venerdì 4 gennaio 2013

Cicale al carbonio 18



                                         diciotto


Beatrice sedeva sul divano. Un divano che aveva un odore di casa estranea. Prese il telecomando. Accese. Rai Tre. Giro d’Italia.
Lui aveva riposto i calici sopra un tavolino e s’era seduto al suo fianco. Era sudato, un sorriso imbarazzato.
Una sola cosa si augurò: che lui non chiedesse scusa.

***  

“E per fortuna che era Togni il più spericolato in discesa.”
“Se tanto mi dà tanto, oggi Marchi si sta rivelando un campione anche quando la velocità si impenna.”
“Settanta all’ora, signori. Giù dal passo del Mortirolo, verso il fondo della Val Camonica, Marchi rischia il tutto per tutto.”
“Ma la Maglia Rosa non molla. Togni perde qualche secondo ma è come se volesse calcolare i rischi, tenere Marchi sotto tiro, illuderlo, farlo sfogare. O farlo rischiare troppo.”
“Anche perché occorre ricordare ai nostri telespettatori che il traguardo è ancora lontano, ci saranno altri chilometri in salita, sino al passo dell’Aprica.”
“Salita non impossibile ma al termine di una tappa infernale, caldo asfissiante e la Cima Coppi, su al Passo dello Stelvio.”
“Dove osano le aquile avrebbe commentato il grande Adriano De Zan, il maestro di tutti noi telecronisti che amiamo il ciclismo.”

***   

Beatrice guardava le immagini e non provava rimorso. Indifferenza, e rabbia per un’attesa incompiuta.
Aveva già tradito.
Nel teleschermo, più che i corridori in discesa dal Mortirolo studiava in trasparenza il suo volto, una macchia scialba. Suo marito era lontano, l’assente nei momenti necessari.
Lui taceva.
Lei cominciò a riabbottonarsi la camicia ma non ci riusciva. Tremava, le dispiaceva tornare indietro, era ferita e confusa, persa in un dormiveglia dal quale non voleva svegliarsi.

*** 

“Dunque, aggiorniamo i distacchi. Marco Marchi, capitano della Toshibas Bike, ha raggiunto proprio ora il fondovalle.”
“E allora facciamo partire il cronometro, vediamo il vantaggio.”
“Ho l’impressione che la Maglia Rosa abbia perso ancora, più dei trenta secondi di due chilometri fa.”
“Impressione corretta….venti secondi e ancora non si vedono….”
“Incredibile! Chi l’avrebbe detto, Marchi che recupera in discesa, sul terreno favorevole al bergamasco.”
“Eccoli, il gruppetto che comprende la Maglia Rosa arriva e sono quarantacinque, sì, quarantacinque i secondi di vantaggio del veneto.”
“La domanda è presto fatta: Li manterrà? Li incrementerà? Li perderà?”
“Domanda da un milione di euro.”
“Staremo a vedere.”

*** 

Lui la distese sul divano, lentamente, e lei si lasciò scivolare sotto di lui. Le prese il telecomando, spense la tele e lei disse: “No. Lascia acceso.”
La spogliò e si spogliò.
Lei gli strinse la testa e guidò i suoi baci dove desiderava. Alzò una gamba sullo schienale, l’altra pendeva a terra, il tallone sfiorava un tappeto a pelo lungo.
La spinse più in su, le porse un cuscino che sistemò sotto la nuca.
Ad occhi chiusi lei si voltò verso la tele, allungò il braccio a sfiorare il tappeto.

*** 

“Pochi chilometri di pianura è già il vantaggio di Marchi s’è ridotto a venti secondi.”
“Inevitabile…lotta ìmpari….uno contro dieci.”
“Bisognerà aspettare le pendenze dell’Aprica.”
“E ho l’impressione che il veronese giù dal Mortirolo abbia speso di più, molto più di Beppe Togni, o no?”
“Difficile dirlo. Comunque vada, questo è spettacolo vero. Un Giro d’Italia in bilico sino all’ultima tappa, una lotta a due, a tre che non si risolve, che tiene incollato per ore ai televisori il nostro pubblico.”
“Senza contare i tifosi lungo il percorso. Impressionante. Camper, roulotte, tende, gente a piedi e in bicicletta, pur di esserci.”
“Anche se qui dobbiamo rinnovare l’appello più volte lanciato dai nostri microfoni: non spingete i corridori. Ormai resta la tappa di domani ma ci saranno altre salite, e saranno quelle che decreteranno la classifica finale. Sul Cuvignone e sul Campo dei Fiori, lo ripetiamo sino alla noia: non spingete, fate solo il male dei vostri campioni.”   

