martedì 18 dicembre 2012

Cicale al carbonio 3



                                                     tre


Marco era stato invitato al vernissage di una mostra dedicata al ciclismo. L’arrivo di una tappa del Giro d’Italia a Varese aveva propiziato eventi di diversa natura, anche quell’esposizione di foto, dipinti e sculture.
Lui era di Lazise, maritato a Bardolino, ma s’era spostato con la moglie in casa di amici per studiare passo passo alcune salite, inserite nella penultima tappa del Giro. Alla mostra era andato volentieri, in giacca e cravatta, per dimostrare che i ciclisti di mestiere non erano tutti del tipo ‘Mamma, ciao, sono arrivato uno’.
Marco non era pratico né di fotografie né di quadri né di sculture ma aveva pensato che si poteva anche stare zitti, caso mai non sbilanciarsi e dire proprio due parole, se richieste. Entrarono: le attenzioni andarono subito, come un punteruolo, su di lui, il campione atteso al varco. Applausi, strette di mano, foto, presentazioni, discorsi.
“In questa fotografia di Fausto Coppi, il campionissimo” disse ad un certo punto uno dei relatori, un critico che non si sarebbe detto un critico perché era alto, magro, bello, capelli brizzolati e non calvo, senza occhiali spessi due dita e senza barbetta caprina, “l’autore ha colto la straordinaria bellezza della posizione di un ciclista, in cima ai pedali, aggrappato al manubrio, in salita, un arco superiore, la schiena incurvata dell’atleta, che va a congiungersi con l’arco inferiore delle ruote….quasi un cerchio…la magrezza delle gambe, dei muscoli tesi e la magrezza del metallo….una bellezza erotica.”
Marco ebbe paura che chiedessero un suo parere,  ma agli organizzatori bastò la sua presenza.

                                                                                                       3-continua
                                               


lunedì 17 dicembre 2012

Cicale al carbonio 2



                                              due


Beatrice era sola in casa. Lei e il cellulare che non suonava e non grattava messaggi. Muto e immobile. Beatrice era quell’attesa. Come immaginare che avrebbe potuto stare così, solo per un sms? Un sì o un no? L’inizio di una complicità? Perché a Marco, in ogni caso, non avrebbe detto niente. Tanto Marco andava in bicicletta, tutto il giorno, oltre le otto ore di ogni lavoratore. In bici: con le gambe e con la testa. Se non pedalava, parlava e pensava a due ruote.
Stava nascendo un segreto di infedeltà?
‘Suona….suona…’ e le dita si incrociavano in abbracci nervosi. Si alzò, girò per casa col cellulare in mano. Guardò. Nessun segnale, nessuna freccia. Gestiva a fatica un nervosismo che arrivava da centri di emozione a lei sconosciuti. Lui aveva insistito, lei aveva consigliato il luogo, lui ora doveva dare la conferma.
Beatrice era ospite in casa di amici, a Laveno Mombello, sul lago Maggiore. Andò in cucina, dal frigo tirò fuori il cartone del latte, un bicchiere dallo scolapiatti, tre centimetri di latte nel bicchiere, tornò in sala, si sedette, bicchiere nella destra e cellulare nella sinistra. Cercava di giustificare quegli eccessi d’ansia.
Un piccolo sorso per saggiare la temperatura del latte, un altro assaggio, poi tutto d’un fiato quel che restava nel bicchiere. Appoggiò il cellulare su un tavolino con il piano di cristallo, lo fissò ipnotizzata.
Nel silenzio partì come uno scoppio il crepitìo del messaggio. Il cellulare vibrava e girava sopra il cristallo, saltelli radenti e felici. Il piano faceva rimbombare la chiamata. Lo prese, schiacciò, sbagliò la successione dei tasti. Lesse il contenuto: Benissimo. Domani. Ciao.
Si specchiò nel tavolino.
Sorrise.
                                                                                                            2-continua 

domenica 16 dicembre 2012

Cicale al carbonio 1


Ho scritto e pubblicato il racconto lungo CICALE AL CARBONIO nel 2008, volevo mettere per iscritto le mie competenze in ambito ciclistico, il mio amore per la bici e la mia passione per l'amore. Volevo anche rendere omaggio a Varese, che quell'anno ospitava i Campionati Mondiali di ciclismo su strada. A quattro anni di distanza ripropongo qui quel racconto, sperando di fare cosa gradita.


