sabato 22 dicembre 2012

Cicale al carbonio 6



                                               sei

Il raggio di sole, un laser sputato dai cieli di Calabria, rimbalzò sulla catena della bicicletta e gli ferì gli occhi. La vista s'appannò. Marco Marchi, capitano della Toshibas Bike, virò l'eccitazione della partenza in rabbia. Asciugò con il dorso della mano gli occhi lacrimevoli. Ci vedeva doppio, triplo, macchie di nero, un abbaglio che rischiava di compromettere il delicato momento dell'avvio: cronometro a squadre, prima tappa del Giro d'Italia.
Calò la visiera del casco aerodinamico, come un cavaliere la celata. Fece scattare il blocco dello scarpino sul pedale destro. Tac, e tac si sentì alle sue spalle, ripetuto: i suoi compagni di squadra, nove, avevano ripetuto il gesto del loro capitano. Strinse ancora di una tacca il laccio del suo caschetto, si voltò, alzò il pugno verso il cielo, poteva essere un saluto ma soprattutto un augurio di buona gara ai colleghi di lavoro, strinse le mani sul manubrio.
Partì il conto alla rovescia: dieci, nove, otto...lo starter alzò la mano destra, dita distese, poi piegò il mignolo, l'anulare, il medio, l'indice, il pollice, e allora Marco inchiodò anche il piede sinistro alla bici e pigiò sui pedali.
Dal lungomare di Cropani partiva il suo Giro d'Italia. Marchi era tra i favoriti. Fuori dall'abitato, un paio di chilometri più a nord, lasciò che i compagni lo superassero e sfilò in coda al gruppetto, come pattuito. Una trentina i chilometri, sino a Crotone. Lì avrebbero dovuto meritarsi il miglior tempo, o il secondo, peggio no perché l'avevano accontentato potenziando la squadra, investendo denari nell'acquisto di un paio di professionisti del pedale, abili soprattutto nelle crono. Sentì sulla schiena anche il peso di quella responsabilità. Concentrato, non poteva permettersi di gustare il panorama. Avrebbe perso poco, non tanto se guardava a destra, dove lo Jonio blu cobalto farfugliava nella brezza di maggio, ma alla sua sinistra. I colli piatti che salivano verso la Sila Piccola erano spelacchiati, ulivi e poco più, tante zolle sterili, erba secca e le diverse tonalità della terra calabra. I boschi ordinati della Sila erano lontani, le zolle alitavano un fiato caldo, troppo caldo per essere maggio, e Marco veniva dal vento fresco del lago di Garda.
Tenevano i cinquanta di media, bocche spalancante per dare aria allo sforzo. Dalla coda appuntita del casco di Marchi spuntava, come un codino, l’antenna della radio; i gomiti erano appoggiati al manubrio, le mani, vicine, stringevano le corna, appendici utilizzate per le bici da crono; pareva in preghiera, con le mani giunte. Sul cannotto sotto il sellino brillava al sole una piccola bandiera italiana. Le schiene e i culi dei dieci uomini della Toshibas ondeggiavano all’unisono, come un mare appena mosso che correva verso il traguardo.    

***

Partì il collegamento televisivo, con la cronaca della prima tappa del Giro. I due telecronisti Rai non lasciavano parlare mai il silenzio. Più che altro montava la polemica sulla scelta di una crono a squadre, ad aprire il Giro d'Italia. Era una consuetudine del Tour de France.
Beatrice era in cucina, ospite nella bella villa dei suoi amici lavenesi. Sentì che la formazione della Toshibas Bike era in testa alla crono. Corse in sala. Sul lungomare di Crotone, della Toshibas arrivarono in otto, ma il tempo era preso sul settimo.

"Miglior tempo per la Toshibas Bike" commentò Paride, il commentatore tecnico, telecronista ex professionista.
"Meglio non poteva iniziare per Marco Marchi. Ha già rosicchiato venti secondi a Giuseppe Togni, addirittura quarantadue a Giacomo Casavola" disse Mauro, il dipendente Rai un po’ sovrappeso.
"Era previsto. La Toshibas oggi raccoglie i frutti dell'investimento."
"Ma siamo all'inizio del Giro, caro Paride."
"Certo, però chi bene inizia..." e quel però venne fuori con la erre alla francese.

