sabato 1 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 5



Cinque


Matilde si svegliò. L'ultimo sogno le aveva fatto credere che fosse domenica. Intuì dalla luce che era già mattina. Giulio nel letto non c'era. L'ultimo ricordo di lui era stato la solita protesta per il suo ronzìo notturno. Le dispiaceva, qualche volte meno, altre ancora godeva nel dargli fastidio.
Guardò l'orologio: sette e venticinque. Pochi secondi e la sveglia partì; s'alzò di scatto ma si quietò subito e intanto si chiedeva come mai suo marito non fosse nel letto.
Quando non lo trovò in nessun locale né riassunto in un biglietto si disse: 'Quando mai se n'è andato senza dirmi niente?' Volle calmarsi ma non ci riuscì.
Con la rabbia tornarono parole da innamorati, promesse di sincerità assoluta, ripetute parole d’amore. Amore? Giulio non era più quel Giulio, lei aveva il diritto di non essere più l'ingenua Matilde che l’aveva amato davvero.
Fu presa da una curiosità nevrotica. Aprì cassetti, lesse foglietti. Notò che era uscito senza portafoglio. Quando, aprendo il cassetto del comodino del marito, vide la scatola di legno intarsiato (conteneva fazzoletti di carta e condom) e l'intuito le consigliò di aprire anche quella, considerò che stava esagerando. Ma non si trattenne. E lo trovò proprio lì.
*** 
Matilde sarebbe arrivata a scuola in ritardo, ma era l'ultimo suo pensiero. Né s'interessava di dove potesse essere finito quel giuda. Aspettò le otto, prese il telefono, chiamò lo studio dell'avvocato Caravati, parlò con la segretaria, fissò un appuntamento per le sedici di quello stesso pomeriggio, poi chiamò la scuola ("Non è suonata la sveglia, arrivo subito"), completò il trucco, prese le chiavi dell'auto, scese in garage, avviò, fece con attenzione la manovra d'uscita, richiuse e si diresse verso il liceo classico ‘Ernesto Cairoli’.
Sospetti ne aveva. Ma i sospetti sono sospetti, la certezza era che Giulio non fosse così coraggioso e stupido da farsi l'amante.
Tamburellando nervosamente le dita sul volante viaggiava verso il liceo e la musica saturava la poca aria dell’interno della sua Panda. Nonostante fosse in ritardo, ben oltre le otto del mattino, c’era coda allo sfociare di via dei Campigli nella rotonda di piazza Libertà. In quell’ampio slargo circolare, sul quale s’affacciavano la Questura e Villa Recalcati, già Hotel Excelsior e ora sede dell’Amministrazione Provinciale, gli uomini di palazzo avevano collocato un simbolo dell’operosità e dell’ingegno varesino: un aereo a reazione per addestratori, il Macchi 308 dell’ingegner Ermanno Bazzocchi. Di primo acchito poteva impressionare il trovarsi di fronte ad un aeroplano, sospeso e immobile a qualche metro da terra, al centro di una piazza, al posto di una fontana o di un albero secolare.
Gestendo a fatica la rabbia per quelle auto incolonnate, Matilde ripassava tutte le occasioni che aveva avuto e che aveva lasciato appassire, perché era la moglie di Giulio. E la pazienza che aveva dovuto portare? Inghiottì l’amaro delle tante delusioni, patite per un uomo che era appassito subito. La telefonata all'avvocato era stato un gesto non più rinviabile.
Sgommando riuscì infine ad immettersi nel flusso circolare del traffico di piazza Libertà. Si immaginò quella donna: la sua età, il suo aspetto, la professione. Da quanto si vedevano? Erano già stati a letto? Il biglietto, poche parole, lasciava molti dubbi. Pensò se parlarne con Giulio prima o dopo l'incontro con l'avvocato, e come dirglielo, con rabbia o con le carezze avvelenate della superiorità. Lei sceglieva, lei lo mollava.
Completata la rotonda prese, in salita, via Venticinque Aprile, poca strada ancora poi si fermò, freccia a sinistra e su per i tornanti del colle del ‘Cairoli’. Trovò parcheggio vicino all’ingresso della palestra, un imponente edificio d’architettura fascista che aveva ospitato, negli anni Cinquanta e Sessanta, i canestri della squadra di basket della città. La grande Ignis, sponsorizzata dal commendator Giovanni Borghi, di lì a pochi anni avrebbe dominato in Italia e nel mondo, grazie al messicano Manuel Raga, ai varesini Aldo Ossola e Dodo Rusconi, a Dino Meneghin, Paolo Vittori, Ottorino Flaborea, Ivan Bisson, al biondo Bob Morse e a tanti altri giganti della palla al cesto. Se Varese erano nome d’esportazione, lo si doveva soprattutto a quello sport. 
***
Matilde entrò in aula e guardò subito verso Sofia: terzo banco, ultima fila di destra. Sofia era la figlia che non aveva avuto e che avrebbe voluto avere; le somigliava, era intelligente, sveglia e un po’ pazza, era un tipo, vivace e sfrontata, umorale, non secchiona e anche piena di problemi. Poi scoppiava la gioia incontenibile dei momenti di grazia.
Sofia era girata a parlare. Matilde chiese scusa agli alunni per il ritardo, capì che la classe non ne aveva sofferto, fece l’appello, cercò di simulare la normalità.
Nella classe c’era silenzio, una quiete ansiosa: era mattina di interrogazione, Matilde però non ricordava il programma.
“Che vi avevo detto? Oggi s’interroga, mi pare.”
“No, si spiega, prof” disse Sofia.
“Si spiega?” e intanto se la gustava. Lo aveva detto per ingannarla? Sarebbe stata capace di una menzogna? Ma quelle bugie, a quell’età, meritano un sorriso. E una dose di rischio per chi si fa avanti. La bugia di Giulio era stata una vigliaccata.
“Già, oggi spieghiamo...” Ma che spiego, pensava Matilde? Che la vita è un enorme inganno di perfezione? “Eppure, ragazzi, m’ero fatta l’idea che dovessi interrogare. E se andassi a  vedere il registro, scoprirei che dovevo interrogare Micheluzzi, anche perché è assente, vero, caro Micheluzzi?”
Ora la classe taceva. Anche Sofia. Matilde sapeva farsi rispettare.
“Prendete il libro. Giacomo Leopardi...”
“Pagina duecentodue” disse qualcuno.
 