                                                         
         uno


Il sangue le friggeva nel cervello. Beatrice partì come un proiettile: “Senti, prendi quella bici e buttala nel lago. E poi vacci dietro.”
“Ma che ti ha preso?” disse Marco, seduto, senza togliersi La Gazzetta dello Sport dagli occhi.
Lei gli strappò il giornale dalla faccia: “E almeno guardami.”
“Ti guardo, ti guardo…”
“Ami solo quel pezzo di ferro.”
“Esageri.” Ma era vero. Marco capì che non era il momento di barare, sua moglie era imbizzarrita. E mentre pensava alla complessità dell’esistenza, ed era scocciato perché prima della discussione aveva appetito e adesso sentiva lievitare la nausea, lei cominciò a piangere: “Al diavolo te e il tuo mestiere.”
“Sei stressata.”
“Crepa.”


                                                                                        1-continua

sabato 15 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 20



Venti

Dei tre giovani, due presero la direzione del bosco, verso Villa Mirabello, mentre il più giovane, l’accoltellatore, che aveva lanciato d’istinto l’arma verso una fontanella in mezzo alle aiuole, puntò all’uscita principale. Correva come avesse i capelli bruciati dal fuoco. Matilde allungò un braccio per fermalo ma finì a terra.
Data l’ora, Varese era semideserta. Il giovane tagliò a metà via Sacco, prese via Veratti, attraversò anche quella, passò per il Broletto, piazza del Podestà, corso Matteotti, l’Arco Mera.
In piazza San Vittore venne notato da un Vigile Urbano in bicicletta, che gli andò incontro urlando e pedalando. Ma quello non si fermò, prese per la piazzetta San Lorenzo e fu al bivio. Se andava dritto, entrava in vicolo Canonichetta.
Il vicolo era deserto: questa l’impressione del fuggiasco, che non vide il mendicante.
Il pezzente era ancor accovacciato al suo posto. Era in ritardo rispetto ai suoi orari. Aveva più e più volte rinviato la partenza, il suo levarsi con i suoi stracci, avvio che lo avrebbe condotto alla mensa dei poveri, per la cena, e al dormitorio pubblico, per la notte.
S’era attardato in fondo alla stretta via per gustarsi il sole di maggio. Scorreva come lava d’oro lungo il cunicolo, gli scaldava il volto, rugoso come un tronco di robinia. Teneva gli occhi semichiusi, ringraziando per quel poco che aveva ricevuto, sforzandosi di mandar via tutti i rimpianti.
Sentì i passi: qualcuno stava correndo. Aprì gli occhi. Mise la mano a visiera per vedere meglio. Riconobbe il giovane maleducato, che gli aveva dato del bastardo. Era all’altezza della bottega dell’orafo. Correva troppo veloce, ne aveva fatta una grossa di sicuro. Poi sentì qualcuno che gridava, dal fondo del vicolo: “Fermatelo, fermatelo!”
Quando gli fu di fianco si lanciò come un portiere, gli arpionò una caviglia, lo fece cadere sul selciato.
Il giovane muoveva la gamba libera come stesse pedalando. Il mendicante si prese in faccia pugni e pedate ma tempo pochi secondi il giovane si bloccò, esausto.
Piangeva.
Chiedeva perdono.