*** 

Tastando il pelo del tappeto trovò la scatola che cercava, schiacciò i tasti a caso, il volume si alzò, s’abbassò, cambiarono i canali. Il video s’annerì.
Lui le baciava la fronte, lei cercò le sue labbra.
Lui si fermò. Lei trattenne il respiro; gli accarezzò la schiena, le dita sudate, la schiena sudata, scese e guidò con le mani la sua lenta ripresa. Movimenti circolari, in crescendo, veloci e profondi, come il respiro.
“Aspetta” disse lui. L’accompagnò. Lei si lasciò cadere sul tappeto. Chiuse gli occhi. Il pelo lungo era morbido, allontanò una scarpa che le feriva la schiena. Attese coprendosi i seni con le braccia conserte.
“Vieni”
Sentì le mani di lui cercare le sue, invitarla a salire sopra il divano. Aprì gli occhi. Sedeva con le gambe distese, la aiutava a sedersi sopra di lui, che ora risaliva piegando le gambe e lei spingeva con le ginocchia contro i cuscini.
Lui allargò le braccia, la testa abbandonata nel vuoto, chiusi i suoi occhi colore del cielo.
Lei si ancorò al collo. Il tempo era assente.
“Non ora.” Lui s’alzò e la prese per mano. Andò verso una porta accostata, l’aprì con la spalla, pochi passi ed un letto. Le lenzuola erano accartocciate, odore di chiuso, penombra. Si sdraiarono. Le sue gambe aperte pendevano dalla sponda del letto.
“Saliamo” gli disse, ma lui non capiva. Veloce e violento. “Saliamo” e lui si quietò ma era appena una sosta. “Saliamo, saliamo…” ma la richiesta si spense, come si spegne il buio quando il fuoco s’accende.
      
***

Marco aveva rischiato tutto in discesa. Un paio di frenate brusche, uno scodinzolo della ruota posteriore, s’era visto a mangiare l’asfalto o come un sasso lanciato nel burrone ma pigiava sulle pedivelle come un ossesso. Contava solo la vittoria: era il primo comandamento del suo mestiere. In pianura il gruppetto degli inseguitori gli avevano rosicchiato quasi tutto il vantaggio. A Edolo era quasi certo di mollare, impossibile sperare di mantenere anche dieci secondi di vantaggio. Piazzata al centro di una rotonda, una ragazza gli aveva urlato in faccia tutta la sua ammirazione e così aveva deciso di andare avanti. E se lo riprendevano, non avrebbe mai vinto in volata. Poi era ritornata la salita, pendenza minima ma costante verso il passo dell’Aprica. Infine era arrivato il triangolo rosso dell’ultimo chilometro, che penzolava sotto una volta di plastica gonfiata. Non doveva voltarsi. Li aveva dietro, pochi metri, lo braccavano ma se si fosse girato, se avesse visto il luccichio di quelle bici nel sole, avrebbe perso. Doveva solo pedalare. Un gesto facile, alla portata di un bimbo. E pedalava con la bocca aperta, con le mani che strozzavano il collo del manubrio. Avrebbe bevuto tutta l’acqua dell’universo. Era cotto dal sole e dalla fatica. Ma pedalava e pedalò immaginandosi ombre di sorpassi che non arrivavano e non arrivarono mai.

***      

Beatrice era sotto la doccia. Si lavava e si accarezzava. Tanta acqua nei capelli, ruscelli giù a seguire le onde del suo corpo. Non si sentiva ferita. Sopra di lei scivolava solo acqua, non sangue. Vide la sua immagine oltre la porta di vetro smerigliato. Lui bussò. Lei aprì.
“Posso?”
“Vieni.”
La sua schiena sentì il freddo della parete di piastrelle bianche, con disegni di fiori: per lasciargli il posto sotto quella pioggia tiepida.
“No no…insieme.”
Si avvicinò, rischiò di cadere sopra chiazze di bagnoschiuma, lui la trattenne. L’acqua pioveva nel mezzo, rimbalzava. Baci di acqua e di shampo. E quel piede, infilato fra i suoi, che spingeva a destra e a sinistra. Era facile lasciarsi guidare nel gesto dal bagnoschiuma, scivolare nelle piccole bolle colorate sul fondo della doccia.

