Una volta ancora. E se ci fosse stato Altin, se li avesse trovati insieme in centro, allora aveva in mente altro. Così era andato in soffitta e aveva preso un paio di oggetti che erano appartenuti a suo padre, quando suo padre frequentava il suo stesso liceo, agli inizi degli anni Settanta. Uno zainetto militare, di forma quadrata, quaranta per quaranta, con lunga cinghia per reggerlo sulla spalla, e una pistola ad aria compressa, una Oklahoma dalla canna lunga. Ogni tanto la chiedeva in prestito al padre (‘Prendi, ma non uscire di casa con quella!’), ci metteva dentro piccoli proiettili in gomma e si divertiva a sparare a bersagli fissi. Ma ci provava anche con qualche passero, infastidiva i gatti e minacciava sua sorella.
Se avesse incrociato Altin, l’idea era di farlo crepare di paura. Un albanese altro non meritava. E un albanese non poteva permettersi di fregargli la ragazza, anche se aveva due anni in più e spalle da culturista. Con lui ci sarebbero stati due amici. L’appuntamento era fissato per le sedici e trenta, sotto il campanile. Li avrebbero cercati.

                                                                                                        17-continua 

lunedì 10 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 16



Sedici

Accese il motore Giulio. Ora si sentiva pronto per Matilde ma il cellulare suonò, ed era Lucia. Fece finta di non sentire la melodia fastidiosa. Che cessò. Non per molto. Ecco di nuovo la protesta di chi attendeva il compiersi di una promessa.
Freccia a destra, accostò dalle parti della piscina comunale, in via Copelli, fece lampeggiare le quattro luci d'allarme, prima di risponderle pensò a cosa dirle. Era in panico.
"Ciao...ma dove sei?"
Guardò l’edificio davanti a lui: "Scusa...sono appena uscito dalla piscina..."
"Che fai?"
Che risponderle?
"Ci vediamo?"
Qualcosa doveva dirle...che l'appuntamento di domani saltava? Ma Lucia voleva incontrarlo subito, quel pomeriggio.
"Devo vedermi con Luca. Ti richiamo più tardi."
"Alle cinque?"
"Alle cinque. Ciao." Ma alle cinque sarebbe stato ancora con Matilde. Stava precipitando di nuovo.
Fece ripartire l’auto e si diresse verso casa.
***
Accese il motore Matilde. Senza fretta mosse l'auto dal parcheggio sotto casa. Era quieta, aveva del tempo davanti. Era convinta. Poi ebbe un tremito: era comunque un passo decisivo. Un'ora più tardi sarebbe stato tutto concluso.
Intanto pensava dove posteggiare. Il più vicino possibile allo studio del Caravati, in corso Matteotti, ma in centro città posteggi non se ne trovavano. Quello sotterraneo era troppo lontano dal corso.
