mercoledì 26 dicembre 2012

Il racconto del mercoledì



L’UOMO DELLA PIETRA

Con gesto sacrilego, un uomo si giudicò senza peccato e raccolse una pietra da terra. Ne valutò il peso, la grandezza, la ributtò nella polvere e ne cercò un’altra, più adatta, meno leggera, più spigolosa. Era nervoso, non aveva dormito bene, voleva far pagare a qualcuno la sua delusione: quel giovane poteva andar bene. Si era unito al gruppo, spinto alla temerarietà dalla piccola massa che, a cerchio, osservava Stefano, accusandolo di possedere una fede nuova.
Il giovane, bello, dai lunghi capelli, si era alzato dal letto felice di essere idealista. Ma già alle prime minacce aveva pensato: ‘Perché mai dovrei rischiare la vita?’ La sua fedeltà al figlio divino di Maria e di Giuseppe era meno salda del legaccio dei suoi sandali. In principio aveva resistito alle prime domande (‘Davvero ci credi? Credi a quell’uomo di stracci? Finito inchiodato alla croce?), con tanti sì sì ci credo, è Lui il Messia, ma alle prime minacce di morte un’ansia di vita, che si chiama paura, gli aveva annebbiato la convinzione.
E la folla cresceva, il terrore lo invadeva e davvero era sul punto di gridare: “Fermatevi, avete ragione, ho troppa paura, non sono capace di morire per Lui” ma inciampò, nell’attimo esatto di quel gesto sacrilego, la pretese di un uomo che scaglia una pietra, giudicandosi senza peccato, abilitato a condannare.
Quella prima pietra, lanciata nell’aria da una mano pavida e molle, non avrebbe colpito il ragazzo, perché quell’imbecille nemmeno possedeva una buona mira. Lo avrebbe sfiorato e chissà, completando la sua traiettoria, sarebbe finita sui piedi di un altro piccolo uomo, pronto con una pietra in mano. Ma Stefano, col cuore al galoppo, inciampò e allungò le braccia verso la polvere, per attutire la caduta sui sassi dell’Asia Minore. Inclinato in avanti, fu lui a cercare la pietra, ad andargli incontro. Il sasso trovò nel suo volo la tempia destra di Stefano. Perché non la spalla? Il fianco? Un ginocchio? Perché proprio la tempia, così delicata, così mortale? Stefano non sarebbe morto all’istante, solo ferito, si sarebbe rialzato, avrebbe chiesto scusa a quei mentecatti, avrebbe tradito il suo Dio ma conservato la vita, così preziosa, così degna d’essere amata. Perché proprio su quel lato debole dell’uomo?
Certe domande bisognerebbe rivolgerle a Dio, pur sapendo che non risponderà. Ma Stefano ebbe solo il tempo di morire da martire.
Vedendolo disteso e muto, immobile e convinto, i non cristiani che lo accerchiavano si sentirono in diritto (qualcuno persino in dovere) di lanciare altre pietre. Ma Stefano, bello e infelice, era già morto.
Questi i fatti del protomartirio.
Dirò solo, come epilogo, che quella prima pietra mortale fu lanciata da un uomo così miserabile da aver accumulato, nei suoi cinquant’anni, non saggezza ma rabbia, non comprensione ma invidia. Ma c’è un riscatto per tutti e Dio certo avrà visto la scena (forse l’avrà favorita), avrà notato che l’uomo della pietra si scollò subito dalla massa, non restò a contemplare in un delirio fanatico le conseguenze di quel lancio; tornò a casa di corsa, abbracciò la moglie, pianse e disse più volte: “Mi devi perdonare, mi devi perdonare, almeno tu che mi ami. “ 

                                                                         26 dicembre 2012











                                                                                        