                                                                                                            5-continua

venerdì 30 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 4



Quattro


    26 maggio 2005

Giulio si svegliò. Al suo fianco Matilde dormiva con un sibilo leggero. Forse avrebbe russato. I rimasugli del sogno volarono via. Si girò sulla destra, era già chiaro, accese la luce e guardò la sveglia: le sei. Non era abituato a farlo ma l’eccitazione di una nuova giornata lo portò in cucina, per la colazione. Il latte si scaldava, il caffè brontolava, i profumi s’imponevano e lui perse appetito. Guardava dentro la tazza e non provava piacere.
Volle mangiare tutto, anche una fetta di pane abbrustolito, burro, marmellata di fichi, tre biscotti e una lunga scaglia di cioccolato fondente: la intingeva, la succhiava. Poi s’alzò, si lavò i denti e tornò in camera.
Ora Matilde russava, a pancia in su, con le gambe allungate e le braccia incrociate sul petto.
Si sdraiò al suo fianco. Quel piccolo rantolo lo innervosiva. La toccò dentro, Matilde liberò un lamento, disse “Scusami” e cambiò fianco. Poi riprese a sibilare.
Guardò la luce rigata dalla tapparella, guardò l’orologio, cercò di rileggersi il sogno ma provò una sensazione nuova: gli occhi aperti perdevano l’aggancio delle cose; se li chiudeva, sentiva il desiderio di aprirli. Si spaventò. Pensò fosse meglio alzarsi, definitivamente.
***  
Andò in sala, avvolse la tapparella, con rabbia, velocemente, anche se a Matilde questo non garbava. Aprì la portafinestra e fu sul balcone. Quarto piano di una palazzina che mostrava lo spettacolo di una città dove si viveva con piacere.
Era tempo buono. Le foglie nuove dei platani rabbrividivano alla prima brezza. Poche rondini in cielo e nessuno per strada. Un gatto panciuto, una marmotta urbana, ballonzolò attraversando il cortile. Poi passò un’auto e poi Giulio fu costretto a rientrare; aveva visto le foglie, gli uccelli, il gatto e l’auto ma non s’era distratto. Più si concentrava per riappropriarsi delle sensazioni rassicuranti d’ogni mattina, più capiva che la sua mente stava altrove: non all’incontro con Lucia. Quell’amore segreto si stava frantumando, insieme allo sbriciolarsi del sogno.
Tornò dentro e si sedette sul divano. Davanti a lui un libro, la biografia di Max Pezzali. Tante foto e poco testo. Volle concentrarsi sullo scritto. Dopo tre parole doveva tornare da capo, si smarriva fra le righe. Ad ogni andata e ritorno aumentava la pena. Stava sudando. Sentì salire il battito del cuore, all’improvviso. Richiuse il libro e lasciò il sudore della mano sul telecomando. La tele s’accese. Abbassò il volume, per non svegliarla.
Più che le immagini vedeva la sua faccia riflessa nel vetro dello schermo. Una macchia colorata, scialba, tremante. Passava i canali come avesse davanti un unico groviglio di persone, luci, suoni, parole, spari, auto in fiamme, donne svestite che ammiccavano, giornalisti in giacca e cravatta. Non ricordava nulla: non un concetto né una sequenza che durasse più di qualche secondo.
Provò a rinfrancarsi con lunghi respiri, profondi. E un poco il cuore rinsavì.
***  
Ora fissava lo schermo nero del televisore. Non sapeva dove sbattere i minuti di quel mattino incredibile. Tutta la vita ancora da vivere, oltre i suoi quarantacinque anni, gli pareva un compimento impossibile.
Per un attimo, dopo essersi alzato e aver sommato piccoli passi nella sala, pensò che avrebbe dovuto tornare a letto, abbracciarla, svegliarla, baciarla, stringerla, rubarle il segreto della sua quiete, parlarle di quel suo nuovo male, e forse anche dei suoi tradimenti. Raccontarle del sogno, confessarle di Lucia. Ma respirò a lungo, si sentì meglio, vide il divano e si distese.
Scoprì il colore del buio. Chiudeva gli occhi per distrarsi, vedeva il nero. Li riapriva, il cuore pompava forte la sua ansia, doveva richiuderli ma il buio gli regalava solo nuovi fantasmi. Cominciò a sentire i contorni del suo cervello, una presenza che pulsava, un senso di oppressione che lo atterrì. I pensieri sfilacciati si rincorrevano come minuscoli insetti in agitazione.
Provò con un sorso d’acqua fresca. Andò in bagno, perché la barba era lunga. Fischiettò, persino cantò le canzoni di Max ma farfugliava le parole, confondeva i testi. Provò coi numeri di cellulare che aveva memorizzato. Ogni insuccesso era la conferma che stava smarrendo il controllo del pensiero. Si stava perdendo nel suo mondo, nella sua casa, davanti allo specchio che lo aveva riprodotto migliaia di volte, che lo aveva lusingato, soprattutto ora, dopo la scoperta di Lucia.
*** 
Tornò in camera. Matilde dormiva ancora, un sonno senza rumore; non poteva sapere nulla di quella sua alba. La guardò. Ebbe, chiaro, un pensiero lancinante: non avrebbe sopportato un suo rifiuto di tenerezza. La vide detentrice di un potere enorme. Ma che ne poteva sapere lei, di lui? 
Scappò di casa. Si vestì con quel che aveva lì davanti, in fretta.
‘Dai, stai calmo, respira, pensa a domani, oggi lo facciamo passare, e Matilde? Me ne vado e quando si sveglia? Le lascerò un biglietto; no, la sveglio; ma vedrà che sono ridotto da far schifo, chiederà, vorrà sapere...Dio, manca l’aria, devo uscire ma dove vado? A quest’ora?’
Uscì senza dir nulla a sua moglie, senza una parola scritta. Scappò come lascia di corsa la strada intrapresa chi s’accorge che l’allontanarsi non è scoperta ma paura, e così fa ritorno verso la certezza della vita di sempre: la solita casa dove Matilde russava, dove non lo accarezzava mai e gli ordinava fai questo e fai quest’altro sapendo che lui non l’avrebbe accontentata perché lei non accontentava lui, che lui voleva sesso e più lo cercava meno l’avrebbe avuto.
         Chi aveva iniziato questo dilettarsi al suicidio di coppia?   
    