                                                                                     18-continua 

giovedì 3 gennaio 2013

Cicale al carbonio 17



                                      diciassette


Avvenne quanto aveva sperato e sognato per più di una notte.
Quando lui, alle sue spalle, la fasciò con la cintura delle braccia e se la strinse contro, Beatrice chiuse gli occhi. Solo il piacere: non pensare, non capire, non giudicarsi.
Lasciò che le sue mani salissero, che arrivassero ai seni, piccoli seni all’ombra della camicia. Che sbottonava con calma, all’inizio, ma il controllo moriva con il morire di Balla Linda. Sarebbe arrivata Un’avventura. La camicia s’apriva.
La prese alle spalle, la girò verso di sé. Balla Linda andava di sottofondo. Beatrice sentiva il suo respiro né quieto né folle. Perché quell’attesa? Che fa? Se ne va? Torna al frigo?
Voltò un poco il capo sulla destra, no, era lì: timoroso? Attendeva che si manifestasse a pieno la sua voglia? Che fosse lei a dover dire: ‘Perché l’ho fatto?’ A pentirsi, senza nemmeno poter accampare la scusa di non aver saputo resistere alla sua intraprendenza?
Non si mosse e lui tornò verso i fornelli, stappò il prosecco.
Finì Balla Linda e nell’attesa che arrivasse Un’avventura sentì il vino che sciabordava nel calice. Venne la canzone e subito lui si riavvicinò.
“Tieni” e le porse il suo calice.
Beatrice ora era meno felice. La sua indecisione le rendeva impossibile dimenticare chi stava tradendo. 
“Brindisi… a chi?” disse lui, avvicinando il calice.
“A chi...o a che cosa?”
Rimase sorpreso. “A noi”
“Lascia perdere” e si sedette sul divano. 
Avevano perso l’attimo. La magia s’era confusa fra le note di Battisti. Smarrita. Per sempre?

***  

Tutto quel caldo che trasudava dalla strada veniva direttamente dall’inferno, o dal centro di una terra infuocata e ostile. La gomma del copertone pareva incollarsi al suolo; il manto nuovo d’asfalto s’ammorbidiva al calore e liberava una bava di terra che aderiva alla ruota e rallentava la marcia. Un sudore acido gli feriva le guance e gocciolava sopra il manubrio. La fatica ovattava ogni cosa: i tifosi che berciavano, il dolore alle cosce, un senso di oppressione al torace. Marco respirava ma l’aria non entrava.
Solo. Stremati tutti i suoi uomini, solo con la sua ombra che si confondeva con il rivale di tutto quel Giro d’Italia. Nei tratti più duri saliva sui pedali, mani a cavalcioni sui freni e tirava il manubrio verso di sé, rabbioso. Avrebbe voluto sollevare la ruota anteriore da terra, far volare la bici, sbugiardare la forza di gravità che lo obbligava a strisciare come una serpe.
Fra Piazzu di Dentro e Piazzu dell’Acqua, dopo essersi guardato il groviglio delle sue vene sull’avambraccio, torrenti in piena, pensò che sarebbe stato impossibile faticare di più ma tentò la pazzia. Non cambiò rapporto, aumentò il ritmo restando col culo incollato al sellino. Chiuse gli occhi. Pensò a quanto sarebbe stata orgogliosa Beatrice. Soffriva lì, con lui, davanti alla tele.

“E’ partito.”
“Scatto secco di Marco Marchi, a tre chilometri dal passo del Mortirolo, spartiacque fra la Valtellina e la Val Camonica.”
“E Togni non reagisce.”
“Niente da fare, la Maglia Rosa è in crisi. In debito d’ossigeno.”
“E il vantaggio dell’uomo della Toshibas aumenta, saranno almeno venti, trenta metri a questo punto.”
“Il veneto l’aveva promesso, aveva anticipato che sarebbe partito qui e qui è stato, promessa mantenuta.”
“Togni ci prova a recuperare, ora sale sui pedali ma Marco Marchi ha tutta un’altra pedalata.”
“Ma che fatica, signori.”
“E che caldo. Non posso non ripetere la frase che mi regalò anni fa il grande Lance Armstrong –E voi telecronisti non dite che noi ci involiamo in salita. Noi in salita mordiamo l’asfalto-“

                                                                               17-continua
     
                                                      



