martedì 25 dicembre 2012

Cicale al carbonio 9

                                                                                             mutignano



                                            nove


“Gentili telespettatori, che spettacolo, che tappa!”
“Sì, Mauro, bella tappa davvero...”
“Non un attimo di respiro, eppure siamo solo alla quarta tappa del Giro, una tappa sulla carta interlocutoria…”
“Ma con arrivo in salita...”
“E soprattutto con un Marco Marchi che ha sofferto, sofferto molto ma che ora è lì, a lottare con i migliori. Gli avversari, oggi, non sono stati teneri con lui. Cosa ne pensi, Paride?”
“Concordo con te, Mauro. Anche questo è il ciclismo, il bello di questo sport tremendo.”
“Attacco, una corsa subito all'attacco, sapendo che Marchi aveva rischiato persino di non partire. Era l'occasione per guadagnare ancora, in vista della crono, in vista soprattutto delle tante montagne dell'ultima settimana.”
“E invece eccola lì l'ex Maglia Rosa, il capitano della Toshibas Bike, reduce dalla rovinosa caduta di ieri. Un cavallo di razza.”
“Che grinta, Paride! Che forza questo ragazzo. Comunque vada, ha fatto vedere le sue credenziali. Ma non perdiamoci, gentili telespettatori, gli ultimi chilometri di questa tappa avvincente. Paride, facciamo il punto, quando il gruppetto di testa è appena transitato sotto lo striscione degli ultimi cinque chilometri.”
“Sì, Mauro. Per chi si fosse messo all’ascolto solo ora, ricordiamo le fasi salienti di questa quarta tappa, da Manfredonia ad Atri, duecentotré chilometri con arrivo in salita. Puglia, Molise e infine Abruzzo, Atri, a pochi chilometri dal mare, il mare di Pineto degli Abruzzi. Terre care al sommo vate Gabriele D’Annunzio. Arrivo in salita, ultimi chilometri davvero impegnativi: prima lo strappo di Mutignano, cinque chilometri con punte anche dell'otto per cento, poi un chilometro di discesa, svolta a sinistra e si imboccherà la provinciale, molto ampia, che condurrà al traguardo di Atri, con una rampa finale di cinquecento metri al dieci per cento. La fuga decisiva, che sta andando al traguardo con quasi due minuti di vantaggio sul gruppo, è nata alle porte di Pescara, una ventina di chilometri dall'arrivo....”
“Scusa, Paride, ma è partito Aldape. Scatto secco della Maglia Rosa a un chilometro da Mutignano. Nel gruppo si guardano, Togni, Casavola, Marchi, Audisio, formidabile questo bresciano, che non ha lasciato un istante il suo capitano in questa giornata decisiva per lui....Nocini, sì, Nocini s'è lanciato all'inseguimento del messicano, che adesso ha messo un rapporto più duro, un trentanovesedici...”
“Sarà forse un diciotto…E' partito anche Casavola, della Landre-Didal che, ricordiamo, è terzo in classifica generale. Marchi reagisce, evidentemente non s'accontenta di limitare i danni, ha messo davanti Audisio e vuol stare coi primi, non vuole perdere altro terreno in classifica generale.”
“Mutignano, eccoci a Mutignano, questo stupendo paesino in cima ai colli abruzzesi, girasoli e grano, ulivi e i tipici calanchi di questa zona del centro Italia. Vediamo i passaggi, prima della discesa. Ecco, transita in testa Aldape...tre secondi, Casavola è a tre secondi...ma ecco gli altri, a sei secondi Togni, Marchi, Audisio, Nocini, il polacco Miener...venti metri più indietro vediamo gli altri due del gruppetto di testa, cioè lo spagnolo Javier Saienz, della Intra-Action, compagno di squadra della Maglia Rosa, e Massimo Gentiloni, della Niker, il marchigiano di Treia. Qualche tornante in discesa e poi ci si immetterà sull'ampio viale, che porterà al traguardo di Atri...Mamma mia, il messicano! Ci è mancato poco che finisse a terra.”
“Un errore da principiante, ha stretto troppo il tornante senza allargare prima...buon per lui che è rimasto in sella, certo che i tre secondi di vantaggio se ne sono andati...raggiunto, Aldape ora è con Casavola, arriva anche Togni, Nocini, Audisio e il suo capitano, poi vediamo con il 19 il polacco Miener...ho l'impressione che anche Saienz e Gentiloni ce la faranno a rientrare sui primi.”
“Il gruppetto dei fuggitivi si è ricostituito, gentili telespettatori, quando mancano due chilometri all'arrivo della quarta tappa, mentre ci segnalano che il gruppo ha un distacco che si mantiene sui due minuti. Eccoci al curvone, sinistra e via, si sale verso Atri. Il tuo pronostico, Paride.”
“Direi, a questo punto, Giacomo Casavola, della Landre-Didal. Cercherà di rosicchiare qualche secondo a Togni, grazie all'abbuono. Due chilometri finali micidiali, con gli ultimi cinquecento metri al dieci per cento.”
“E come vedi Marchi?”
“Mi ha sorpreso, devo dire che sta concludendo una tappa perfetta. Non credo che punterà alla vittoria. Ricordiamoci che domani si sale al Gran Sasso. Una tappa per scalatori. Se Marchi si è ripreso, e vista la gara di oggi s'è riperso senz'altro, domani il gardesano potrebbe essere davvero l'uomo da battere.”
“E' partito Casavola! Scatto secco del capitano della Landre...”
“Presto, troppo presto...non siamo ancora all'ultimo chilometro...”
“Ecco adesso lo striscione degli ultimi mille metri...lo lasciano andare, nessuno ha le gambe per andarlo a prendere.”
“Potrebbe anche farcela.”
“Ma attenzione a Togni, il secondo in classifica, a quindici secondi da Aldape”
“S'è impiantato....il messicano è cotto...ha preteso troppo, sempre davanti...ora sta pagando dazio.”
“Ai seicento metri Togni ha raggiunto Casavola, un decina di metri Marchi e Gabriele Audisio, che mi paiono in rimonta...”
“A questo punto Moies Aldape, della Intra-Action, rischia la Maglia Rosa, è fermo, non va più...”
“E Togni se n'è accorto, guardate che pedalata, nemmeno Casavola riesca a stargli a ruota. Beppe Togni, del Team Fortex, a questo punto uno dei favoriti della corsa, una forma strepitosa, uno stato di grazia...eccolo ai trecento, ha già lasciato s sette secondi Casavola, che è stato raggiunto da Marchi, Audisio è un paio di metri più indietro, mentre il messicano Aldape è in apnea.”
“Con l'abbuono, a questo punto la Maglia Rosa è sua, Beppe Togni, venticinque anni, da Albino in provincia di Bergamo.”
“Togni, Togni, Togni...si alza sui pedali, un muro questa salita che porta ad Atri, cento metri ancora e il bergamasco corona il suo sogno in rosa...cinquanta metri...e finalmente può alzare le braccia al cielo...primo Beppe Togni, del Team Fortex, in quattro ore, quarantasette primi, dieci secondi...e adesso facciamo partire il cronometro...secondo Giacomo Casavola della Landre-Didal, terzo Marco Marchi della Toshibas Bike a quindici secondi, quarto Gabriele Audisio, della Toshibas Bike, a venti secondi...a venticinque secondi il quartetto composto da Nocini, Miener, Saienz e Gentiloni...incredibile, Moies Aldape, nell'ultimo chilometro, ha perso qualcosa come ventotto secondi, e deve lasciare la Maglia Rosa a Togni.”
“Che crisi...quando arrivano ti senti svuotato, le gambe sono di granito, non vai avanti nemmeno a pregare.”
                                      