                                                                                                       4-continua 

giovedì 29 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 3



Tre


25 maggio 2005

Era un mercoledì sera, notte ormai. Era la fine di maggio, la chiusura di una giornata di gran caldo.
Giulio sedeva sul letto matrimoniale. La schiena appoggiata al cuscino, un libro aperto sulle cosce. Si vedeva la copertina.
Vicino a lui, in equilibrio sul fianco sinistro, dormiva Matilde, sua moglie.
Non aveva sonno. Forse il caldo. Aveva bevuto una birra probabilmente troppo fredda; la sentiva rovistargli lo stomaco. Per questo, per mandarla giù, prima aveva scelto di leggere, poi s’era lasciato accompagnare nel sonno dai ricordi.
Il sonno però non arrivava. Aveva rivissuto allora il pomeriggio del tradimento. Con Lucia si sentivano da mesi. E da gennaio altre volte erano stati insieme, come nello stesso letto si sarebbero abbracciati due giorni dopo.
Stava bene con Lucia. Non avrebbe però immaginato che potesse pretendere qualcosa d’altro. Così presto. Eppure era evidente che a quel bivio sarebbero giunti. Ed ecco il bivio. Ecco il conto di Lucia.
Scegliere non era mai stata la sua ambizione, la sua dote migliore.
Guardò Matilde. Lo tradiva anche lei? Con un collega? No, s’era convinto che gli fosse fedele. Tanto meglio.
Riprese il libro. Poche frasi e lo ripose. Spense la luce, si distese sul fianco sinistro, strinse Matilde contro il suo corpo ingombrante. S’addormentò.
***  
Era di fronte a lui. Fra loro due un tavolo, qualche bicchiere, piatti, bottiglie, una tovaglia, briciole di pane e parole, che andavano e venivano. Ma non le loro. Lui stava in silenzio, e anche lei, Lucia. Lui la guardava, e anche lei, di tanto in tanto, poi abbassava lo sguardo. Ma quando tornava a regalargli i suoi occhi...Poi lei accese una sigaretta, lui si concentrò sulle labbra. Ne gustò il contatto. Labbra serrate che, lentamente, come è quieto e inaccessibile l’alto volo dell’aquila, s’aprono ad altri contatti. Il fumo saliva, annebbiava gli occhi smeraldo, si sfrangiava fra i capelli. Indossava, Lucia, un vestito senza maniche. Appoggiava i gomiti al tavolo. Braccia magre e morbide, lui guardava e saliva con la mente su e giù e s’infilava con gli occhi, con le dita, col cuore folle nell’incavo e giù veloce, poi con lentezza verso i seni, piccoli seni. Se li sentiva nella mano, li stringeva, li sfiorava.
La guardò fumare; la gioia eccitata era il sapere che lei concedeva quegli sguardi, mani che la svestivano. Lei avrebbe reso possibile quei pensieri ancora insoddisfatti. Questione di tempo, poco tempo ormai, il tempo di quella cena, di parole e di sigarette, qualche brindisi e i saluti (‘Buona cena davvero’) e gli altri che andavano incontro a una notte qualsiasi e lui...ancora tanta quiete e infine, soli, l’amore che scopre l’eccesso. Sapeva che tutto sarebbe accaduto. Glielo giuravano quegli occhi verdi che passavano il fumo e arrivavano da lui, incredulo. Poi l’uomo che sedava di fianco a lei s’alzò, levò il calice, urlò ‘Brindiamo a noi, a tutti noi!’. Sorrideva ma nell’attimo del sorso mutò espressione, mostrò un ghigno inquietante, infranse il calice contro la bottiglia, mille pezzi di cristallo e mille pezzi di un sogno, che si svegliò.  