                                     





mercoledì 2 gennaio 2013

Cicale al carbonio 16



                                           sedici

Lui risiedeva a Cugliate Fabiasco. Una bella villa, con prato che s’allungava in un bosco di faggi e castani, in pendenza verso il monte Sette Termini. Una villa che aveva scelto Isa, sua moglie dopo un diploma, una laurea e svariati concorsi di bellezza: Miss Turismo, Miss Verbano, aspirante Miss Italia, eliminata quando erano rimaste in dodici. Isa s’era innamorato di quella bella casa, lui della zona, che aveva sempre frequentato sin da ragazzo, seguendo con la moto da cross i sentieri nel bosco e i prati a gobbe.
Il programma di Isa per quel giorno: parrucchiere, estetista e pranzo con un’amica, vecchia compagna di liceo, con la quale sarebbe andata, dopo averne raccolta un’altra che abitava a Gallarate, all’Ikea di Corsico. “Per cena arrivo, so che non hai problemi a riempire le tue giornate” e l’aveva baciato, come per dire: “Comunque ti curo.”
Abitava in una zona isolata del paese. Il suo prato confinava a nord con il bosco, con prati a sud e ad ovest e con il prato di un’altra villa ad est, il più delle volte disabitata. Il proprietario veniva di rado, un industriale milanese di mobili da giardino.
Quel giorno sarebbero stati soli, il milanese non c’era.
“Hai fame?”
“Cosa mi prepari?”
“Fammi aprire il frigo, pensavo di andare a mangiare una pizza a Marchirolo…qualcosa si trova…una piadina ti va?”
“Bene.”
“Prosciutto…formaggio…?”
“Fai tu...sempre bene.”
“Intanto se vuoi accendi lo stereo…i CD sono a destra, apri l’anta.”
Beatrice aprì e li fece passare. Le tremavano le mani. Scelse quasi subito, un cofanetto bianco, triplo Cd: Le Avventure di Lucio Battisti e Mogol. Non ebbe bisogno di leggere i titoli. Li conosceva a memoria. Scelse il CD 1 e andò subito alla numero cinque. Così partì Non è Francesca.
Lui non fece commenti sulla scelta. Disse solo: “Piadina con prosciutto crudo. Da bere guarda questo.” Aprì il frigo. “Prosecco di Valdobbiadene, fresco.”
Beatrice sorrise. Si perse seguendone il profilo. Capelli cortissimi per nascondere, evidenziandola, una stempiatura precoce. Naso importante ma in sintonia con un volto che forse lo faceva più vecchio, più interessante. Gli occhi chiari erano la sua luce. Di altezza superava suo marito di almeno una spanna. Era robusto ma senza una curva di adipe. Si immaginò fra quelle braccia.
Silenzio fra loro, ora. La canzone di Lucio Battisti, nessun altro rumore.
Beatrice si portò verso la libreria, per distrarsi. Non ricordava i titoli dei libri, era costretta a piccoli respiri per andare dietro al cuore. Ogni tanto un respiro più lungo, più profondo. Ma perché controllarsi? Perché cercare la quiete?
Una volta ancora lui aveva colto l’attimo. Ora stava alle sue spalle, la sfiorava ma ancora non la toccava.


***    
 

“Passaggio alla Cima Coppi” urlò Mauro, eccitato. “Primo Marco Marchi, della Toshibas Bike, stesso tempo per Luigi Zacchei e Gabriele Audisio, i suoi due gregari, che hanno spinto il loro capitano come due moto. Quarto Giuseppe Togni, del Team Fortex a dieci secondi, con lui Aldape e Sainz, a venti secondi Casavola. Dieci secondi il gap fra Marchi e Togni, che te ne pare?”
“Pochi, troppo pochi” disse Paride. “Però Marchi ha messo sull’avviso la Maglia Rosa. E soprattutto ho visto bene, molto bene, molto efficace la pedalata dei suoi due uomini, Zacchei e Audisio. Ottimo segno. Come i nostri telespettatori sanno, dipenderà da loro, soprattutto da loro se Marchi potrà tenere alta la velocità sul Mortirolo.”
“E da lì, se ne avrà” aggiunse Mauro “tentare la botta decisiva, per recuperare il minuto che lo separa da Togni.”
“La lepre di Albino, questa è una delle tante definizioni di Togni, dà l’impressione di controllare e certo recupererà in discesa. L’allungo di Marchi nell’ultimo chilometro della salita verso la Cima Coppi era dimostrativo: come dire, io ci sono, preparatevi al Mortirolo.”
“Su la mantellina” disse Mauro “ e adesso giù, verso Bormio e la Valtellina. Quaranta chilometri almeno di discesa e poi, a Mazzo, svolta a sinistra verso il Mortirolo.”
“Discesa molto impegnativa dallo Stelvio a Bormio” spiegò Paride, “quindi strada ampia e senza difficoltà per i corridori, che avranno modo di riprendere fiato prima della penultima asperità della giornata.”