                                                                        9-continua










lunedì 24 dicembre 2012

Cicale al carbonio 8

                                                                              Manfredonia


                                               otto


Marco e Beatrice s'erano conosciuti  in mezzo al lago di Garda. Fine di luglio, grigio eternit il cielo, grigio topo le acque, mosse a centrolago, dove le correnti si davano appuntamento. Non minacciava tempesta, quei temporali che, soprattutto in estate, sbuffavano rabbia e sputate di grandine proprio dentro al lago, ma non era il giorno più indicato per la traversata a nuoto Campione-Malcesine. Beatrice, poco più che una ragazza allora, s'era messa in barca con un amico, responsabile del Soccorso. "Dai che ci divertiamo a raccogliere i pesci morti" le aveva detto l'uomo "e se ci va bene, siamo anche utili." Aveva accettato, un diversivo per un sabato annoiato di quell'estate gardesana.
A metà lago, quando non c'è convenienza né a far ritorno né a proseguire, quando molto si è già nuotato ma tanto resta da nuotare, un gareggiante s'era fermato, aveva alzato il braccio e aveva gridato “Aiuto!”, ruotando come una lenta trottola sbilenca e mandando occhiate sperse verso gli altri concorrenti e le barche del soccorso.
"Dai che iniziamo la pesca" aveva detto a Beatrice l'amico, dando gas e dirigendo il gommone verso il naufrago. L'avevano tirato a bordo. Sgocciolava, e un po' sgocciolavano anche gli occhi a quel giovane, mezzo stordito dalla crisi di panico che l'aveva obbligato alla sosta e alla richiesta di soccorso. Ma s'era ripreso in fretta. "Sono stato un pivello" aveva commentato, ancora con il fiato rotto dai rimasugli dell'ansia. "Dovevo fermarmi, non alzare subito il braccio. Mi riposavo un po'...adesso sono pronto, potrei rituffarmi." Ma lo impediva il regolamento. E non lo desiderava la ragazza, incuriosita dal nuovo ospite del natante. Che guardava con invidia i nuotatori, diretti alla spiaggia di Malcesine. Erano dispersi in uno spazio di lago largo almeno duecento metri. Si distinguevano bene perché erano costretti a portarsi appresso una boa gialla. Un gruppo stava puntando decisamente verso sud, altri avevano scelto un percorso più redditizio, sbracciando diretti al traguardo. Qualcuno nuotava di lato. "Pensa te!" aveva commentato il concorrente ormai fuori gara. "Quello sta tornando indietro. Sarà meglio bloccarlo" e aveva invitato il timoniere ad andargli incontro, per avvisarlo dell'errore.
Giunti alla spiaggia di Malcesine, il ragazzo aveva ringraziato, salutato e mandato al diavolo la sua pavidità. Ma intanto Beatrice aveva scoperto di lui nome e cognome (Marco Marchi) e luogo di residenza (Lazise); era un corridore ciclista, con velleità di professionismo, dedito saltuariamente al nuoto per diletto e per avventura.
"L'anno prossimo ci riprovo": queste erano state le ultime parole di Marco.
"Allora, al prossimo anno" aveva concluso Beatrice. Ma non era passato tutto quel tempo, prima che si rivedessero.