Marco Marchi finì con il microfono sotto il mento.
Arrivò un messaggio al cellulare: Beatrice aspettava quell’assenso più della voce affaticata del marito, più intrigante di quel suo fiato lontano.    

                                                                                              6-continua

      
                                                                

















                                       








venerdì 21 dicembre 2012

Cicale al carbonio 5



                cinque

La camera era nella penombra. Marco s’alzò, aprì alla luce di un lampione altre righe della tapparella. Voleva vederla meglio.
Beatrice aveva preso sonno in pochi minuti. Lo capiva dal respiro. Un sonno leggero, premessa del sonno fondo.
S’era addormenta a pancia in giù, solo con la biancheria intima, a coprirla un lenzuolo di lino. Faceva caldo. 
Marco si mise sul fianco destro. Lentamente tolse il lenzuolo, lo fece scivolare a coprire solo i suoi piedi.
La desiderava. Sarebbe partito fra tre giorni, via dalla loro casa di Bardolino il tempo di un Giro d’Italia.
Pensò di svegliarla con tutta la delicatezza che credeva di possedere. Cominciò ad accarezzarla con tre dita, che scivolavano dai capelli al collo alla spalla alla schiena. Poi il ritorno, seguendo lo stesso percorso, di salite e discese e pianure. Come una tappa del Giro. Infilò le dita nei corti capelli biondi, li pettinò con lentezza.
Tratteneva il respiro, spiava il suo lieve ondeggiare.
Sganciò il fermaglio del reggiseno.
“Lascia”. S’era svegliata. Beatrice si spostò sul fianco sinistro. Ora la sua schiena era più in luce, tanti piccoli nei, peluria bionda e rada, quel reggiseno slacciato, incompiuto. Aveva piedi minuti: per vezzo si smaltava le unghie, usando un color rosa antico.
Si girò di nuovo, schiena al lenzuolo. Per un istante soltanto aprì gli occhi, li richiuse senza espressione e portò le sue braccia verso la testata del letto. La mano destra si nascose sotto la nuca, la sinistra rimase appesa al buio. Aveva belle dita, sottili, la fede e il piccolo brillante del fidanzamento, mani curate.
La poca luce sbiadiva i contorni. Le accarezzò la fronte, il naso affilato, le labbra, il mento.
Cercò ma lei, sveglia, spingeva la schiena contro il lenzuolo. Marco pensò di averne il diritto, si spazientì, perse tutto il piacere. Lo sopportava? Perché solo un po’ di stanchezza impediva che lei, facendo perno sui talloni, si sollevasse di poco verso il lampadario?
Non poteva pretendere nulla. Poteva se mai godersi quelle carezze e trattenerle sino al traguardo di Milano.
Ora s’era quietato e riprese a seguirne il profilo.
Beatrice mutò ancora il respiro. Ora era lungo e profondo. Inarcò la schiena, puntò i talloni sul fondo del letto.  
 
                                                       
                                                                                              5-continua














giovedì 20 dicembre 2012

Cicale al carbonio 4



                                                quattro


Sarebbe cambiato qualcosa? Chi può dirlo. La storia è mutevole come un treno perso, un passo in più, una porta che si apre ma poteva restare chiusa, e sarebbe stato meglio.  Probabilmente.
Beatrice si voltò, guardandosi alle spalle, quando la ruota posteriore della bici di Marco aveva già completato la curva a gomito, davanti all’Arco detto Porta del Rosario. Vide il luccichio del sole contro i raggi metallici, il rettilineo in pendenza che reca alla Via Sacra, in fondo il salto nel vuoto e la città nella piana. Ma non riconobbe chi pedalava. Aveva ancora nelle orecchie il colpo secco della portiera dell’auto, chiusa con rabbia e con gioia. Rintronava  d’eccitazione e di pentimento.