Alla quarta casa Cantoniera dello Stelvio, bivio per Santa Maria, Giuseppe Togni s’era già riportato sui primi.
A poche centinaia di metri dalla terza Cantoniera aveva superato Marchi, mostrandogli culo, schiena e due cosce da mettere paura.
Ripensando allo scatto prima della cima Coppi, Marchi pensò: ‘Benzina sprecata’.         
 

                                                                                   16-continua                                



                                 








martedì 1 gennaio 2013

Cicale al carbonio 15



                                        quindici


Il campanile del Bernascone battè i dodici colpi del mezzogiorno. Le campane stesero sulla città le note dell’Angelus.
Avevano cambiato panchina. Ne avevano scelta una meno in ombra, più esposti alla vista dei pochi varesini in giro a quell’ora.
Davanti a loro, seduti proprio al limitare nord del colle di Villa Mirabello, s’apriva il cortile in ghiaia dei Giardini Estensi, con la fontana, le aiuole di curatissimo prato all’inglese; più in lontananza il Palazzo Comunale, il colle di Biumo con il San Giorgio e le Ville Ponti. A chiudere l’orizzonte, le rocce del Monte Generoso.
“Ti amo…nessuno come te” continuava a ripetere lui.
Non erano vicini. Vedendoli, potevano sembrare amici, non amanti.
“Nemmeno mi conosci” disse Beatrice, guardando il volo pesante dei piccioni. “Non abbiamo fretta” e le parve, adesso, d’essere lei la più affidabile.
“Posso aspettare, basta…” e le si avvicinò.
“Basta?”
“Basta che sei sincera.”
Beatrice guardava una coppia, mano nella mano, a metà del cortile. Si sentiva il rumore dei loro passi, piedi che affondavano nella ghiaia.
“Non me l’hai ancora detto.”
“Che cosa?”
“Se mi ami.”
“Con te sto bene. Non so se è amore…l’amore….”
Silenzio, e la sua voglia di andare oltre: “L’amore?”
Si guardarono. Lei rise: “Ma che ne so cos’è.”
“L’amore non si sa, si gusta.”
A lei venne in mente ‘si lecca’.
“Si vive e basta.”
Ora i loro fianchi si toccavano. Lei guardava il getto della fontana. Il sole propiziava piccoli arcobaleni fra gli spruzzi d’acqua. Lo scopo era portarsela a letto? Se davvero era solo quello, almeno non l’aveva lasciato intendere. Non s’erano neppure baciati. Poteva essere una garanzia?
“Mi hai ribaltato la vita…”
Beatrice si gustò quella lusinga. “Esageri.”
“Non mi lasci in pace. Mai.”
“E perché dovrei?” Ora Beatrice si divertiva. E anche lui. Ridevano, scambiandosi battute da adolescenti. Finché lei non guardò l’orologio: “Devo andare. E’ tardi.”
S’era presentato Marco, all’improvviso, con tutta la sua fatica e le tante bugie che avrebbe dovuto intuire, al suo ritorno da un Giro d’Italia.
“E’ presto…mi stai regalando la felicità…non  sapevo che esistesse…” e la fissò negli occhi. Senza cedere.
“Aspetta..” e Beatrice frugò nella borsetta. Ne venne fuori un libricino quadrato, un piccolo catalogo della Thun. “Lo sapevo…lo stesso colore…hai gli occhi così” e gli mostrò la copertina, verde acqua, chiari, occhi trasparenti. Avrebbe voluto leggergli dentro, raccogliere la certezza che fosse sincero. “Belli…bellissimi i tuoi occhi.”
“Non come i tuoi.” Pareva una risposta preparata.
“Guardiamoli….vediamo chi ride prima.”
Risero insieme, dopo pochi secondi.
L’avrebbe abbracciato, spogliato. Avrebbe fatto l’amore con lui su quella panchina, soli nel cuore di Varese, sul balcone più in vista della città.
Un pensiero tremendo, tremendamente coinvolgente. Pensò che si stava perdendo. Pensò che era finito il momento di capire, che almeno una volta nella vita si poteva rischiare tutto, per raggiungere un grado superiore di piacere.
Se avesse aspettato anche solo qualche altro battito d’ali di colombo, probabilmente gli avrebbe detto di no. Ma lui fu pronto a cogliere il momento: “Passi da casa mia? Isa non c’è.”
Beatrice non disse nulla. Si alzò, gli raccolse la mano con delicatezza, lo invitò a mettersi in piedi. Presero la scalinata in discesa, si lasciarono bagnare dal vapor d’acqua della fontana, lui intinse la mano e le buttò addosso uno schizzo. Lei sorrise.