***  

Al terzo giorno di Giro, rientrando in albergo, Marco pensò seriamente di ritirarsi. Perché quel giorno di maggio era andato da schifo, e quel suo corpo d'atleta del pedale s'era fatto il suo peggior nemico. Aveva abrasioni nella metà destra del corpo, ginocchio, coscia, fianco, avambraccio e gomito. Sentiva bruciore come se l'avessero passato con un ferro da stiro. Ma le abrasioni erano nel conto di quella vita, che al momento gli pareva la peggiore possibile. La paura folle di fallire era concentrata come un pugnale sullo zigomo destro. Le lastre parlavano di microfrattura, ma il dolore urlava solo bestemmie. Una partenza a Taranto nel diluvio, acqua e freddo e vento e subito una salita, nemmeno il tempo di mandare sangue ai muscoli perché qualche imbecille aveva pensato di approfittarne del tempo guasto, per partire subito. E fra gli imbecilli c'era Moies Aldape, che non si poteva far scappare via così. Poi la corsa s'era quietata, seguendo il ritorno di una condizione meteo più accettabile. Però Marco aveva rischiato di cadere almeno due volte, e mai per sua imperizia.
Passata Barletta, quando al traguardo di Manfredonia mancavano cinquanta chilometri e l'Adriatico del golfo sonnecchiava senza voglie, ecco una prima foratura. Il rientro nel gruppo era stato lento, faticoso, più dispendioso del previsto. Altri venti chilometri di gara, altro buco nella camera d'aria anteriore. Poi l'infelice decisione di approfittare della sosta per urinare con comodo, non seduto con le natiche sulla canna del telaio, in movimento, come d'abitudine. Foratura e sosta che erano coincise con la partenza della fuga più pericolosa della giornata, a trenta chilometri dal lungomare di Manfredonia. Era una tappa per velocisti, ma in quella fuga niente affatto bidone si erano catapultati tutti i suoi potenziali nemici. Si trattava prima di raggiungere il gruppo, quindi di ricucire lo strappo con i fuggitivi. S'erano fermati in quattro della Toshibas Bike, che pedalavano come turbine per agevolare il rientro del capitano. Forse un colpo di vento o la foga di rientrare o la paura non tanto di perdere la Maglia Rosa (era nel conto) quanto di lasciare troppi secondi in quella tappa da nulla, Marco aveva toccato la ruota posteriore di chi lo precedeva. Una strisciata a cinquanta all'ora, l'asfalto come una formaggiera che gli aveva grattugiato gli indumenti, la pelle, la carne viva. E quel colpo tremendo del viso, appena attutito dal caschetto. Non aveva perso i sensi ma l'occhio destro s’era appannato, non riusciva ad aprire la bocca, che andava sporcandosi del sangue delle ferite.
L'avevano rimesso in sella come si rimette in piedi un purosangue azzoppato, buono solo per essere abbattuto sul posto. I colleghi della Toshibas avrebbero pedalato per lui, lo tiravano verso Manfredonia con ogni incitamento possibile. Marco stava assaporando la profondità tremenda del soffrire, un dolore inaccettabile anche per un professionista con ottimo ingaggio. Pensò almeno venti volte di fermarsi. Non sapeva dove raschiare motivazioni. Gli servì anche rivedere immagini di situazioni analoghe, occorse a Fausto Coppi e a Richard Virenque, i suoi eroi di riferimento. Ce la fece, ritrovandosi decimo in classifica, a tre minuti da Moies Aldape, tre e venti da Beppe Togni, tre e quarantadue da Giacomo Casavola. Un distacco importante ma non incolmabile. Questa tesi aveva sostenuto, davanti alle telecamere Rai. Ma ora, dentro i morsi del dolore, pensando alle molte tappe ancora da affrontare, l'ottimismo era calato insieme al sole di quel giorno guasto.
     
                                                                                            8-continua                                                                















                                      