Ferma al semaforo guardò nello specchietto, il suo viso e ciò che riusciva a distinguere del guidatore dell'auto che la seguiva.
Alla fine aveva deciso di non lasciare nulla per Giulio, nessun preavviso. Probabilmente sarebbe tornata a casa prima di lui, a cose fatte: poi sarebbe arrivata la lettera.
'Che deficiente...' e pensava al marito ma si distraeva con Franco, il bel collega, e si concentrava su come sarebbe dovuto andare il colloquio con l'avvocato.
Aveva voglia di camminare. Trovò un posteggio in via Cairoli, vicino alla scuola elementare di Biumo Inferiore, nota perché avevano insegnato, negli anni Cinquanta e Sessanta, i maestri Visconti e Carinella, la fama dei quali era parte della storia di Varese.
A piedi s’incamminò verso lo studio dell’avvocato. Continuò per via Cairoli, attraversò il passaggio pedonale in via Carcano, ancora via Cairoli. Guardò alla sua sinistra, la zona dell’area Cagna, finalmente restaurata dopo decenni di degrado. Girò a sinistra, prese contromano via Garibaldi. Giunse alla chiesetta della Madonnina in prato, chiamata così perché davvero, agli inizi del Novecento, il bianco della chiesa poteva meglio risaltare nel verde di un prato.   
***
Accese il motore Altin. Due, tre giri di chiavetta, poi la moto gorgogliò, brontolò, partì.
Ora stavano in silenzio. Prima Altin e Sofia avevano litigato. Ma prima ancora Altin ci aveva provato.
"Quando tornano i tuoi?" aveva chiesto a Sofia.
"Fra mezz'ora."
Ci aveva tentato lo stesso. Le aveva raccontato la storia di Luzine, aveva accontentato il suo desiderio di conoscerlo, ma  non era salito da lei per confessarsi. Lei, adesso, doveva accontentare lui.
Ci aveva provato e per un attimo le era parsa disponibile. Un attimo incredibile, un'illusione persa quasi subito.
"No, Altin..." e Sofia s'era scansata.
Aveva insistito Altin. Sofia le era parsa non turbata (se l'aspettava?) e insieme certa di quel rifiuto. Aveva sbagliato, forse, ma lei aveva incassato bene.
E invece no, perché Sofia aveva sofferto, protestato. Poi era partito il litigio, così violento da annullare la loro uscita, programmata per quel pomeriggio. 
Sofia, imprevedibile, s'era calmata. Non parlava ma aveva deciso di seguirlo, di sedersi ancora dietro a lui, sul sellino della sua moto sgangherata.
Lui stava zitto. Non era stato capace di chiederle scusa subito e adesso era più difficile, ora credeva d'aver ragione. Non era il loro primo incontro: poteva pretendere.
Lei s'aspettava le sue scuse. Attendeva in silenzio, singhiozzando ogni tanto, canticchiando sottovoce per quietare la rabbia. Canticchiando anche Bad Day: proprio una giornata no. E splendeva il sole.