                                                                                                20-fine





giovedì 13 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 19



Diciannove

“Non urlare” disse Matilde a Giulio.
“Scusami”
Da via Veratti svoltarono a destra per via Sacco, attraversarono la strada proprio di fronte al portone principale.  Fecero ingresso nel cortile di ghiaia, sagrato laico del Palazzo. I loro passi facevano rumore. Alcuni piccioni si levarono in volo, puntando alla grande aquila sopra la meridiana, con la scritta MERIDIANVM LOCI HORAEQVE FONS.
“Lì…non c’è nessuno.” Giulio indicò le quattro panchine, subito entrati sulla destra.
Si sedettero. Il sole, ancora alto, era alle loro spalle. Videro sedersi sulla panca di fronte a loro, ad almeno trenta metri di distanza, due giovani. Matilde per un attimo pensò a Sofia e all’albanese, ma si tenne il dubbio.
Giulio ora controllava il tono della voce. Doveva sforzarsi, avrebbe gridato. E quando capiva che il pianto arrivava si lasciava cadere, adagio, sul suo collo, gli occhi contro la spalla.
Matilde non era contrariata per quel cambio di programma. Aveva chiamato lo studio dell’avvocato, s’era giustificata per il contrattempo, aveva concordato che si sarebbe rifatta viva lei. Aveva anche pensato di cambiare angolo di città o di tornare a casa ma a Giulio andava bene così.
Lui parlava e lei ascoltava, gli accarezzava i capelli. “Capisci che non sono preoccupata?” gli disse, quando stavano seduti lì da almeno mezz’ora.
Parlava e se non parlava piangeva, e quando smetteva di piangere aveva altro da confidare alla moglie. Era come se lo avessero spellato vivo: vulnerabile e felice. Le raccontava di tutto, anche episodi del passato, non solo i fatti di quella giornata diversa.

Era estate, l’anno prima. Giulio era sul balcone. I gomiti s’appoggiavano alla ringhiera. Aveva le braccia piegate. Il sole era caldo, mancava il fiato per l’afa agostana. Aveva fatto caso alla sua pelle: piegata, raggrinzita all’articolazione. Una pelle vecchia. Una pelle da vecchio. Non sarebbe ringiovanita più.
   
Era primavera, un paio d’anni prima. In moto, Matilde e Giulio. Una delle rare uscite. Giulio, preferibilmente, sulla moto ci andava da solo, o con qualche amico. Quel giorno le aveva detto: “Stringiti forte...” ma non aveva aumentato la velocità. Perché solitamente quando avvisava Matilde di agganciarlo meglio, era perché avrebbe dato gas. Quella volta aveva quasi rallentato, eppure le aveva detto “Stringiti forte” perché la strada davanti a lui ballava, intuiva buche che non esistevano, le sue braccia tremavano, doveva stringere il manubrio con una forza tale, che gli erano venuti i crampi alle mani.
   
Erano andati al funerale di un parente, morto più che novantenne. Ricordava ancora la data: dodici marzo duemilatré. Se la ricordava perché la sera avrebbe giocato l’Inter contro il Monaco, per la Coppa Uefa. Davanti alla fossa, mentre i becchini facevano calare la cassa con le grosse funi e qualcuno gettava manciate di terra sopra il legno e gli addetti si davano l’un l’altro indicazioni, per evitare di far cadere con troppa violenza il povero morto, Giulio aveva avuto un giramento di testa. “Ma stai bene?” gli aveva detto Matilde, che lo aveva sorretto. Senza di lei, forse, sarebbe scivolato di sotto. S’era messo a pensare, Giulio, che anche campando a lungo come quel vecchio, metà strada l’aveva già percorsa.