domenica 23 dicembre 2012

Cicale al carbonio 7



                                           sette


Infilandosi la Maglia Rosa, in albergo, prima di scendere sul lungomare di Crotone, Marco pensò a come perderla. Momentaneamente, certo. Un passaggio delle consegne a tempo determinato. Mollarla subito, già alla seconda tappa, la Crotone-Taranto, giornata per velocisti, o più avanti?
Il giorno prima aveva fatto la sua parte, tirato quando gli toccava, ma altri avevano dovuto sobbarcarsi gli straordinari per lui. Un gregariato chiaro, contrattuale, accettato e regolato da leggi scritte e non scritte. Aveva comunque trovato il modo di ringraziarli per la professionalità del loro sudore. E ogni vittoria erano soldi, per tutti.
Crotone, cioè anche qualche piattaforma appena oltre l'insenatura del porto: Marco ci fece caso e notò all'orizzonte, quasi a raccontargli dove finiva il mare e iniziava il cielo, due grosse navi, forse petroliere. Firmò qualche autografo, strette di mano a corridori amici e si concentrò sulla tappa.
Suonò mezzogiorno. Guardò verso il castello e la città vecchia. Poi lo starter abbassò la bandierina e la mandria multicolore lasciò Crotone ad andatura turistica. In meno di cinque ore avrebbero percorso oltre duecento chilometri, approdando ad un altro porto, quello di Taranto. Duecento chilometri di pianura assoluta, sempre nella pancia del gruppo. Un modo di pedalare che Marco temeva. Si viaggiava a quaranta-cinquanta all'ora risparmiando sulla fatica, ma in caso di caduta si moltiplicava il quoziente di danno. Bisognava fidarsi. Si correva alla cieca, senza punti di riferimento in avanti, a parte le ruote dei colleghi. Però era bello, quando il gruppo sonnecchiava, ascoltare il canto dei cuscinetti a sfera, un frinire di cicale in amore, nascoste in quella prateria di carbonio.
Marco si lasciava trasportare dal gregge e intanto pensava al messicano Moies Aldape, a sorpresa ben messo in classifica generale. Era un buon velocista ma senza speranze in salita. Avrebbe potuto lasciare a lui la maglia, con l'abbuono avrebbe potuto superarlo in classifica. Tramite microfono e auricolare scambiò due parole con il suo direttore sportivo. Ci fu una caduta ma dietro di lui, coinvolti non più di una decina di corridori.
Dove i colli calabri venivano inghiottiti dalla piana di Sibari, partì una fuga e Moies Aldape era nel drappello. Marco non se l'aspettava, era impreparato alla sofferenza di una rincorsa. Un cenno e partirono all'inseguimento un paio della Toshibas. Aldape fu ripreso, scatti e controscatti ma infine il grosso del gruppo vide, unito, le alte gru del porto di Trapani.
Vinse Nocini, secondo il polacco Mienec, terzo il danese Hotger. Marchi conservò la Maglia Rosa.

***

Beatrice era sola nella casa che s'affacciava sul piccolo golfo di Laveno. 
Uscì sul terrazzo, prese una sedia a sdraio, regolò lo schienale, aveva il sole centrato sul volto. Prima di sedersi per meglio appropriarsi del tramonto, s'appoggiò alla ringhiera e guardò il lago. Amava quella villa non sua perché le regalava il medesimo panorama che gustava dal suo balcone, a Bardolino. Due laghi differenti e simili.
Marco era mille chilometri più a sud, in tre settimane sarebbe risalito sino a lei. Oggi l'acqua li aveva avvicinati: il mare del golfo di Taranto, l'acqua dolce e quieta del lago Maggiore.
Si sdraiò. Chiuse gli occhi. Il sole filtrava dalle palpebre dando sfumature rossastre al buio.
Cosa le mancava? C’erano i soldi e un'impressione di meta raggiunta. Un figlio? A giorni sì a giorni no; non era comunque argomento permesso nelle rare conversazione con suo marito. 
Riaprì gli occhi, vinse l'appannamento del ritorno alla luce, l'abbaglio la costrinse a mettere gli occhiali da sole. Da quel comodo punto di vedetta riusciva a leggere tutto il bello dell'acqua appena increspata, sguardo che raggiungeva, sulla riva opposta, Intra e Pallanza; occhi che volentieri risalivano la china verso il monte Cicogna, il pizzo Marona, sempre più in alto, sino allo Zeda, alla Laurasca, al Pedum anneriti dal controluce. Era una serata afosa, più d'agosto che di maggio, i colori smunti, non ritoccati dal vento. La brezza era piacevole, riservata. Come in fondo si giudicava lei: una ragazza appagata, che avrebbe potuto darsi più arie, modesta più per sua imposizione che per natura.
S'era accorta, via via che i successi nella professione di Marco si sommavano, che le attenzioni intorno alla loro famiglia potevano dare persino fastidio, che certe sue frasi erano state intese male dalla stampa. Pettegolezzi cafoni. Prezzo da pagare alla fama del marito.
I battelli s'incrociarono a metà lago: Laveno-Intra, Intra-Laveno. La loro scia incideva la pellicola dorata, regalata alle basse onde del Verbano dal sole al tramonto.
S’addormentò.
           
                                                                                               7-continua
                

                                                                





                                      