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Vicolo Canonichetta 15



Quindici


Giulio era tornato in auto. L’abitacolo scottava, sapeva di fintapelle, di plastica, dell’avanzo del fumo di vecchie sigarette. Sentì la voglia di fumarsene una. Ma, oltre ogni tristezza, aveva bisogno di sua moglie. Non gli restava che Matilde.
Accese, partì verso casa. Giunto a Bobbiate capì di non essere pronto all’incontro. Parcheggiò vicino alla chiesa progettata dall’architetto Bruno Ravasi negli anni Sessanta. Trovò un posteggio all’ombra, ora faceva più fresco. Voleva scriverle qualcosa. O scrivere per dare ordine all’inferno che gli bruciava nel petto.
Guardò l’ora sul cruscotto: le quindici e tre.
Prese un blocco, la stilografica, appoggio il blocco al volante. Guardava le righe sul foglio. Si incrociavano. Doveva calmarsi e scrivere, anche banalità ma scrivere.
‘Cara Matilde…’ no, non era una lettera per Matilde, cancellò il ‘Cara’. Non riusciva a comporre una frase, non riusciva a pensare e a scrivere ‘Matilde, ti amo’.
Cancellò tutto, strappò il foglio, in quello nuovo scrisse ‘Mi si è rivoltato il cervello’, poi si piegò in avanti, la fronte sul block-notes. Piangeva, singhiozzava, poi stava meglio.
Sollevò la fronte dal volante. La scritta era una macchia. Le lacrime avevano bagnato il foglio. Strappò un’altra pagina. Guardò fuori: non passava nessuno.
Reclinò il sedile, sollevò un poco i piedi, chiuse gli occhi, appoggiò il blocco e la stilo sul sedile di fianco, prese aria, fece il possibile per quietarsi. Ma che aria poteva esserci lì dentro? Era in ombra, giù i finestrini, ma si soffocava.
Si tirò su di nuovo, riprese il quaderno, la penna. ‘Scrivi, imbecille...qualunque cosa...’ e, nello scrivere, ebbe l’impressione di una rinascita. In principio due, tre parole poi si perdeva ma ricominciava e una frase veniva e un’altra e insieme piangeva, di gioia e di rabbia, e riprendeva, ringraziando i segni blu che facilitavano la concentrazione.
Quando si sentì pronto per far ritorno da lei, l’orologio sul cruscotto segnava le quindici e ventisette.
***  
Matilde posava davanti allo specchio del bagno. Si stava truccando, prima d’uscire. Metteva in ordine la successione degli eventi: con l’avvocato non avrebbe dovuto questionare molto. Avrebbero più che altro concordato la lettera da mandare a Giulio. E qui un po’ era indecisa: non regalargli nessun preavviso o metterlo nelle condizioni di capire qualcosa? Accordi preliminari, giudice, separazione, tre anni il divorzio. I beni li avevano separati, il bene dei figli non l’avevano in dote, quell’appartamento era proprietà sua, per eredità familiare, che lui si cercasse un’altra sistemazione. I soldi non gli mancavano. Del resto le informazioni sul da farsi le aveva prese da tempo. Era ormai l’ora di prendere strade diverse. Se ne convinse. Non stava affrettando i tempi, non stava ragionando in crisi emotiva.
Con lo spazzolino del rimmel fra le dita rivedeva Giulio, quando Giulio somigliava al solista dei Beatles e le amiche, maliziose, cantavano ritornelli noti e ridevano; ora nemmeno di faccia ricordava più l’ex scarafaggio di Liverpool. Il sovrappeso gli aveva deformato il volto. Ma dentro era cariato già da prima, anche prima delle nozze, e lei un po’ se n’era accorta, ma quella somiglianza con Paul Mc Cartney…ed era certa che, con lei, sarebbe cambiato.