***  

Prima della stretta curva sulla sinistra, Marco aveva guardato verso l’acciottolato della Via Sacra ma non l’aveva vista. Auto posteggiate e pellegrini con il capo chino. Forse lei aveva già passato la Porta, stava nascosta dietro una colonna.
Dopo la curva a gomito arrivava un tratto in piano, nuova curva sulla destra e il muro, l’asfalto più duro della salita al Campo dei Fiori.
S’arrampicò sui pedali, raddrizzò la schiena, fece pressione sul manubrio. Accompagnava il giro rotondo delle gambe con strappi di braccia, per faticare meno. Più muscoli possibili, chiamata a raccolta contro la pendenza.
Faceva caldo. Scese seduto sulla sella. Gocce di sudore scivolavano lungo il crinale del naso, cadevano sul manubrio. Soffiò contro una goccia rimasta a penzolare sulla punta del naso; la goccia si spezzò e finì nel cono di luce del sole. Alla sua destra il ciglio della strada era verde d’erbe, grigio di pietra, giallo di ginestre selvatiche e di ranuncoli.

***

Beatrice fece il segno della croce, gesto convenzionale, per dire che era entrata sulla Via Sacra, rizzàda verso la Madonna del Monte. Davanti a lei quattro viandanti e, sullo sfondo, la Fuga in Egitto di Renato Guttuso, macchia di colore. Dietro le spalle l’ansia di quell’incontro la spintonava in su, verso la porta di Sant’Ambrogio, inizio dei Misteri Gloriosi.
Sapeva di sbagliare ma era certa di volerlo fare. Suo marito non avrebbe saputo niente, né lei sapeva cosa l’attendesse davvero, oltre la Terza Porta, al bivio che conduce al paese senza seguire l’acciottolato antico.

***

‘Sbarcare il lunario…sbarcare il lunario…’: pedalando, Marco ci pensava. L’espressione era venuta seguendo il filo di un ragionamento, partito dalla grande fatica di quel mestiere, ciclista professionista, e quando un lavoro pesa non si dice forse ‘sbarcare il lunario’? ma perché sbarcare? E che significa lunario?
Le domande durarono quattro pedalate. Non era giornata. Lo capiva subito come girava la gamba. Il tratto più duro della salita, quello, sino al ponte della funicolare, gli confermava una verità già intuita. Troppo sudore per quei quindici all’ora. Un mese più tardi, se la sua gamba avesse reagito così alla pendenza, avrebbe potuto perdersi tutto proprio su quella salita. Vide l’ombra di sé, copia incolore del suo dondolìo sui pedali, macchia che scivolava sulle rocce del ciglio della strada. Non era mattina per illudersi di superarla, quell’ombra ripetitiva.

***  

Alla Quinta Cappella del Sacro Monte di Varese, Beatrice aveva raggiunto due pellegrini col rosario fra le dita. Perché andava così di fretta? C’era tempo. Prima del Secondo Arco si fermò alla fontanella d’acqua non potabile. Pensò che anche a sciacquarsi la bocca, senza ingoiare, avrebbe potuto infettarsi. Si lavò solo le mani, rinfrescò i polsi, le braccia nude. S’accarezzò con un riguardo verso di sé  che la sorprese.

***  

Uno e settantotto per sessantatré chili, come Richard Virenque, il transalpino da imitare nelle imprese. Passista scalatore, un po’ alla Eddy Mercks ma con meno talento. Immenso il belga, monarca assoluto come Coppi e Bartali, eroi baciati dal fisico e dagli dei. E così Marco transitò sotto il ponte della funicolare; appena dopo l’arco sentì sferragliare il vagoncino bianco e verde. La salita spianava, il peggio era alle spalle. Ma sino all’Hotel Campo dei Fiori mancavano cinque chilometri almeno. E all’Hotel si sarebbe conclusa la penultima tappa del Giro d‘Italia. L’ultima capace di cambiare la classifica. Asciugandosi il sudore col guanto sditato pensò al dispiacere di un nuovo distacco. Un mese via da casa, il tempo di un Giro per lo Stivale. Ma presto tornò all’idea che lo stava determinando: questione di testa. L’anno prima il Giro l’aveva perso per quella debolezza. Da non ripetere.

***  

L’aveva conosciuto da qualche mese, amico dei suoi amici varesini. Beatrice non arrivava all’uno e sessanta, non pesava cinquanta chili, il seno era un assaggio. Capelli corti biondo naturale, occhi piccini e vivi; quando rideva, le labbra trasmettevano la loro bellezza a tutto il viso, dolce anche nella cattiveria.
Nonostante fosse leggera, lieve anche per ciò che la attendeva, faticò a risalire dalla Quarta alla Quinta Cappella. Non praticava sport, non camminava mai, e se ora s’era decisa a farlo era per la meta. Per meno non si sarebbe mossa da casa, rischiando la rizzàda e i pettegolezzi.