sabato 22 dicembre 2012

Cicale al carbonio 6



                                               sei

Il raggio di sole, un laser sputato dai cieli di Calabria, rimbalzò sulla catena della bicicletta e gli ferì gli occhi. La vista s'appannò. Marco Marchi, capitano della Toshibas Bike, virò l'eccitazione della partenza in rabbia. Asciugò con il dorso della mano gli occhi lacrimevoli. Ci vedeva doppio, triplo, macchie di nero, un abbaglio che rischiava di compromettere il delicato momento dell'avvio: cronometro a squadre, prima tappa del Giro d'Italia.
Calò la visiera del casco aerodinamico, come un cavaliere la celata. Fece scattare il blocco dello scarpino sul pedale destro. Tac, e tac si sentì alle sue spalle, ripetuto: i suoi compagni di squadra, nove, avevano ripetuto il gesto del loro capitano. Strinse ancora di una tacca il laccio del suo caschetto, si voltò, alzò il pugno verso il cielo, poteva essere un saluto ma soprattutto un augurio di buona gara ai colleghi di lavoro, strinse le mani sul manubrio.
Partì il conto alla rovescia: dieci, nove, otto...lo starter alzò la mano destra, dita distese, poi piegò il mignolo, l'anulare, il medio, l'indice, il pollice, e allora Marco inchiodò anche il piede sinistro alla bici e pigiò sui pedali.
Dal lungomare di Cropani partiva il suo Giro d'Italia. Marchi era tra i favoriti. Fuori dall'abitato, un paio di chilometri più a nord, lasciò che i compagni lo superassero e sfilò in coda al gruppetto, come pattuito. Una trentina i chilometri, sino a Crotone. Lì avrebbero dovuto meritarsi il miglior tempo, o il secondo, peggio no perché l'avevano accontentato potenziando la squadra, investendo denari nell'acquisto di un paio di professionisti del pedale, abili soprattutto nelle crono. Sentì sulla schiena anche il peso di quella responsabilità. Concentrato, non poteva permettersi di gustare il panorama. Avrebbe perso poco, non tanto se guardava a destra, dove lo Jonio blu cobalto farfugliava nella brezza di maggio, ma alla sua sinistra. I colli piatti che salivano verso la Sila Piccola erano spelacchiati, ulivi e poco più, tante zolle sterili, erba secca e le diverse tonalità della terra calabra. I boschi ordinati della Sila erano lontani, le zolle alitavano un fiato caldo, troppo caldo per essere maggio, e Marco veniva dal vento fresco del lago di Garda.
Tenevano i cinquanta di media, bocche spalancante per dare aria allo sforzo. Dalla coda appuntita del casco di Marchi spuntava, come un codino, l’antenna della radio; i gomiti erano appoggiati al manubrio, le mani, vicine, stringevano le corna, appendici utilizzate per le bici da crono; pareva in preghiera, con le mani giunte. Sul cannotto sotto il sellino brillava al sole una piccola bandiera italiana. Le schiene e i culi dei dieci uomini della Toshibas ondeggiavano all’unisono, come un mare appena mosso che correva verso il traguardo.    

***

Partì il collegamento televisivo, con la cronaca della prima tappa del Giro. I due telecronisti Rai non lasciavano parlare mai il silenzio. Più che altro montava la polemica sulla scelta di una crono a squadre, ad aprire il Giro d'Italia. Era una consuetudine del Tour de France.
Beatrice era in cucina, ospite nella bella villa dei suoi amici lavenesi. Sentì che la formazione della Toshibas Bike era in testa alla crono. Corse in sala. Sul lungomare di Crotone, della Toshibas arrivarono in otto, ma il tempo era preso sul settimo.

"Miglior tempo per la Toshibas Bike" commentò Paride, il commentatore tecnico, telecronista ex professionista.
"Meglio non poteva iniziare per Marco Marchi. Ha già rosicchiato venti secondi a Giuseppe Togni, addirittura quarantadue a Giacomo Casavola" disse Mauro, il dipendente Rai un po’ sovrappeso.
"Era previsto. La Toshibas oggi raccoglie i frutti dell'investimento."
"Ma siamo all'inizio del Giro, caro Paride."
"Certo, però chi bene inizia..." e quel però venne fuori con la erre alla francese.

Marco Marchi finì con il microfono sotto il mento.
Arrivò un messaggio al cellulare: Beatrice aspettava quell’assenso più della voce affaticata del marito, più intrigante di quel suo fiato lontano.    

                                                                                              6-continua

      
                                                                

















                                       