Un po’ di matita sulle sopracciglia, poi Matilde guardò l’ora: quindici e ventinove.   
Prese la spazzola. La tinta era da rinnovare. Molti capelli, dalla radice e per un centimetro buono, erano grigi; qualcuno già bianco latte. S’innervosì. Per questo le borse sotto gli occhi le parvero impresentabili.
Si piaceva sempre di meno.
***
“Ma oggi c’è il sole” disse Altin, sedendosi sul letto.
Sofia gli si sedette di fianco. Capì che il sole c’entrava con la sua richiesta, raccontargli di qualche sua brutta giornata. “Dicevo così...se non vuoi...” e s’alzò, per accendere dell’altra musica.
“Perché le cose brutte?”
“Ci sono giornate che fanno schifo” e Sofia ancora pensava alla canzone, e al suo seno sfiorato da Altin. 
L’albanese non era venuto in quella casa per parlare.
“Ascolta” disse ancora Sofia, “l’altro giorno mi stavi parlando di una certa Luzina...”
“Luzine.”
“Non era una storia triste?”
“Luzine era una ragazza, me la ricordo molto bella.”
“E poi?”
“E’ successo poco prima della traversata, qualche giorno prima” raccontava Altin. “Era marzo, aveva appena smesso di piovere. Abitavamo in centro a Skoder, vicino alla moschea, alla moschea dei Piombi. Ero sul balcone. Ho visto arrivare la Sigurimi, la Polizia Segreta. ‘Mamma, mamma, la Sigurimi’ e lei ‘Vieni dentro, chiudi tutto’ ma io non volevo entrare. Poi ho visto gli studenti dall’altra parte. Mia madre mi ha preso per il braccio, io protestavo, mi sono messo a piangere. Così mi ha lasciato guardare dalla finestra. E’ stata un po’ incosciente, per come sono andate le cose. Lei non ha visto, e neanche mio padre, che era al lavoro. Ho visto solo io. Il capo della Sigurimi aveva il megafono e urlava agli studenti di fermarsi. Poi uno dei suoi ha sparato una raffica verso l’alto. Mia madre non ha sentito perché teneva accesa la radio. Ho preso un po’ di paura ma sono rimasto lì, a guardare. Un’altra raffica, in alto, e il capo che diceva di fermarsi. Si sono fermati tutti. Solo una ragazza è andata avanti.”
“Luzine?”
“Sì, poi abbiamo saputo che si chiamava Luzine Seran, era di Skoder, aveva più o meno la tua età. Vent’anni non li aveva. Lei non si è fermata, e allora anche gli altri l’hanno seguita, uno, due, tre, dieci, tutti no, molti se ne sono andati via, qualcuno scappava indietro. Avevano paura. Un ragazzo, forse il suo ragazzo le diceva di fermarsi, la strattonava ma lei gli parlava. Si fermavano un po’, lei parlava, discutevano, riprendevano a camminare verso la Polizia, che era arrivata con le jeep. E il capo che gridava al megafono: Fermi, per dio! Fermi! Poi Luzine ha cominciato a lanciare sassi, altri lanciavano sassi contro i loro mitra, le loro auto. E allora è arrivata una raffica, poi un’altra. Luzine è caduta, altri gli sono caduti vicino, ma morta è morta soltanto lei. Sono corso da mia madre. Piangevo. L’ho abbracciata. Poi non si sentivano più spari. Le ho detto di venire a vedere, che avevano ammazzato dei giovani. Pochi giorni dopo ce ne siamo andati. Di Brindisi, della traversata, sai già tutto.” 