***  

L’ombra di Marco Marchi aveva le sembianze di Giuseppe Togni. Era Beppe Togni, il bergamasco che se ne stava comodamente a cavallo della sua scia; per lui era sufficiente tenerlo a ruota in salita e fare attenzione in discesa, evitando cadute.
Marco soffriva quella zavorra da dietro, un cappio al collo; per questo dopo ogni tornante dello Stelvio, dopo aver affrontato la curva sui pedali e dopo il ritorno sul sellino rallentava il ritmo, per vedere se Togni lo superava. Niente, e anche Casavola stava parcheggiato dietro la sua ruota. Ma Casavola probabilmente era cotto, dopo aver retto più del prevedibile i ritmi in salita, scanditi da lui e dal Togni.
‘Meglio’ pensò Marco, uno in meno, ma già lo sapeva che la lotta sarebbe stata con il tracagnotto burino della Val Seriana.
A tre chilometri dalla Cima Coppi, Marco si voltò: erano una decina. Come coltelli, le rampe dello Stelvio avevano tagliuzzato il gruppo, unito sin dopo Trafoi. Guardando verso valle, seguendo i tornanti ne vedeva i segmenti, due, tre, cinque, dieci corridori. Ancora alle prime curve ondeggiava lenta e pigra la frazione più corposa, quella dei velocisti;  a loro bastava raggiungere il traguardo della sera, rimanendo nel tempo massimo. La loro storia, in quel Giro d’Italia, l’avevano già scritta. A Marco mancava il finale.
Fra i dieci nel gruppetto di testa, anche i suoi gregari, Luigi Zacchei e Gabriele Audisio. Avevano rallentato per problemi meccanici alla bici e ora eccoli di nuovo con lui, davanti a lui: Zacchei, Audisio e Marchi, il terzetto della Toshibas Bike che affrontava come un solo atleta gli ultimi tre chilometri dello Stelvio.
La tempesta del giorno prima aveva lavato il cielo. Non una nuvola e il vento, per fortuna, era rimasto a riempire il catino della Valle Venosta. Il caldo era sopportabile, si respirava bene anche sopra i duemila.
I tifosi ce li aveva addosso. Sempre più vicini. Zacchei fendeva gli scalmanati, Audisio dietro e quindi lui, che seguiva a fatica i singhiozzi delle loro due schiene. Ricevette più di una spinta. Alle prime reagì con bestemmie e manate; alle molte che seguirono non fece più caso ma doveva fare attenzione che non lo buttassero a terra.
Tanto aveva deciso. La gamba girava, mio dio come girava, quindi –concordi anche i due gregari, in giornata di grazia- il tentativo sarebbe stato sul Mortirolo. Aspettare il Campo dei Fiori sarebbe stato troppo rischioso 

                                                                                   15-continua
 
 
                                                    





                                    










lunedì 31 dicembre 2012

Cicale al carbonio 14



                                     quattordici


Di mano in mano che Beatrice s’avvicinava alla fontana dei Giardini di Palazzo Estense, si convinceva che quell’uomo seduto sul bordo di pietra era lui. Arrivato in anticipo.
Il sole, alto, saliva oltre le punte dei pini che coprivano il colle di Villa Mirabello. La grande fontana era ai piedi della montagnola, il forte getto d’acqua era sputato dalla pompa per molti metri; ricadeva come pioggia leggera, allargandosi in uno zampillo che dilatava il suo diametro con minuscole gocce di vapor d’acqua.
Eccolo: casco in mezzo ai piedi, s’era tolto la giacca di pelle, camicia azzurra aperta sino a metà petto, maniche rimboccate, jeans, scarpe da tennis.
Si sentiva impotente, finita dentro una storia non sua, che seguiva da spettatrice. Ma era l’attrice.
Lui che certezze poteva offrile? Era davvero stata capace di far impazzire un uomo o lui era solo indispettito verso una moglie incapace di dargli un figlio?
Sceso dalla bicicletta Marco era un mediocre, ma lui chi era? Cosa voleva, arrivato come un ladro dopo cinque anni di matrimonio?
Camminava lentamente per tenere al riparo le domande, ma alla fine arrivò alla fontana.
“Ciao” e s’alzò, prendendo il casco fra le mani.
Era già un ciao di vittoria? Trattenne il suo, che uscì malamente, con una vocina poco spontanea.
“Andiamo su a Villa Mirabello?”
“Va bene…” Era deciso, persino troppo. Un uomo, e lei si stava comportando da ragazzina.
Si sedettero su una panchina, all’ombra, non lontani da una piccola costruzione; pareva un trullo di Alberobello, era l’ingresso di un rifugio antiaereo sotterraneo. I varesini di quelle parti correvano lì sotto durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i bombardieri americani impestavano il cielo della città e sganciavano bombe.
A intervalli regolari un trenino sferragliava a pochi metri dai lori piedi; i vagoncini erano occupati da un piccolo viaggiatore soltanto, due, tre al massimo; era una mattina feriale.
“Ti amo…ti amo…” ripeteva, e le accarezzava i capelli biondi, li pettinava dietro l’orecchio con le sue dita da pianista.
Beatrice non aveva parole adatte alle sue certezze.
“Sono sincero…fanne ciò che credi…”
“Isa?”
“Sospetta.”