***   

Marco era già stanco al bivio fra il Sacro Monte e il Campo dei Fiori. ‘Accorcio?’ pensò. Si poteva ridurre l’allenamento, salendo al paese. Ma girò a sinistra, come l’allenamento imponeva, come la sua testa ora obbligava. Se avesse seguito l’altro ciclista avanti a lui, forse un pensionato che ancora si radeva i peli e mostrava una gamba lucida e soda, e avesse girato verso l’Albergo Colonne, li avrebbe incontrati. Ma lui andò a sinistra, non si fermò alla fontanella, vedendo il getto d’acqua sfilò la borraccia e si lavò il viso, poi il breve piano, la corta discesa e altra pendenza. Ora la carreggiata si riduceva, s’entrava nel bosco di robinie, di faggi e di castagni; sulla sommità, anche qualche abete. La salita ricordava tratti del Mortirolo, del Gavia o pendenze che aveva incontrato nel sud, sulla Sila Piccola.

***    
Sedevano su un tavolino all’aperto dell’Albergo Colonne. Beatrice e un uomo, elegante, sportivo nell’abito e nel fisico. Era un campione di motocross che continuava a gareggiare, nonostante due brutti infortuni. Beatrice guardava verso la stazione d’arrivo della funicolare. Sapeva che Marco non poteva arrivare da lì, ma come escluderlo in assoluto? Il timore le guastava l’attenzione, non riusciva a farsi prendere totalmente dalle sue labbra e dai suoi occhi.
“Hai ancora sete?”
“Mi basta” rispose Beatrice.
Lui fece camminare le dita della mano sulla tovaglia, poi le lasciò strisciare. S’avvicinava. Beatrice ritrasse la mano.
“Come mai siamo qua?”
La domanda di Beatrice rotolò verso valle, senza travolgere nulla.

***   

Ecco il punto. Lì Marco doveva scattare, quella l’ultima opportunità, a un chilometro dall’arrivo  Nel folto del bosco, dove l’asfalto vecchio lascia il posto a quello nuovo, dove un grande cartello marrone indica Campo dei Fiori – Comune di Varese, dove la pendenza aumenta, di poco ma aumenta. Al termine di una tappa come quella, con la doppia ascesa del Cuvignone, dopo il Brinzio e il Campo dei Fiori, ogni cambio di pendenza avrebbe fatto male.
Provò ad immedesimarsi, pensò a scattare, ci provò ma il solo stimolo dell’immaginazione non fu sufficiente a reggere il peso di uno sforzo a tutta.
S’alzò sui pedali, tenne sino alla prima curva sulla sinistra, qualche metro e poi la resa. Si risedette in sella.  
Non era mattina.
Diede un pugno al manubrio, si fermò, girò la bici verso valle. Aveva solo voglia di lasciarsi annegare nella doccia. 