                                                                        15-continua 

domenica 9 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 14



Quattordici

Emilio stava in silenzio. Ascoltava, soprattutto Maria e le poche parole che riusciva a tirar fuori Giulio. Ogni tanto qualche piccola smorfia, come se guardasse loro e pensasse ad altro. Poi mezze frasi a bassa voce, in dialetto, che Giulio non capiva, che Maria sapeva tradurre.
Emilia sbatteva loro in faccia due occhi invidiosi, rabbia per dolori e umiliazioni insopportabili. La donna fingeva di non sentire, di non vedere. O cercava di consolarlo in qualsiasi modo.
“Si ricorda la poesia del Natale Gorini? Vecc o giuvin?”
Emilio non rispose, ma dagli occhi fece intendere che l’avrebbe sentita volentieri.
E Maria attaccò: “S’è vecc quand ca sa süta a guardà indrè, opür quand ca sa viv par i regord. S’è vecc quand sa gh’ha dent dumà rimpiant, o quand ca sa turmenta in di rimors…”
Emilio s’agitò, s’incupì.
“Ha bisogno di qualcosa?” chiese Maria.
Go d’andà...”
Maria sapeva di che si trattava.
Anche Giulio comprese. Ne approfittò: “Zio, ora vado” e forse sarebbe stata la scelta migliore, anche per Emilio, preso dai dolori addominali. Avrebbe potuto dirgli “Spècia ‘n mumènt…” e lui non se la sarebbe sentita di scappare. Emilio invece s’era innervosito, forse per le fitte o forse per dover scomodare Maria o anche perché costretto a rendere pubblica la più privata delle necessità.
Ma intervenne Maria: “Se si ferma ci fa un piacere, mi dà una mano, non sembra ma pesa...però, se deve andare, faccio anche da sola.”
“Non si preoccupi, resto.”
“Venga con me” e Maria gli fece strada nel locale attiguo, dove stava in parcheggio una carrozzina con il buco, una comoda con le ruote.
“Ora prendiamo questa” e si chiuse la porta alle spalle. “Il signor Emilio potrebbe avere una crisi, a volte succede, non si spaventi, ci sono io.” Prese la carrozzina e gli fece strada. Tornarono da lui.
“Lei lo prenda qui sotto” e gli indicava l’ascella, mimando il movimento, “poi con la destra lo sollevi, gli sollevi la gamba. Al mio via, insieme.”
“I pantaloni...” disse Emilio.
“Scusi” e Maria allentò la cintura, sfilò i pantaloni, le mutande.
Giulio tremava.
Arrivò ancora una volta Maria: “Ecco, adesso lo prenda come prima, al mio via.” Emilio venne sollevato e posato sulla carrozzina.
“Possiamo uscire” disse la donna.
Cambiarono locale, lei chiuse la porta: “Si sieda pure.”
Giulio fece per accomodarsi su una vecchia sedia impagliata; simili le aveva viste solo nella chiesa della sua infanzia. Stava per sedersi, ma dal locale di Emilio arrivarono lamenti, poi urla più forti.
“Capita, gli vengono queste crisi, lei stia qui” e Maria tornò dal vecchio.
Giulio s’alzò, seduto non riusciva a starci, aveva perso il controllo; anche se non voleva sentir nulla non poteva ignorare che Emilio piangeva e bestemmiava e urlava “Làsum murì…ga la fò pü, Maria…” e dopo qualche minuto scappò, lasciando la porta aperta, di corsa giù per le scale, inciampando e aggrappandosi al corrimano.
***       
Matilde s’era sdraia sul letto matrimoniale. Quella minuscola coda di cavallo, capelli suoi, di quando aveva sedici anni, ciocca di capelli fatti su a treccia, legati ai due estremi da un nastrino azzurro, conservati da sua madre, poi da lei dopo il matrimonio, finiti non si sa come in quella bustina di panno, conservati da Giulio, quella treccia castana se la passava sul viso. Una carezza, un fremito di nostalgia, capelli dei suoi sedici anni. Ma i ricordi di quell’età non erano descritti solo dalla ciocca. Nella busta c’era dell’altro. Foglietti.