***   
 
“E qui comincia il bello” disse Mauro a Paride e a milioni di telespettatori.
“Già” disse Paride. “Quando superi Trafoi e ti vedi davanti tutti quei tornanti, quel muro da scalare, ti passano i brividi per la schiena.”
“E tu, caro Paride, di brividi ne hai sentiti da queste parti” disse Mauro.
“Lo Stelvio mi ha sempre fatto paura. Ci sono arrivato quattro volte nei miei Giri d’Italia. Ti assicuro che ogni volta sono emozioni diverse ma la fatica è sempre quella, enorme. Uno sforzo immane.”
“Io posso solo descrivere la fatica degli altri, quella che ho letto sul volto degli atleti, stando comodamente seduto, bhè, neanche tanto comodo, per la verità, sulle moto della Rai. Posso intuire…del resto questo è uno sport per duri e non sono certo io il primo a scoprirlo. Ma facciamo il nostro lavoro. Andatura turistica lungo la Val Venosta, anche a causa del forte vento contrario e ora, un chilometro dopo Trafoi, il gruppo è ancora compatto.”
“Ricordiamo la situazione di classifica alla partenza da Bolzano” disse Paride. “Maglia Rosa sulle spalle di Giuseppe Togni, del Team Tortex, secondo Casavola a cinquantacinque secondi, terzo Marco Marchi della Toshibas Bike a un primo e due secondi, quarto Javier Saienz a due minuti e dieci secondi, quinto Moies Aldape a due e quindici.”
“Tutto è possibile” disse Mauro “ma restringerei la cerchia dei papabili al trionfo di Milano ai primi tre: Togni, Casavola e Marchi.”
“E se pensiamo alle tante salite ancora in calendario, direi solo Togni e Marchi.”
“In effetti Casavola regge ancora, grazie ad uno stato di forma a dir poco strepitoso, se si pensa alle sue caratteristiche.”
“Certo, perché Casavola è un passista che si sta scoprendo scalatore.”
“Mentre per Togni e Marchi nessuna sorpresa. Come da pronostico, sono lì a giocarsi la maglia sino all’ultimo chilometro.”
                                                                

                                                                                                  14-continua











                                  




domenica 30 dicembre 2012

Cicale al carbonio 13




                                        tredici


Beatrice era sola in casa. Inquieta. Gli aveva detto di no ma la sola cosa che desiderava era poter parlare con lui. Vederlo. Chiarire. Capire. E capirsi. E scopare. Forse.
Guardò l’orologio in sala: le dieci e tre minuti. S’avvicinò al telefono per chiamarlo. Stava perdendo il controllo.
Tornò indietro. Accese una sigaretta. Non s’era ancora seduta sul divano quando partì la suoneria del cellulare. Rispose.
“Dove sei?”
“In casa…che vuoi?”
“Vengo.”
“Dove?”
“Da te.”
“T’ho detto che sono in casa…”
“O da un’altra parte o vengo lì.”
Beatrice schiacciò la sigaretta nel posacenere. Il cilindro di tabacco, consumato meno della metà, si piegò; salì un filo di fumo, diritto ma poco più in alto impazziva. “Qui no.”
“Dimmi tu…”
“Stiamo sbagliando…cosa stiamo facendo?”
“Va bene Varese, ai Giardini?”
“Non ho chiuso occhio.”
“Nemmeno io…Sto rischiando un casino.”
“E io?”
“Ai Giardini, fra un’ora. Alle undici. O sei lì o vengo a casa.”
“Non mi aspettare…non posso.”
“Ciao…fra un’ora…alla fontana.”
“Ciao…” Beatrice attese qualche secondo. “Perché non chiudi?”
“Chiudi tu.”
“Tu.”
“No, prima tu” le disse.
“Tu, tu.”
“Tu.”