Non erano ancora sposati, Giulio e Matilde. L’avrebbero fatto l’anno dopo. Passeggiavano sul lungomare, dopo aver gustato un gelato. Faceva caldo, benché fosse già passata la mezzanotte. Non c’era molta gente in giro. Erano al limite sud della passeggiata, dove gli ultimi alberghi lasciavano il posto a terreno mal coltivato, sino alla foce del fiume. Quattro giovani venivano incontro a loro. Uno dei quattro aveva salutato la sua ragazza: “Ciao, bella troia”, a voce bassa. Lui aveva inteso, probabilmente anche Matilde. Poi, qualche istante dopo (Giulio era girato, non li vedeva, li sentiva), lo stesso di prima o un altro aveva aggiunto: “Ciao, troiona...con un coniglio così...che ci fai?” Giulio aveva inteso perfettamente, anche Matilde; s’era fermato, non s’era girato, lei aveva detto “Lasciali perdere....andiamo” e lui le aveva dato retta.
***
Giulio avrebbe voluto recuperare in poche ore inadempienze di anni. Dopo ogni confidenza stava meglio.
Matilde lo ascoltava.
Di Lucia non avevano ancora detto nulla. Alle diciassette e cinque il cellulare di Giulio suonò. Lui lo spense.
“E’ lei?”
“E’ Lucia.”
Al terzo squillo senza risposta, il cellulare zittì.
E allora Giulio cominciò a raccontarle della sua amante.
I bronzi panciuti del vicino campanile del Bernascone ritmavano i tempi del loro dialogo. I colpi forti allarmavano i colombi, che frullavano le ali passando di gronda in gronda, lordando Varese con il loro guano.
***
Era già tardi. Sofia s’era alzata per verificare se si trattava davvero della sua professoressa. E quando l’aveva riconosciuta s’era avvicinata per salutarla, ma anche per capire con chi diavolo stesse parlando da quasi tre ore.
“Conosci mio marito?”
“Non me l’ha mai presentato.”
Poi era tornata da Altin.
“Avremmo potuto già avere una figlia di quell’età” disse Matilde, guardando Sofia che baciava il suo ragazzo.
L’aveva perdonato? Non l’avrebbe perdonato mai? Era sarcastica? E lui perché non le chiedeva perdono? Sarebbe stato, il chiederlo, parte necessaria di quel cambiamento che sentiva di poter affrontare.
“Ho bisogno del tuo perdono.”
“Lascia perdere.”
Continuò a raccontarsi, così altro tempo se n’era andato, solo Altin e Sofia sostavano ancora in quel settore dei giardini di Palazzo Estense.
La sera stava finalmente regalando alla città un po’ di fresco. Dalla collina di Villa Mirabello scivolava la brezza. Non era vero, non era possibile, eppure a Giulio parve che minute gocce d’acqua della fontana in fondo ai giardini, spinte dal debole vento, arrivassero sin lì a rinfrescarli.
“La vita mi ha preso allo stomaco” le disse.
“Non ti preoccupare” e gli accarezzò l’addome contratto. Ad ogni carezza la morsa si quietava.
Giulio sentì fame. “Andiamo a farci una pizza?”
“Andiamo.”
“Dove?”
“San Gennaro?”
“San Gennaro.”
S’alzarono e si diressero verso l’uscita, salutando i due ragazzi. A metà del cortile di sassi incrociarono tre giovani. Bingo, che aveva riconosciuto da lontano la sua insegnante, fece in modo di non farsi notare. Stavano entrando sotto il porticato e Giulio si voltò. Forse era il desiderio di rivedere quel luogo, entrato di prepotenza nei suoi ricordi migliori. Si erano fermati su quella panchina più di quattro ore. Vide i tre giovani in piedi, davanti a Sofia e all’albanese. Capì subito che non erano solo amici che si stavano salutando.
“Aspetta” disse a Matilde.
“Che c’è?”
“Guarda là” e indicò la direzione della panchina. Altin s’era alzato, Sofia stava ancora seduta.
“Saranno loro amici.”
“Non mi pare.”
Il sole al tramonto soffiava lingue dorate. Giulio non vedeva bene, era controluce, la panchina era illuminata. Ma non ebbe dubbi: uno dei tre, il più alto, stava sfilando una pistola a canna lunga dallo zainetto che teneva a tracolla.
“Ma che cazzo sta facendo!” e nemmeno sentì la voce di Matilde che gli consigliava di non impicciarsi, che era solo una bravata fra ragazzi.
Si mise a correre nella direzione dei giovani.
“Sta fermo…metti giù!” gridava rivolgendosi a Bingo, che drizzava la canna dell’Oklahoma ad aria compressa, innocua, vicino al naso di Altin.
Bingo si voltò, si girò. Altin fu veloce a bloccargli il polso, cercando di disarmarlo. Giulio affiancò Bingo, aiutando l’albanese a far cadere l’arma dalla mano di quel ragazzo. Gli altri due parevano terrorizzati da un esito imprevisto. E invece il più elegante si mise in mezzo, tirò fuori un coltello, venti centimetri di lama, e cercò di difendere Bingo o forse di colpire Altin o di spaventare quell’uomo, arrivato fra loro come una meteora.
Giulio sentì un bruciore al fianco destro, poi un calore forte e un dolore pungente che cresceva, che correva veloce come veloce scorreva ora il suo sangue e batteva il suo cuore e cresceva la paura. Un dolore impossibile. Provò nausea, intensa. Cadde a terra picchiando la tempia destra contro lo spigolo della panchina.