Per leggere il primo, Matilde si mise con la pancia sul copriletto. L’aveva scritto di suo pugno, con un pennarello, tanti colori: rosso, rosa, verde, azzurro. Lesse veloce. L’aveva indirizzato a Giulio, al Giulio appena conosciuto: ‘Devo dirti una cosa, ma per dirtela ho bisogno di un prato verde, un cielo azzurro, essere sola con te. Non è uno scherzo, è importante, ma non devi preoccuparti. Ti amo. Matilde’
Girò la piccola pagina color bianco avorio: ‘La libertà nasce dalla sincerità. Ricordati che ti amo e che ti amo per tutto ciò che sei. Ti amo anche per i tuoi limiti. Quindi non devi vergognartene. Io con te ci sto bene e mi vai bene come sei tu, in toto. Credimi. Matilde’ E il credimi era sottolineato, con una sola riga.
Certo, lei lo aveva scritto. Ricordava anche quando. Ed era stata sincera, come sincera le era salita la commozione, ma al suo seguito anche tanta rabbia. Come era possibile che il Giulio di oggi potesse andarle bene?
Aprì un altro foglietto, piegato in quattro. Lesse anzitutto la data. Era stato scritto prima dell’altro, appena ripiegato. ‘Sono innamorata di Giulio....Paul Mc Cartney, gli assomiglia molto, Cinzia dice che Giulio è più bello, a me non sembra. Comunque gli assomiglia abbastanza. Carino vero! Ma quello che mi piace di lui è qualche cosa d’altro. Ha un fascino tutto particolare...’ Era una pagina del suo diario, chissà come finita in quella busta e in quel cassetto.
C’era un terzo foglio. Lo aprì. La scrittura era la sua. Lesse, curiosa: ‘Se sei schiavo di te stesso, non c’è posto per nessun altro. Se tu basti a te stesso, non è che inciampo chiunque altro. Se i tuoi principi ti fanno schiavo del tuo orgoglio, i peggiori vizi ti farebbero più uomo. Se i tuoi principi bastano al tuo orgoglio, l’insicurezza di un bambino ti farebbe più uomo. Se tu credi che mi bastino le parole per convincermi, ancora non hai sentito il mio cuore.’
La data non era indicata. I concetti erano suoi, ed era convinta di aver scritto quel foglio prima di sposarsi. Com’era finito lì? Il marito era andato a frugare nei suoi cassetti?
Con calma ripiegò i fogli, accarezzò la treccia, ripose tutto nella busta, la busta sotto la biancheria. In quei gesti quieti, un po’ di rancore c’era: più che rancore, inquietudine, l’inquietudine del dubbio. Aveva fatto bene a curiosare? Chiudendo l’armadio chiuse dentro di sé questi nuovi pensieri. All’appuntamento con l’avvocato mancavo un’ora scarsa.
***
“Ascolta...questa mi piace un casino” e Sofia armeggiò allo stereo.
“Però metti alto...” disse Altin.
Bad Day...”
“Daniel Powter?”
“Sì, è una figata...e il video l’hai visto?”
“Fammi sentire” e la musica partì.
Sofia abbassò. “Balliamo?”
“Balliamo.”
“Lenta...è un lento” e intrecciò le sue dita dietro al collo di Altin, che le cinse i fianchi. E se la stringeva contro,  lei prima opponeva resistenza e poi lasciava fare.
Non era molto più alto di lei, massimo cinque centimetri.
Al ritornello (‘Cause you had a bad day...’) Sofia ebbe l’istinto di cambiare ballo, non più il lento, che ci stava dentro a fatica in quel cambio di ritmo, ma modulò i passi sulla nuova frequenza, un cambiamento minimo.
Ma venne ‘Some times the system goes on the blink’ verso la fine della canzone (la traduzione, scaricata da internet, diceva ‘A volte il sistema si guasta’), giunse quel cambio repentino e lì, per forza, bisognava fare qualcosa. Sofia allontanò il suo ragazzo, gli perse le mani, se l’avvicinava e lo allontanava, cercando di seguire la cadenza del brano.
Altin rideva.
“Mi sembri un paguro” e Sofia si divertiva. Era sempre lei che lo guidava, benché Altin avesse due anni in più, e anche tanta sofferenza alle spalle.
Quindi la scelta musicale di Daniel Powter facilitò un nuovo abbraccio. La canzone moriva, moriva la distanza fra Altin e Sofia. Altin le toccò un seno. Sofia si contrasse. Lo allontanò. Era un po’ persa. S’agganciò al titolo della canzone, che stava svaporando: “Mi racconti di qualche tua brutta giornata?” 