venerdì 21 dicembre 2012

Cicale al carbonio 5



                cinque

La camera era nella penombra. Marco s’alzò, aprì alla luce di un lampione altre righe della tapparella. Voleva vederla meglio.
Beatrice aveva preso sonno in pochi minuti. Lo capiva dal respiro. Un sonno leggero, premessa del sonno fondo.
S’era addormenta a pancia in giù, solo con la biancheria intima, a coprirla un lenzuolo di lino. Faceva caldo. 
Marco si mise sul fianco destro. Lentamente tolse il lenzuolo, lo fece scivolare a coprire solo i suoi piedi.
La desiderava. Sarebbe partito fra tre giorni, via dalla loro casa di Bardolino il tempo di un Giro d’Italia.
Pensò di svegliarla con tutta la delicatezza che credeva di possedere. Cominciò ad accarezzarla con tre dita, che scivolavano dai capelli al collo alla spalla alla schiena. Poi il ritorno, seguendo lo stesso percorso, di salite e discese e pianure. Come una tappa del Giro. Infilò le dita nei corti capelli biondi, li pettinò con lentezza.
Tratteneva il respiro, spiava il suo lieve ondeggiare.
Sganciò il fermaglio del reggiseno.
“Lascia”. S’era svegliata. Beatrice si spostò sul fianco sinistro. Ora la sua schiena era più in luce, tanti piccoli nei, peluria bionda e rada, quel reggiseno slacciato, incompiuto. Aveva piedi minuti: per vezzo si smaltava le unghie, usando un color rosa antico.
Si girò di nuovo, schiena al lenzuolo. Per un istante soltanto aprì gli occhi, li richiuse senza espressione e portò le sue braccia verso la testata del letto. La mano destra si nascose sotto la nuca, la sinistra rimase appesa al buio. Aveva belle dita, sottili, la fede e il piccolo brillante del fidanzamento, mani curate.
La poca luce sbiadiva i contorni. Le accarezzò la fronte, il naso affilato, le labbra, il mento.
Cercò ma lei, sveglia, spingeva la schiena contro il lenzuolo. Marco pensò di averne il diritto, si spazientì, perse tutto il piacere. Lo sopportava? Perché solo un po’ di stanchezza impediva che lei, facendo perno sui talloni, si sollevasse di poco verso il lampadario?
Non poteva pretendere nulla. Poteva se mai godersi quelle carezze e trattenerle sino al traguardo di Milano.
Ora s’era quietato e riprese a seguirne il profilo.
Beatrice mutò ancora il respiro. Ora era lungo e profondo. Inarcò la schiena, puntò i talloni sul fondo del letto.  
 
                                                       
                                                                                              5-continua














giovedì 20 dicembre 2012

Cicale al carbonio 4



                                                quattro


Sarebbe cambiato qualcosa? Chi può dirlo. La storia è mutevole come un treno perso, un passo in più, una porta che si apre ma poteva restare chiusa, e sarebbe stato meglio.  Probabilmente.
Beatrice si voltò, guardandosi alle spalle, quando la ruota posteriore della bici di Marco aveva già completato la curva a gomito, davanti all’Arco detto Porta del Rosario. Vide il luccichio del sole contro i raggi metallici, il rettilineo in pendenza che reca alla Via Sacra, in fondo il salto nel vuoto e la città nella piana. Ma non riconobbe chi pedalava. Aveva ancora nelle orecchie il colpo secco della portiera dell’auto, chiusa con rabbia e con gioia. Rintronava  d’eccitazione e di pentimento.

***  

Prima della stretta curva sulla sinistra, Marco aveva guardato verso l’acciottolato della Via Sacra ma non l’aveva vista. Auto posteggiate e pellegrini con il capo chino. Forse lei aveva già passato la Porta, stava nascosta dietro una colonna.
Dopo la curva a gomito arrivava un tratto in piano, nuova curva sulla destra e il muro, l’asfalto più duro della salita al Campo dei Fiori.
S’arrampicò sui pedali, raddrizzò la schiena, fece pressione sul manubrio. Accompagnava il giro rotondo delle gambe con strappi di braccia, per faticare meno. Più muscoli possibili, chiamata a raccolta contro la pendenza.
Faceva caldo. Scese seduto sulla sella. Gocce di sudore scivolavano lungo il crinale del naso, cadevano sul manubrio. Soffiò contro una goccia rimasta a penzolare sulla punta del naso; la goccia si spezzò e finì nel cono di luce del sole. Alla sua destra il ciglio della strada era verde d’erbe, grigio di pietra, giallo di ginestre selvatiche e di ranuncoli.

***

Beatrice fece il segno della croce, gesto convenzionale, per dire che era entrata sulla Via Sacra, rizzàda verso la Madonna del Monte. Davanti a lei quattro viandanti e, sullo sfondo, la Fuga in Egitto di Renato Guttuso, macchia di colore. Dietro le spalle l’ansia di quell’incontro la spintonava in su, verso la porta di Sant’Ambrogio, inizio dei Misteri Gloriosi.
Sapeva di sbagliare ma era certa di volerlo fare. Suo marito non avrebbe saputo niente, né lei sapeva cosa l’attendesse davvero, oltre la Terza Porta, al bivio che conduce al paese senza seguire l’acciottolato antico.

***

‘Sbarcare il lunario…sbarcare il lunario…’: pedalando, Marco ci pensava. L’espressione era venuta seguendo il filo di un ragionamento, partito dalla grande fatica di quel mestiere, ciclista professionista, e quando un lavoro pesa non si dice forse ‘sbarcare il lunario’? ma perché sbarcare? E che significa lunario?
Le domande durarono quattro pedalate. Non era giornata. Lo capiva subito come girava la gamba. Il tratto più duro della salita, quello, sino al ponte della funicolare, gli confermava una verità già intuita. Troppo sudore per quei quindici all’ora. Un mese più tardi, se la sua gamba avesse reagito così alla pendenza, avrebbe potuto perdersi tutto proprio su quella salita. Vide l’ombra di sé, copia incolore del suo dondolìo sui pedali, macchia che scivolava sulle rocce del ciglio della strada. Non era mattina per illudersi di superarla, quell’ombra ripetitiva.