                                                                                           19-continua

Vicolo Canonichetta 18



Diciotto


Matilde imboccò vicolo Canonichetta a passo veloce. Davanti a lei, nessuno. Sulla sinistra notò, seduto, un accattone, un volto rovinato non nuovo da quelle parti. Camminati una trentina di passi nel vicolo, se si fosse girata, avrebbe riconosciuto la sua alunna Sofia, insieme al giovane albanese. Camminavano mano nella mano, in silenzio. Ma non s’era voltata. Ormai c’era: restava la fine del vicolo, piazzetta San Lorenzo, piazza San Vittore, l’Arco Mera, infine corso Matteotti, sino al 45, numero dell’ufficio dell’avvocato Angelo Caravati. 
Intuì che qualcuno, alle spalle, correva nella sua direzione. Si girò. Riconobbe Giulio, affannato, a pochi metri da lei. Non ebbe il tempo di dire nulla.
"Ti devo parlare" e le afferrò la mano.
L’uomo aveva preso per vicolo Canonichetta ma avrebbe potuto scegliere altre strade per arrivare allo studio dell'avvocato. Almeno tre le alternative. Quando l'aveva riconosciuta s’era messo a correre.
Matilde non capiva. "E il lavoro?"
"Ti spiego...andiamo."
“Dove?”
“Ai giardini.”
***  
La prima cosa che Sofia si domandò, imboccando vicolo Canonichetta insieme ad Altin, riguardava il poveretto, che sedeva, schiena contro il muro. a mendicare: era un albanese anche lui? Ma fu subito distratta dalla donna che li precedeva. Ne era quasi convinta.
"Secondo me quella è la mia prof."
“Dici?”
“Forse. Dove andiamo?”
“Ai giardini?”
“Ai giardini” e la ragazza pensò subito a Bingo. Ai tempi del loro amore, dei pubblici giardini di Palazzo Estense sceglievano le prime panche: entravano dall’androne principale, qualche metro a calpestare i sassi dell’aia nobile e subito a destra, uno spazio con quattro panche e quattro aiuole ben curate. Non era zona di coppiette, che di quei giardini preferivano ambienti più riservati, panchine solitarie, zone in ombra, boschetti dalle parti di Villa Mirabello. Lì si sedevano soprattutto anziani o giovani madri con bimbi che avevano da poco imparato a camminare.
Con Bingo era stata anche felice. Mai quando diventava violento. Le aveva fatto scoprire il basket, il tifo, l'emozione di quello sport; ma era stato proprio al termine di una partita di pallacanestro che le aveva dimostrato per la prima volta la sua inaffidabilità. S'era scazzottato con alcuni coetanei di opposta tifoseria. S'era fatto spaccare il naso per un gioco. Era andato dietro agli altri come un automa, urlando e sbracciando. E lei aveva preso paura. Al Palazzetto non aveva voluto più mettere piede. Bingo aveva acquistato credito fra gli ultras, sempre meno nel suo cuore.
Ma ora c'era Altin.
A questo pensava, e intanto seguiva quella donna, raggiunta da un uomo; andavano più svelti di loro, era sempre più difficile capire se fosse o non fosse la sua professoressa di lettere.
Forse anche loro erano diretti ai Giardini Estensi. 