                                                                                        14-continua 

sabato 8 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 13



Tredici


Giulio era salito da Emilio. L’anziano parente stava seduto su una poltrona e non s’alzò quando lo vide. Ma che fosse sorpreso, e forse anche felice di rivederlo, lo si leggeva negli occhi e nella rapidità con la quale aveva allungato la sua mano ossuta verso l’altra, sudata e gonfia.
“Giulio? Giulio a casa mia? Sa te fètt chi…” e lo invitò ad accomodarsi, quasi scusandosi di essere costretto a campare così malmesso.
Emilio non era solo. Gli faceva compagnìa una donna, sessanta, settant’anni, ben curata, come in ordine appariva lui: solo la barba era quella di un vecchio, troppo stanco per farsela tutti i giorni.
“Questa è Maria....Maria, Giulio...siamo parenti, un po’ alla lontana...”
“Parenti, parenti.” Pensò che finalmente si stava distraendo ma nel pensarlo riapparve la morsa allo stomaco, a metà, all’altezza del diaframma. Quell’oppressione non se ne andava.
Si mise seduto.
“Dicevi?” chiese Emilio.
Giulio infatti si era fermato, voleva dire qualcosa ma s’era bloccato pensando a quel concetto e alle parole e le parole non arrivavano, si confondeva. Prese un altro respiro lungo. “Sì, sì, scusa...ma fa caldo qui dentro...No, dicevo che figli non ne abbiamo, non ancora, ora però è un po’ tardi.”
Maria s’era avviata verso la finestra, aveva abbassato la tapparella per lasciare all’asfalto della strada tutto quel gran caldo di maggio. Poi era tornata a sedersi di fianco ad Emilio.
“Anche tu, niente figli, o ricordo male?”
“Non sono mai arrivati” disse il vecchio.
La fitta allo stomaco non lo mollava, come un morso di cane capace di addentargli la vita. Se la prendeva con Dio. Non riusciva a perdonarLo. 
*** 
Dio mio, aveva spiegato Giacomo Leopardi e stata distraendosi con Cento vetrine. Giulio l’aveva  a tal punto immiserita?
Matilde andò in camera da letto. Era quasi l’ora di prepararsi per l’avvocato.
Aveva riposto il foglietto nella busta. Andò a riprenderselo. Poi, con calma, continuò quello che aveva iniziato la mattina e che aveva dovuto interrompere per non sommare ritardo in classe. Frugò nel cassetto del comodino di Giulio. E frugò nei cassetti dei vestiti, senza mettere in disordine, certa che non avrebbe trovato nulla.
Guardò in tutte le borse del marito, in tutte le sue tasche, in ogni probabile nascondiglio.
Ora voleva musica classica. Scelse Mozart, concerto per pianoforte in do maggiore K. 467.
Adocchiava qua e là e intanto cercava la frase, la parola, il concetto capace di sintetizzare, come una perla, le ragioni della sua richiesta di separazione. Fallimento? Delusione? Inganno? Viltà? Bugia? Grettezza? Sulla parola ‘violenza’ si fermò più a lungo. E le sue colpe? Era disposta ad ammetterle, ma lei, nel tempo dei dissapori, non aveva nascosto la testa nella sabbia. Aveva sofferto e lottato, costruito mentre lui demoliva, non aggiungeva mattoni alla casa comune. Non piangeva insieme a lei, minimizzava: un’alzata di spalle e via, un altro giorno è andato.
Pensò che la mancanza di figli non li aveva aiutati; prima li voleva lui ma non lei, poi li avrebbe desiderati lei e lui divagava.
Allungò la mano sotto una pila di indumenti intimi. Trovò una busta di panno. La prese. L’aprì.
***   
“Bhè?”
“Posso?” chiese Altin.
“Vieni, vieni...ma che ci fai?”
“Ti spiego” e Altin entrò.
“Successo qualcosa?”
“Niente...solo che....”
Sofia l’aveva portato in camera. S’erano seduti sul suo letto.
“Solo che?”
“Ma sei sola?”
“Sì” e quel sei sola non le piacque. Si mise sulla difensiva.
“Niente...non mi andava di aspettare fino alle quattro.”
Lo guardò come per dirgli ‘Nemmeno a me’ ma lo tenne per sé.
“Che fai?”
“Stavo cercando di studiare; anzi, pensavo fosse Bea, così magari ci riuscivo.”
“A far che?”
“A studiare.”
“Allora ti rompo.”
“Figurati.”
Altin usava il casco come tamburo, aveva un profumo buono.
Lei fece un lungo respiro: “Ma che ti sei messo addosso?”
“Niente.”
“Non prendermi in giro.”
“Niente, perché?”
“Sai di buono” e si piegò verso il suo collo. Ora, vicina, il profumo era meno interessante. Le infilò le dita nei capelli mossi, lunghi dieci centimetri almeno.
“Dai, metti su musica.”
“Dovrei studiare.”
“O.K. Ti aiuto.”
“Per aiutarmi dovresti andartene.”
“Vado...allora me ne vado” e fece la mossa di mettersi in piedi.
“Non fare il cretino!” e s’aggrappò al suo braccio, buttandolo sul letto.
Altin non si tirò su subito. Attese. Invano.
“Mettiti seduto” disse Sofia, che lo studiava ma insieme se lo mangiava.  

                                                                                 13-continua