                                                                                                             3-continua

mercoledì 28 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 2



Due


10 gennaio 2005

Giulio fermò l’auto. Alla sua sinistra i posteggi erano tutti liberi. Scese, guardò ancora l’orologio. Era presto. Mosse pochi passi in salita, si appoggiò alla ringhiera e guardò verso il basso. Sotto di lui la città accendeva le prime luci. Appena qualche chilometro in salita e trovava Varese ai suoi piedi. Anche da lassù la città si muoveva: vedeva le luci delle auto lungo i viali, pensava alla gente per strada e nelle case, negli uffici e nei negozi. Il paesaggio sottostante brulicava. Ma il lago, fra le case e la pianura, pareva di ghiaccio. Immobile. Una lastra. Uno specchio dove il sole ancora s’ammirava, prima di addormentarsi sotto la coperta delle Alpi.
***    
Giulio di nuovo guardò l’ora. Restava qualche minuto. Erano le sedici e venti del dieci gennaio duemilacinque. Un lunedì. Si voltò a destra, il sole era tramontato dietro le montagne innevate. Il Monviso, la vetta più aguzza di fronte a lui, sembrava un diamante. Il fuoco a occidente divenne oro, i laghi assorbirono la tinta preziosa di quel tramonto invernale.
Respirò tant’aria; era fredda ma non gli procurava tosse, solo un diffuso senso di benessere. Immaginò tutti i respiri di tutti gli uomini che, come lui, per farsi coraggio, s’ubriacavano d’ossigeno. 
Ormai era l’ora.
***
Risalì sull’auto. Tre tornanti e si fermò di nuovo, davanti alla villa. Suonò il campanello, come avevano concordato.
“Giulio.”
“Vieni” e il cancello più piccolo, ricavato nel grande cancello di ferro lavorato, s’aprì.
I cani erano stati legati. Uno abbaiava, un rumore soffocato, un guaito.
Sarebbero rimasti soli, per molte ore. Si lasciò alle spalle il cancello e i colori del tramonto, spenti ormai dal nero della notte. Guardò verso l’alto, se brillavano stelle e se, nella mansarda della villa, la luce fosse accesa. Sì.
Prima di vedere Lucia, nei pochi passi che ancora li teneva distanti, già se la sentiva addosso. Minuta, fragile.
Non venne, Lucia, ad aprirgli. La porta della villa era accostata.
Vide l’uscio socchiuso, spinse con calma, sentì “Entra e chiudi”, entrò e la trovò seduta sul divano.
***  
“Vieni...siediti”. Lucia s’era alzata, gli era venuta incontro, gli aveva preso il cappotto, l’aveva sfiorato, era andata a chiudere a chiave la porta. Poi s’erano trovati seduti sul divano, vicini.
L’ansia di Giulio era scritta nelle mani, che scivolavano in su e in giù, stirando i pantaloni all’altezza del ginocchio. Lei pareva più tranquilla: cominciò, accarezzandogli i capelli, invitandolo a sdraiarsi sul divano, se quello desiderava. Lui si distese, appoggiò la nuca sulle sue cosce nude.
Guardava, Giulio, verso l’alto: il soffitto, il suo mento, i suoi occhi, il lampadario; chiudeva gli occhi, sentiva il piacere di quelle sue lunghe carezze, delicate, gentili. Sentiva anche, in lui, molta irrequietezza. Doveva parlarle, per distrarsi.