                                                                                      4-continua            













mercoledì 19 dicembre 2012

Il racconto del mercoledì



Natale anno domini 2012

E devo ammettere che quel tipo aveva ragione.
Ma andiamo con ordine.
Imudapagarelievedolenziaalventrefrettaincombenteocchionervosonessunospazioallacomprensionepazienzaevaporata: avvolto da questo parolone mi avvicinai un giorno del 2012, non lontano dal Natale, ad un Servizio Clienti di un supermercato. Dovevo svolgere una pratica per me inutile ma necessaria alla famiglia, avevo davanti a me tre persone.  Dopodiché avevo altri tre impegni, tutti noiosi, prima di poter accedere ad uno spazio rilassante della giornata, condizionato però dal tempo: potevo starci dentro ma potevo anche non starci dentro. Dipendeva anche da quei tre davanti a me.
Le persone in questione erano in apparenza elettrizzate da nervosismo prenatalizio, avevano premura, la data si avvicinava. Lo si capiva al volo, ma più di tutto si annusava lo stress montante della signorina deputata a svolgere quella mansione. Pensai che era davvero una brutta mattina per lei, e questo pensiero mi fece capire che conservavo dell’umanità, sotto sotto. Ma non volli mantenermi buono e guardai con astio una signora, avrà avuto settant’anni, brutta nonostante i ritocchi, che pretendeva la massima sollecitudine per alcuni peluche che avrebbe dovuto regalare al nipotino: non arrivavano, nonostante le promesse.  E insisteva e la signorina al bancone manteneva la calma e spiegava che non dipendeva da lei, le consegne erano in ritardo, tutta la città attendeva i pupazzetti felpati, nessuno si aspettava una tale febbre, i produttori erano in ritardo con la merce. Che si mettesse il cuore in pace. ‘Guardi, per Natale quasi certamente arriverà.’ Ma la signora attempata tergiversava.
Guardai l’orologio per non strozzarla. Fischiettai per non farla affogare nelle mie male parole. Se ne andò. Ne avevo davanti altri due. Di quel passo non avrei potuto permettermi il mio relax di fine mattina. Eppure dovevo star lì, per evitare guai peggiori. La gente, dietro di me, spingeva carrelli vuoti e li rispingeva verso l’uscita per lo più con merce in esubero, cibarie e altro che smentivano le dicerie su una crisi ormai purulenta, che aveva infettato la nazione, il continente, il mondo. Forse la gente stava imbandendo l’ultimo banchetto, prima della carestia? Riposi la domanda e guardai davanti a me. Incredibilmente il giovane aveva già portato a termine il suo compito. Restava un signore di mezza età, né bello né brutto, né elegante né sciatto, un aspetto indolente e meditativo. Si voltò verso di me, il viso era reso simpatico da un sorriso sfumato, ma il suo dire me lo rese degno di sospetto: “Ha fretta? Vuole che le lasci il posto?” 
“Si figuri” risposi. “Faccia pure, ho tempo.” Mentìì anche perché quella sua inattesa gentilezza mi era parsa ironica. Avevo dunque scritto in faccia la mia ansia? Poi avvenne questo: squillò il telefono e la signorina dell’Assistenza Clienti dovette rispondere, intanto stava completando un lavoro in arretrato con un altro signore, cioè pinzava alcuni fogli indicando dove doveva firmare quel tizio che era arrivato non so da dove,  cioè, riassumendo, parlava al telefono con proprietà di linguaggio e coerenza, seguiva il signore nelle operazioni di firma e si rivolse al tipo di mezza età davanti a me, facendogli intendere che avrebbe potuto dar retta anche a lui. Quello si meravigliò di tanta efficienza, che costava però alla giovane donna un viso colorito e teso, occhi inquieti, tanta stanchezza: ed erano le nove del mattino.
L’uomo davanti a me mi guardò, come per dire: ‘Tutto ciò è disumano.’ Attese che la signorina finisse la telefonata e raccogliesse tutte le firme (consenso ad utilizzare i dati, due firme per questo e tre per quell’altro) poi favorì l’incontro dello sguardo della donna con il suo e le disse, cortese: ‘Ma lo sa che lei ha degli occhi stupendi.’
Sentìì distintamente quel complimento, così sincero, così corrispondente al vero. Semplice e natalizio. Nel mentre notai un vociare d’allarme: un grasso Babbo Natale di polistirolo che pendeva dal soffitto si era staccato e volteggiava verso terra. Andò a finire sulla testa dell’antipatica signora settantenne, che si era fermata a parlare con una coetanea.
“Non è nulla” disse il signore cortese alla bella signorina. “Il polistirolo è leggero…non si preoccupi…mi regali ancora un poco i suoi occhi.”

martedì 18 dicembre 2012

Cicale al carbonio 3



                                                     tre


Marco era stato invitato al vernissage di una mostra dedicata al ciclismo. L’arrivo di una tappa del Giro d’Italia a Varese aveva propiziato eventi di diversa natura, anche quell’esposizione di foto, dipinti e sculture.
Lui era di Lazise, maritato a Bardolino, ma s’era spostato con la moglie in casa di amici per studiare passo passo alcune salite, inserite nella penultima tappa del Giro. Alla mostra era andato volentieri, in giacca e cravatta, per dimostrare che i ciclisti di mestiere non erano tutti del tipo ‘Mamma, ciao, sono arrivato uno’.
Marco non era pratico né di fotografie né di quadri né di sculture ma aveva pensato che si poteva anche stare zitti, caso mai non sbilanciarsi e dire proprio due parole, se richieste. Entrarono: le attenzioni andarono subito, come un punteruolo, su di lui, il campione atteso al varco. Applausi, strette di mano, foto, presentazioni, discorsi.
“In questa fotografia di Fausto Coppi, il campionissimo” disse ad un certo punto uno dei relatori, un critico che non si sarebbe detto un critico perché era alto, magro, bello, capelli brizzolati e non calvo, senza occhiali spessi due dita e senza barbetta caprina, “l’autore ha colto la straordinaria bellezza della posizione di un ciclista, in cima ai pedali, aggrappato al manubrio, in salita, un arco superiore, la schiena incurvata dell’atleta, che va a congiungersi con l’arco inferiore delle ruote….quasi un cerchio…la magrezza delle gambe, dei muscoli tesi e la magrezza del metallo….una bellezza erotica.”
Marco ebbe paura che chiedessero un suo parere,  ma agli organizzatori bastò la sua presenza.