*** 

Da Merano si risale la Valle Venosta, fasciati dal vento. Un’ampia vallata che ti respinge, che pare benvolerti con  estese piantagioni di mele e di pere per poi soffiarti contro tutto il suo rifiuto, urlato dall’Austria. Come fossi uno straniero respinto. Il corso dell’Adige scivola da ovest ad est ad indicarti che sarebbe meglio tornare a Merano, a Bolzano e non proseguire per Lasa. Eppure tu vai, continui in salita leggera sino a Prato allo Stelvio, svolti a sinistra e ti lasci risucchiare dalla Trafoier Tal, bella nel canto del Suldenbach, un torrentello che schiaffeggia le rocce e solletica la ghiaia minuta del fondo.
E quieti si sale a Gomagoi. Si mutano acque e il Trafoierbach ti consiglia la strada per Trafoi. Sei protetto a sinistra dall’Ortlergruppe con il Grande Zebrù, quattro chilometri di ghiacci e di pietre. Ma se prosegui dopo Trafoi, qualche tornante ancora e poi svolti a destra e allunghi lo sguardo all’orizzonte, ecco là in cima la tua condanna. Vedrai alla sinistra del Trafoierbach boschi di pini, pascoli macchiati dal rosa dei rododendri e granito e neve e la cima del monte Scorluzzo. Ma per chi sfida lo Stelvio a cavallo di tubi in carbonio, pigiando il metallo e trasmettendo la rabbia a due ruote sottili, la vista deve andare alla destra del rio di Trafoi. Lì si incontra, lungo quanto dista da noi il paradiso, tutto il serpente d’asfalto che striscia sui prati, spire di tornanti aguzzi, di angoli acuti. E tu da lì devi passare, per forza, se vuoi meritarti la cima Garibaldi e lo Stilfer Joch, se punti alla Cima Coppi del Giro d’Italia, lassù, fra l’asfalto ed il cielo. 
                            
                                                                                                   13-continua


                                    

sabato 29 dicembre 2012

Cicale al carbonio 12

                                                                                    salita al Mortirolo



                                            dodici


Beatrice risalì in auto, poche centinaia di metri e si fermò a bordostrada.
Lo chiamò al cellulare.
“Ciao.”
“Ciao…allora?”
“Non ho dormito…Faccio pena…oggi non me la sento…”
Silenzio, rotto da un “Peccato” senza voglie.
“Non me l’aspettavo…non sino a questo punto.”
“Aspettavo, cosa?”
“Ieri sera…quello che mi hai detto…ma di che scelta stai parlando?” Quasi singhiozzava. “Volevo richiamarti subito…ho resistito…poi non ho chiuso occhio, non so nemmeno perché non ti ho chiamato prima.”
“Perché non ci vediamo?”
“Non ho voglia…ma di questa tua scelta mi devi parlare subito…”
“E perché? Tu fai la preziosa e io dovrei…”
“Non fare il cretino…non si scherza più, adesso. Io sto male.”
“Non ho mai scherzato…”
“Scusa.”
Un lungo silenzio. Beatrice piangeva.
“Non piangere…dimmi dove sei…”
“No…oggi no…” Voleva chiudere la comunicazione ma pretendeva la sua voce. Si trattenne. Attese.
“Mollo Isa. Voglio te.”

*** 

Marco era in sala massaggi. Guardando fuori dalla finestra, cercava conferme a quanto aveva già visto: bel tempo, sole per la tappa della verità.
“Allora, Marco, com’è?” chiese il massaggiatore.
“Lo capisco se salgo in sella.”
“Già..”
“Però le sensazioni non sono male.”
“E’ qualcosa” e manipolava il quadricipite femorale.
Ora era passato al polpaccio della gamba destra. Marco chiuse gli occhi, immaginò la giornata, dicevano che la Val Venosta sarebbe stata piena di vento contrario, soffiato in faccia al gruppo dal passo Resia e dal quel lago col campanile affogato, che portava sfiga.
Le alternative non erano molte: resistere in caso di attacco e cercare la botta sul Mortirolo, sperando che l’altro non recuperasse nella discesa sulla Val Camonica. Sarebbe rimasta sempre la salita verso l’Aprica, poca roba, pendenza minima. Doveva dimezzare lo svantaggio oggi, confidando poi nel Cuvignone e nel Campo dei Fiori.
“Dove pensi di fregarlo?”
“E dove, secondo te?”
“Non vorrai partire sullo Stelvio.”
“Stelvio?”
“Ti conviene stare a ruota…”
“A ruota ci starà lui, visto che ha la maglia.”
“Già…il Mortirolo sembra fatto apposta…”
“Per farsela nelle mutande.”
Il massaggiatore rise e passò alla gamba sinistra.
   

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