Non gli usciva nessuna frase capace di aggiungere qualcosa alle carezze di Lucia.
La donna scese, con la mano, dai capelli, alla fronte, con l’indice seguì il profilo del naso, un naso infantile, la bocca, poi la mano non toccava il mento ma deviava alle guance, a destra e a sinistra, poi di nuovo la bocca, le labbra, sfiorate.
Giulio fremeva. La mano di lei scese di nuovo, al mento. Sostò al collo, Giulio la fermò, la scansò. Temeva che Lucia potesse fare considerazioni su quel doppio mento.
“Che c’è...perché?”
Giulio non rispose. Era lì per quelle carezze. Lasciò fare a lei. Che giunse al petto. Infilò la piccola mano sotto la camicia.
Cominciò a sbottonarla.
***  
Lucia s’alzò. Accese lo stereo: Rimmel di Francesco De Gregori. Tornando da lui si tolse il vestito, un completo verde con fiori e colori. La ritrovò vicina. Solo la sottoveste, leggera; in trasparenza il suo corpo. Si sedette, Lucia, accovacciata. Forse lo attendeva. Toccava a lui, ora.
Per lui non era facile seguire il suo ritmo, la sua voglia di lentezza, di profondità. Non era il tempo che difettava a quell’incontro. Avrebbero avuto molte ore. Quel piacere le richiedeva. Lucia lo desiderava. Nessuno dei due voleva pensare al rischio di quella scelta.
Giulio si sfilò la camicia.
“No.” Lucia s’alzò. Fece un cenno a lui di imitarla.
Erano in piedi, uno di fronte all’altra. Lucia, per entrare nei suoi occhi, doveva salire sulle punte dei piedi, allungarsi ancora.
Lui pensò che, forse, voleva ballare. La musica faceva la parte della sua inadeguatezza.
“Vuoi ballare?” le chiese, dopo una lunga pausa.
Lucia sorrise. Era un altro no. Lo prese per mano. Capì che lo avrebbe condotto in mansarda, due rampe di scale, una piccola camera, tanto legno come in una baita. Pochi i mobili, lassù. Cuscini, tappeti, profumo di resine, due comodini, due lampade, un grande specchio, altro non ricordava. E il letto, un grande letto, una spanna dal pavimento di parquet.
Un letto dove Lucia si perdeva.  
E mentre saliva le scale, facendosi guidare da quella donna con due seni da adolescente, Giulio sentiva la musica che s’allontanava e Lucia che s’avvicinava e niente e nessuno avrebbero potuto arrestare quel cammino.
Quando mancavano pochi gradini, Giulio lasciò la sua mano, la presa in braccio. Era un cuscino di piume.
Insieme, un piede lui un piede lei, aprirono la porta della mansarda. Come due sposi.

                                                        2 - continua

martedì 27 novembre 2012

Vicolo Canonichetta 1


Visto il discreto successo di lettori del mio ultimo romanzo online QUEL GIORNO CHE TREMO’ LA NOTTE, ho pensato di riproporre sul mio blog il mio racconto lungo VICOLO CANONICHETTA, scritto nell’estate del 2005, pubblicato nel marzo 2007 da Macchione Editore. A parte qualche racconto breve, è il primo lavoro di narrativa ‘lunga’ ambientato interamente a Varese, la città che amo.