                                                                                                       3-continua
                                               


lunedì 17 dicembre 2012

Cicale al carbonio 2



                                              due


Beatrice era sola in casa. Lei e il cellulare che non suonava e non grattava messaggi. Muto e immobile. Beatrice era quell’attesa. Come immaginare che avrebbe potuto stare così, solo per un sms? Un sì o un no? L’inizio di una complicità? Perché a Marco, in ogni caso, non avrebbe detto niente. Tanto Marco andava in bicicletta, tutto il giorno, oltre le otto ore di ogni lavoratore. In bici: con le gambe e con la testa. Se non pedalava, parlava e pensava a due ruote.
Stava nascendo un segreto di infedeltà?
‘Suona….suona…’ e le dita si incrociavano in abbracci nervosi. Si alzò, girò per casa col cellulare in mano. Guardò. Nessun segnale, nessuna freccia. Gestiva a fatica un nervosismo che arrivava da centri di emozione a lei sconosciuti. Lui aveva insistito, lei aveva consigliato il luogo, lui ora doveva dare la conferma.
Beatrice era ospite in casa di amici, a Laveno Mombello, sul lago Maggiore. Andò in cucina, dal frigo tirò fuori il cartone del latte, un bicchiere dallo scolapiatti, tre centimetri di latte nel bicchiere, tornò in sala, si sedette, bicchiere nella destra e cellulare nella sinistra. Cercava di giustificare quegli eccessi d’ansia.
Un piccolo sorso per saggiare la temperatura del latte, un altro assaggio, poi tutto d’un fiato quel che restava nel bicchiere. Appoggiò il cellulare su un tavolino con il piano di cristallo, lo fissò ipnotizzata.
Nel silenzio partì come uno scoppio il crepitìo del messaggio. Il cellulare vibrava e girava sopra il cristallo, saltelli radenti e felici. Il piano faceva rimbombare la chiamata. Lo prese, schiacciò, sbagliò la successione dei tasti. Lesse il contenuto: Benissimo. Domani. Ciao.
Si specchiò nel tavolino.
Sorrise.
                                                                                                            2-continua 

domenica 16 dicembre 2012

Cicale al carbonio 1


Ho scritto e pubblicato il racconto lungo CICALE AL CARBONIO nel 2008, volevo mettere per iscritto le mie competenze in ambito ciclistico, il mio amore per la bici e la mia passione per l'amore. Volevo anche rendere omaggio a Varese, che quell'anno ospitava i Campionati Mondiali di ciclismo su strada. A quattro anni di distanza ripropongo qui quel racconto, sperando di fare cosa gradita.


                                                         
         uno


Il sangue le friggeva nel cervello. Beatrice partì come un proiettile: “Senti, prendi quella bici e buttala nel lago. E poi vacci dietro.”
“Ma che ti ha preso?” disse Marco, seduto, senza togliersi La Gazzetta dello Sport dagli occhi.
Lei gli strappò il giornale dalla faccia: “E almeno guardami.”
“Ti guardo, ti guardo…”
“Ami solo quel pezzo di ferro.”
“Esageri.” Ma era vero. Marco capì che non era il momento di barare, sua moglie era imbizzarrita. E mentre pensava alla complessità dell’esistenza, ed era scocciato perché prima della discussione aveva appetito e adesso sentiva lievitare la nausea, lei cominciò a piangere: “Al diavolo te e il tuo mestiere.”
“Sei stressata.”
“Crepa.”


                                                                                        1-continua