                                                                                                       18 - continua

mercoledì 12 dicembre 2012

Vicolo Canonichetta 17



Diciassette

All’orologio del campanile del Bernascone, settanta metri di pietre lanciate verso il cielo, suonavano le quindici e tre quarti. Ma Giulio non sentì i rintocchi. A quell’ora s’accorse che l’auto di Matilde non era parcheggiata davanti a casa. L’appartamento era vuoto. La chiamò al cellulare, che suonò libero, a lungo, poi la comunicazione fu interrotta. Riprovò, e ugualmente giungeva il segnale di libero e poi la conferma che sua moglie non voleva parlargli.
Chiamò la segreteria del liceo. Nessuno rispose. Il liceo era chiuso.
Si sentì perso.
Girava da un locale all’altro come una furia. Guardò anche nel suo cassetto, dentro la scatola dei condom: il biglietto non c’era più. Quel foglietto con scritto: “Ti aspetto alle diciotto, bar Leoni. Ti amo. Lucia” era sparito. Matilde aveva scoperto il tradimento.
E allora pensò subito all’avvocato, perché al Caravati sua moglie faceva spesso riferimento come ad un approdo inevitabile; era una minaccia incombente.
Si tranquillizzò. Chiamò la segretaria del Caravati, controllando il tono della voce.
La donna al telefono, prima gentile, poi meno disponibile al dialogo, gli aveva fatto capire che non era tenuta a render pubblici gli orari di appuntamento.
“Sono suo marito.”
“Non basta, mi spiace.” Ma dopo altre domande e risposte, aveva confermato: “L’avvocato ha un appuntamento alle sedici.”
Giulio le era andato incontro.
***    
In quel momento, suonavano le quindici e quarantacinque. Matilde sentì molto bene il rimbombo dei bronzi. Dopo essersi fermata a guardarsi nei cristalli delle vetrine e ad osservare la merce esposta, in quel momento, l’attimo dello scampanio, transitava a non più di duecento metri dalla base imponente del campanile della basilica della sua città. Quel campanile era uno dei simboli di Varese, un borgo ideale per viverci, con velleità turistiche che a fatica potevano però trovare riscontri nelle preziosità dell’arte. Il campanile e la vicina basilica restavano fra i monumenti più ragguardevoli, insieme ad un Palazzo ducale, a giardini pubblici e privati curati con gusto e rispetto. In periferia, poi, la sacra montagna, altre cime prealpine, i laghi, ma anche tanto traffico, pochi parcheggi e un eccessivo risveglio edilizio.
Non avrebbe comunque cambiato città. Era nata lì, i suoi genitori erano nati, vissuti e morti lì.
In piazza Giovine Italia scambiò due parole con una conoscente. Gli ultimi minuti prima delle sedici pensò di farli correre in là con una visita in basilica.
Non era sua abitudine. Non aveva ereditato la devozione da sua madre che entrava in chiesa tutti i giorni, percorreva metà della navata centrale con tre segni di croce, poi svoltava a destra, verso l’altare laterale con la statua della Madonna addolorata, ornata di stelle sopra il capo. Davanti alla Santa Vergine, in lacrime per la morte del Figlio, si inginocchiava, pregava e piangeva. Dopo la morte del marito poteva capitare che si recasse in basilica anche due volte nella stessa giornata.
Matilde intinse la punta delle dita nell’acquasantiera, l’acqua benedetta era fredda, si segnò, recitò un pateravegloria e si diresse verso la cappella dell’Addolorata. Si sforzò di pregare alla Madre, ma fu distratta dalle candele di plastica: le piccole luci artificiali tremavano, ma non erano fiammelle mosse dall’aria. Erano un altro inganno. Nell’uscire fu attratta da un quadro: ‘La Carità’ del Bianchi, opera seicentesca. La carità era una donna formosa, che allattava un neonato obeso. I seni erano scoperti ma la tela manteneva uno straordinario equilibrio di tinte e di forme, senza volgarità. Invidiò l’autore e anche quei seni di donna. 