Vicolo Canonichetta

Uno

26 maggio 2005

Quel mendicante sedeva tutti i giorni all’imbocco di vicolo Canonichetta, novantacinque passi di cunicolo che sfociavano in piazzetta San Lorenzo. Proseguendo dritti si usciva in piazza San Vittore, sagrato della basilica dedicata a Vittore, patrono di Varese.
Passando sotto l’Arco Mera si poteva attraversare corso Matteotti, entrare in piazza del Podestà, ancora sotto un arco, il Broletto e via Veratti. Quindi la scelta: a destra, verso piazza Beccaria, o a sinistra, un incrocio, via Sacco e, a dritta, Palazzo Estense, sede del Municipio.
La nobile dimora, abitata nel Settecento dal duca Francesco III d’Este, era abbellita da un giardino all’italiana, ora parco pubblico, simbolo di quel borgo, conosciuto anche come ‘Città Giardino’.
Sedeva il mendicante tutti i giorni lì, appoggiava la schiena al muro e davanti a sé ritrovava un tombino con la scritta ‘Comune di Varese’, mattonelle in porfido rossastro, al centro del vicolo una striscia di granito, una mezzeria grigia che lo spartiva in due corsie. Girandosi a sinistra immaginava, più innanzi, l’Erboristeria del Vicolo, l’Argenteria del Vicolo, una bottega d’orafo, un negozio d’abbigliamento per bambini. Ma anche muri impiastricciati da scritte di vernice e cicche di sigaretta per terra. La maleducazione non rispettava il ritocco dell’arredo urbano, da poco ultimato con investimenti onerosi per la pubblica amministrazione. 
Giovedì ventisei maggio duemilacinque, nel primo pomeriggio, l’uomo aveva nascosto gli spiccioli raccolti, s’era rappreso nei suoi stracci e s’era addormentato. Faceva caldo, anche troppo per essere a maggio. Svegliandosi, stordito dal sonno e dal vino, vedendo del campanile del Bernascone solo il culmine, aveva immaginato l’ora, pensando dovesse essere suppergiù la metà del pomeriggio.
Imboccava vicolo Canonichetta una donna: camminava svelta. Dietro a lei un ragazzo e la sua ragazza, mano nella mano; lui aveva lasciato la mano di lei, le aveva avvolto il collo col braccio e l’aveva baciata sui capelli. Subito dopo era entrato nel vicolo un uomo che correva.
Nessuno di loro aveva lasciato monete per lui.
Erano poi trascorse alcune ore. Gente ne era passata, poteva contare cinque euro e trentacinque centesimi di questua.
A quel punto della sera avevano imboccato il vicolo tre giovani; uno dei tre, il più elegante, l’aveva fissato, aveva sorriso, lui aveva fatto eco alla sua gentilezza, l’altro gli aveva buttato in faccia un “Bastardo!” che non s’aspettava.
La luce del sole al tramonto aveva poi illuminato vicolo Canonichetta, cuore del cuore di Varese. Una luce, un calore che avevano trattenuto il mendicante ancora un poco, seduto lì, nell’abbaglio dell’agonia di un giorno che muore.
                                                                                                                     1-continua
 

lunedì 26 novembre 2012

Quel giorno che tremò la notte 31-12 fine


TRENTUNO  dodici


Don Marco tornò nella camera, aveva negli occhi il secco del pianto, lacrime che si sono asciugate ma lasciano traccia. Andò in bagno e si sciacquò il volto, per cancellare quella debolezza. Per svegliarsi. La notte non era ancora trascorsa. Ripassando dal letto guardò Roberta, nel suo sonno, trovò la croce, il Cristo era lontano. Prese quell’incrocio di metallo e volle riappenderlo alla parete, facendo attenzione di agganciarlo bene, ma il chiodo era caduto a terra. Lo ritrovò a fatica, cercò il buco, si tolse una scarpa e usò il tacco come martello, controllò che fosse fissato e riposizionò al suo posto la croce, privata del suo senso, di quell’uomo che pende, che muore per il mondo intero.
Scese dalla sedia, raccolse fra le mani il piccolo Cristo morente, lo accarezzò e tornò a sedersi sulla poltrona, dopo aver recuperato anche la corona del rosario. Il Crocifisso nella mano destra, nella sinistra i grani in fila indiana, lunga catena di Avemaria e, ancora una volta, a chiudere il  cerchio, i legni con l’uomo che soffre sulla croce.  La madre e il figlio, pensò, insieme, fra le mie mani, alleati per me e per Roberta.
‘E se fosse questo il segno?’ Ora guardava la croce sulla parete, vuota, e l’uomo di metallo, nudo, nella sua mano. ‘Tutto qui?’ Il Signore lontano dalla croce, per ricordargli la fine, la vittoria, la resurrezione. Quel volo, quel tonfo, quello strappo, a ricordargli che era prete per annunciare la buona novella, il centuplo quaggiù, sì, ma anzitutto l’Eternità. E quale centuplo, dopo un terremoto? La resurrezione, la resurrezione, pensava e stringeva in mano il Crocifisso, lo baciava. La preghiera arrivò, come vento potente. ‘Mihi vivere Christus est et mori lucrum’ ripeteva San Paolo ‘è un passaggio, questa vita è un passaggio, ma che deve dire un prete alla gente? Che speranza deve regalare? Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede’ e la vita, la sua vita, da lì in avanti gli parve un’appendice inutile. Una perdita di tempo  Un tempo che avrebbe potuto sacrificare ad altri.
Quell’esaltazione durò poco, il vento calò e arrivò presto la paura: di morire, di sbagliarsi. Tornò ad aggrapparsi al suo corpo malfatto e alla sua miseria, preziosissima. Non era in grado di pregare con fede una notte, quale vita avrebbe potuto barattare? ‘Fai pena, fai solo pena’ disse, ‘trova almeno la forza di chiedere perdono a Dio, che ti ascolta, che si vergogna di te, uomo di Dio.’ L’afflizione lo portò ad inginocchiarsi di nuovo sul lato del letto, quello di destra, vicino alla poltrona, alla finestra affacciato alla quale aveva pensato al suicidio. Si buttò contro il morbido del materasso, nelle mani i simboli della sua fede, la testa confusa reclinata sulla coperta candida. Pianse.