***  

Alla Quinta Cappella del Sacro Monte di Varese, Beatrice aveva raggiunto due pellegrini col rosario fra le dita. Perché andava così di fretta? C’era tempo. Prima del Secondo Arco si fermò alla fontanella d’acqua non potabile. Pensò che anche a sciacquarsi la bocca, senza ingoiare, avrebbe potuto infettarsi. Si lavò solo le mani, rinfrescò i polsi, le braccia nude. S’accarezzò con un riguardo verso di sé  che la sorprese.

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Uno e settantotto per sessantatré chili, come Richard Virenque, il transalpino da imitare nelle imprese. Passista scalatore, un po’ alla Eddy Mercks ma con meno talento. Immenso il belga, monarca assoluto come Coppi e Bartali, eroi baciati dal fisico e dagli dei. E così Marco transitò sotto il ponte della funicolare; appena dopo l’arco sentì sferragliare il vagoncino bianco e verde. La salita spianava, il peggio era alle spalle. Ma sino all’Hotel Campo dei Fiori mancavano cinque chilometri almeno. E all’Hotel si sarebbe conclusa la penultima tappa del Giro d‘Italia. L’ultima capace di cambiare la classifica. Asciugandosi il sudore col guanto sditato pensò al dispiacere di un nuovo distacco. Un mese via da casa, il tempo di un Giro per lo Stivale. Ma presto tornò all’idea che lo stava determinando: questione di testa. L’anno prima il Giro l’aveva perso per quella debolezza. Da non ripetere.

***  

L’aveva conosciuto da qualche mese, amico dei suoi amici varesini. Beatrice non arrivava all’uno e sessanta, non pesava cinquanta chili, il seno era un assaggio. Capelli corti biondo naturale, occhi piccini e vivi; quando rideva, le labbra trasmettevano la loro bellezza a tutto il viso, dolce anche nella cattiveria.
Nonostante fosse leggera, lieve anche per ciò che la attendeva, faticò a risalire dalla Quarta alla Quinta Cappella. Non praticava sport, non camminava mai, e se ora s’era decisa a farlo era per la meta. Per meno non si sarebbe mossa da casa, rischiando la rizzàda e i pettegolezzi.

***   

Marco era già stanco al bivio fra il Sacro Monte e il Campo dei Fiori. ‘Accorcio?’ pensò. Si poteva ridurre l’allenamento, salendo al paese. Ma girò a sinistra, come l’allenamento imponeva, come la sua testa ora obbligava. Se avesse seguito l’altro ciclista avanti a lui, forse un pensionato che ancora si radeva i peli e mostrava una gamba lucida e soda, e avesse girato verso l’Albergo Colonne, li avrebbe incontrati. Ma lui andò a sinistra, non si fermò alla fontanella, vedendo il getto d’acqua sfilò la borraccia e si lavò il viso, poi il breve piano, la corta discesa e altra pendenza. Ora la carreggiata si riduceva, s’entrava nel bosco di robinie, di faggi e di castagni; sulla sommità, anche qualche abete. La salita ricordava tratti del Mortirolo, del Gavia o pendenze che aveva incontrato nel sud, sulla Sila Piccola.

***    
Sedevano su un tavolino all’aperto dell’Albergo Colonne. Beatrice e un uomo, elegante, sportivo nell’abito e nel fisico. Era un campione di motocross che continuava a gareggiare, nonostante due brutti infortuni. Beatrice guardava verso la stazione d’arrivo della funicolare. Sapeva che Marco non poteva arrivare da lì, ma come escluderlo in assoluto? Il timore le guastava l’attenzione, non riusciva a farsi prendere totalmente dalle sue labbra e dai suoi occhi.
“Hai ancora sete?”
“Mi basta” rispose Beatrice.
Lui fece camminare le dita della mano sulla tovaglia, poi le lasciò strisciare. S’avvicinava. Beatrice ritrasse la mano.
“Come mai siamo qua?”
La domanda di Beatrice rotolò verso valle, senza travolgere nulla.

***   

Ecco il punto. Lì Marco doveva scattare, quella l’ultima opportunità, a un chilometro dall’arrivo  Nel folto del bosco, dove l’asfalto vecchio lascia il posto a quello nuovo, dove un grande cartello marrone indica Campo dei Fiori – Comune di Varese, dove la pendenza aumenta, di poco ma aumenta. Al termine di una tappa come quella, con la doppia ascesa del Cuvignone, dopo il Brinzio e il Campo dei Fiori, ogni cambio di pendenza avrebbe fatto male.
Provò ad immedesimarsi, pensò a scattare, ci provò ma il solo stimolo dell’immaginazione non fu sufficiente a reggere il peso di uno sforzo a tutta.
S’alzò sui pedali, tenne sino alla prima curva sulla sinistra, qualche metro e poi la resa. Si risedette in sella.  
Non era mattina.
Diede un pugno al manubrio, si fermò, girò la bici verso valle. Aveva solo voglia di lasciarsi annegare nella doccia. 


                                                                                      4-continua