Disegnò un altro segno di croce e fu di nuovo all’aperto. Si ricordò della rivista da comprare; calcolò che aveva il tempo di andare, a passo sveglio, all’edicola in fondo a via Como
***  
Alle quindici e quarantacinque in quel giovedì pomeriggio, Altin aveva da poco spento la moto. L’aveva lasciata dalle parti di via Speri della Chiesa Jemoli. I varesini avevano dedicato al loro massimo poeta dialettale una viuzza del centro città, con pochi negozi e troppe auto. S’era incamminato, Altin, di fianco a Sofia.
La ragazza era delusa, ma aveva bisogno di lui. Il pensiero che quella delusione potesse risvegliarla dal sogno di un amore speciale la infastidiva. Ci aveva provato perché tutti i ragazzi ci provano. 
Il silenzio prolungato fra i due resisteva. Le scuse di lui non arrivavano. Arrivò invece un “Dove mi porti?” che alle orecchie di Sofia parve una presa in giro. Aveva già dimenticato tutto? S’era già protetto dietro uno scudo di allegria? Ma forse aveva ragione lui. Ci aveva solo provato. Intanto pensava e stava zitta.
“Ho detto a te…” e poi si mise a fare il cretino, rendendosi ridicolo con frasi stupide.
“Finiscila!”
Altin tacque. Aveva sbagliato ancora. Proprio non la capiva. Era troppo complicata. Arrivò allora altro silenzio e quindi la mano di Sofia, che cercò quella di Altin.
“Camminiamo un po’” disse la ragazza.
Non presero per corso Matteotti. Da via Veratti svoltarono in via Broggi. Guardandosi i piedi, Sofia vide il modificarsi del selciato: la piazza Carducci era a piccole mattonelle di porfido rossastro. Scelsero poi di entrare in via San Martino, una delle più eleganti della città: negozi, boutique e un pavimento di lastroni grigi, separati al centro da un fondo di pietre tonde, simili a quelle della rizzàda del Sacro Monte.
Per strada girovagavano molti ragazzi, allegri come ogni ragazzo quando muore maggio e la scuola si prepara per le ferie. A meno che non s’avvicini il tempo degli esami. Come per Sofia.
***  
Oreste detto Bingo prese al volo l’autobus. Era partito in orario: quindici e quarantacinque. Sarebbe arrivato nel centro di Varese mezz’ora dopo.
Bingo aveva diciannove anni, frequentava la terza c al liceo ‘Cairoli’. Era compagno di classe di Sofia. Ma Sofia, per lui, era stata molto più di una vicina di banco. Erano andati insieme due anni e tre mesi. Era, Sofia, il suo vanto con gli amici, ma prima ancora era la sua ragazza. E anche dopo che l’aveva mollato, e poi s’era messa con Altin, restava la sua tipa. Benché lei l’avesse mandato al diavolo, prima con garbo, poi con villania. Una ragazza che non accettava padroni, fossero fighetti o truzzi di periferia.
Bingo s’era messo in mente di parlarle. Una volta ancora. E se ci fosse stato Altin, se li avesse trovati insieme in centro, allora aveva in mente altro. Così era andato in soffitta e aveva preso un paio di oggetti che erano appartenuti a suo padre, quando suo padre frequentava il suo stesso liceo, agli inizi degli anni Settanta. Uno zainetto militare, di forma quadrata, quaranta per quaranta, con lunga cinghia per reggerlo sulla spalla, e una pistola ad aria compressa, una Oklahoma dalla canna lunga. Ogni tanto la chiedeva in prestito al padre (‘Prendi, ma non uscire di casa con quella!’), ci metteva dentro piccoli proiettili in gomma e si divertiva a sparare a bersagli fissi. Ma ci provava anche con qualche passero, infastidiva i gatti e minacciava sua sorella.
Se avesse incrociato Altin, l’idea era di farlo crepare di paura. Un albanese altro non meritava. E un albanese non poteva permettersi di fregargli la ragazza, anche se aveva due anni in più e spalle da culturista. Con lui ci sarebbero stati due amici. L’appuntamento era fissato per le sedici e trenta, sotto il campanile. Li avrebbero cercati.

                                                                                                        17-continua