***

Maria entrò nella camera di Roberta quando mancavano cinque minuti alle sei del mattino. Voleva salutare don Marco prima di ultimare il suo turno, ricordargli di parlare con Mariuccia, abbracciarlo, se si fosse presentata l’occasione. Lo trovò inginocchiato sul fianco del letto, immobile, la mano sinistra, che stringeva il rosario, vicino al piede della ragazza, la mano destra copriva il Crocifisso. E sopra la mano del prete quella di Roberta, che la accarezzava.
                                31-12  fine





Quel giorno che tremò la notte 31-11



TRENTUNO undici
Avvennero due fatti, di seguito, in pochi attimi, che turbarono il prete. Forse aveva agganciato male il crocifisso, forse una scossa d’assestamento, la croce all’improvviso cadde a terra con un rumore secco, e nell’attimo esatto del tonfo Roberta ebbe un fremito, almeno questo immaginò d’aver visto don Marco, che vide il movimento di striscio, perché lo sguardo era finito subito contro la parete che già stava fissando ma ebbe l ‘impressione che la ragazza avesse scosso la testa, con un tremito generato dal rumore. Si alzò di scatto, andò subito al capezzale della giovane, stava per chiamare Maria ma si trattenne: era tutto mortalmente fermo. Con rabbia picchiò un piede a terra, generando un colpo forte, ma non bastò per rivedere quello scatto di vita. Il crocifisso si era spezzato, il corpo pendente si era staccato dalla croce, congiunse l’uomo e il legno, pensò che si sarebbe potuta saldare, che andava fatto, si domandò perché era caduta, si mise in piedi di fianco al letto, tenendo con una mano il Salvatore e con l’altra l’incrocio, li sollevò e li lasciò cadere, sperando che il miracolo si ripetesse. Ma una volta ancora Roberta restò nella sua posizione. Non era mai stato un uomo superstizioso, ma cominciò a domandarsi perché era caduta la croce, se avesse un senso che esulasse dal volere di Dio o dal caso, perché sino ad allora la sua superstizione era stata annullata dalla fede, che può generare miracoli. ‘Il caso esiste, è caduta e basta. Don Marco, ma cosa pensi stanotte? Che ti sta succedendo? Ritrova la via, ti prego, ritrova la preghiera, lascia questi inganni, torna a fidarti di Dio, ti ha reso felice sino al viaggio per Roma. Cosa ti sta succedendo, vecchio mio?’
Raccolse i due pezzi che aveva lasciato cadere  a terra e sperò solo che tornasse presto l’aurora. Aveva pregato poco, senza fede, aveva fatto solo male a Roberta, certamente non l’aveva aiutata, non si era intrattenuto con lei ma con se stesso, con la sua anima povera, con la sua mente malata.  ‘Cerca di pregare, don Marco. Affidati a Lui come hai sempre fatto.’ E respirava profondamente, per respingere l’ansia che tornava ad inquietarlo. I suoi dubbi d’adolescente aveva fatto in fretta a tranquillizzarli, ebbe il sospetto che questi nuovi dubbi fossero più profondi, in lui da sempre, brace sotto la cenere pronta ad infuocarsi. Ebbe la paura di bruciare in quel falò. Ebbe il terrore di perdersi, e cominciò a pensare che satana esisteva davvero e lo aveva preso come bersaglio. Si era insinuato nella sua debolezza e stava facendo razzia. Si sentì posseduto, qualcun altro gestiva i suoi pensieri. Perse il controllo e scappò fuori, trovandosi al centro del lungo corridoio. Solo.     
Aveva bisogno di parlare, di vedere qualcuno. Doveva comunicare le sue paure, Maria, la cercò sforzandosi di mantenere il controllo. Sentì un rumore, un gorgoglìo avvicinandosi alla piccola cucina, destinata al personale. Sentì profumo di caffè. Entrò. Gli pareva di essersi tranquillizzato, ma così non doveva essere, se Maria si spaventò nel vederlo, disse solo “E’ lei, don Marco” ma il tono della voce e lo sbigottimento negli occhi lasciavano intendere che doveva aver scritto tutto in faccia. “Ne vuole una tazza?” e s’alzò per prenderla. “La notte è ancora lunga.”
“Volentieri” disse il prete. Si sedette. Era lì, infelice ma non disperato, davanti a quella donna che ora gli faceva da madre, da moglie, da amante. Non era bella Maria, non alta ma dal petto generoso, il viso poco aggraziato, un naso poco femminile, gli zigomi aguzzi. Ma in quell’attimo era tutta l’umanità della quale aveva bisogno e  che avrebbe voluto amare.
“Bene” disse la donna. “Si sarà chiesto di quell’abbraccio…Mi deve scusare.”
Il profumo del caffè si unì al sapore fresco di Maria, che si era avvicinata per porgergli la tazzina. “Grazie….”
“Zucchero?”
“No….e si capisce il perché.”
Maria sorrise.
“Ho preso paura” disse l’infermiera. “Credo ancora che gli uomini ci siano per proteggerci. Lei che dice?”
“Che è così, dovrebbe almeno.” Lo doveva confessare. Stava rientrando nella normalità? La mano faticava a tenere la tazzina, tremava. “Il suo abbraccio mi ha fatto piacere” e avrebbe detto enorme piacere, ma era un uomo votato a Dio, che si era volontariamente privato della dolcezza femminile.
“Anche a me.”
A quella risposta don Marco sentì una vampata di calore. Era il pensiero di aver dato gioia a una donna. Consolazione. Ammutolì. Avrebbe pianto.
Fu lei a risolvere il silenzio: “La solitudine, la mancanza di affetto…”
“Sto male” disse il sacerdote.
Maria posò la tazzina sul tavolo, spostò la sedia di un palmo verso di lui, lo guardò. Se l’aspettava.
“Non ci conosciamo, ma devo parlarne..a lei…devo….”
“Così siamo fatti” disse la donna. Avrebbe volito prendergli la mano, un gesto che le venne spontaneo, ma si trattenne.
“Devo raccontare, ho dentro l’inferno.”
“Ci hanno messo in un valle di lacrime..pianga…non si trattenga…”
Don Marco nascose il viso nelle mani. Il grosso anello cozzò contro il naso.  E parlò. E pianse. Riusciva a descriversi con un naturalezza fantastica,  quella donna attirava a sé ogni confidenza, anche le più segrete, che faticava a confessare alla sua anima. Continuava perché stava bene. Prese fiato, asciugò gli occhi, guardò verso di lei con riconoscenza. “Mi scusi….e lei non dice nulla? “
“Ascolto.” Aveva compreso il suo ruolo in quella notte. Eppure avrebbe avuto da dire anche lei, di un matrimonio di accomodamenti e di silenzi, di figli sempre sul punto di sputarle in faccia la frase che temeva più di qualsiasi altra, ‘Perché ci hai messi al mondo?’, e quel suo mestiere, sempre nel dolore: avrebbe avuto bisogno di parlare ma scelse il sacrificio, come ogni donna.   
“Ascolta questo pover’uomo” e ricordò. “La ragazza si è mossa, un tremito, l’ho visto.”
“Quando?”
“E’ caduto il crocifisso, avrà sentito dei rumori poco fa.”
“Sì, non forti. Non ho dato peso.”
“Nella camera di Roberta, la croce è finita a terra, si è rotta e lei si è mossa. Ho visto con la coda dell’occhio ma ne sono sicuro.”
“Può essere un segno buono” disse la donna. “Ma anche niente. Riflessi.”
“Mi sono illuso, ho ributtato il crocifisso a terra, ho picchiato coi pedi, restava immobile.”
“Non perdiamo la speranza.”
“Cosa ci resta? Dopo quella cosa c’è?”
“Lei crederà ai miracoli.”
 “Oggi vorrei il miracolo della fede.“ Si corresse: “No, no, oggi voglio la vita per lei, io la mia l’ho fatta, mi basta morire senza perderla, la fede.” Tornò il bisogno di contatto. Avrebbe voluto abbracciarla. Non ebbe il coraggio, né lei comprese sino in fondo quella necessità. Allungò la mano, chiese la sua, lei gli porse la sinistra, vide la fede delle nozze, mani curate, dita sottili, non appropriate in quel corpo poco aggraziato. La strinse, avrebbe voluto donarle il suo sangue, compenetrarla affidandole la sua umanità. Trattenne un ultimo pianto.
“Torno dalla ragazza” disse. “Grazie.”
“Di nulla” disse Maria. Nel vederlo uscire, pensò che per lui avrebbe anche ritrovato la preghiera.  
                               31-11  continua