Un po' mi accontento. E quindi godo. Così così? Non so, ma in genere mi basta. Accontentarsi (gesto necessario, direi vitale) significa elevare a potenza la propria mediocrità, rendendola sublime. In genere. Perché a volte non mi accontento, e allora assaggio, metto il mio lungo naso nei territori dell'ansia da prestazione, dell'invidia, della gioia esaltata, vertiginosa e della depressione profonda. Non accontentarsi è necessario, di tanto in tanto. Purché ci si accontenti di non accontentarsi oltre misura. Vivo perciò nel precario equilibrio degli opposti.
venerdì 7 gennaio 2011
giovedì 6 gennaio 2011
Shalom
I cari amici Carla e Paolo, di ritorno dalla Palestina, ci hanno portato questo saluto ebraico, Shalom, la pace sia con te. E' il nome della Comunità giovanile che ci ha aiutato a crescere, che ci ha messo dentro quanto meno il fondato sospetto che ci possa essere Dio e una speranza d'Eternità. E' il mio saluto di pace in questo giorno dell'Epifania, manifestazione del Mistero di Dio. Ho fatto camminare i Magi del mio presepe, sono arrivati alla grotta. Un gesto che i più considereranno ridicolo e infantile. Ma per fortuna ho imparato, in 54 anni, che forse vale più il segno meno.
mercoledì 5 gennaio 2011
Dan sempreverde
Una sola cosa mi dispiace della vicenda del mitico Dan Peterson, chiamato ad allenare il basket di Milano a 75 anni: ha tolto il posto ad un giovane. Ma per il resto, tanto di cappello a Dan, che dimostra un entusiasmo e una vitalità sorprendenti. Un monito a chi a 55 anni comincia a pensare insistentemente alla pensione, a chi a 60 vaga per i giardinetti trascinato da un cane al guinzaglio, con la sola, malinconica prospettiva di un'attesa finale. "Non potevo dire di no ad una simile offerta" dice Dan, una proposta FE-NO-ME-NA-LE (avrebbe sillabato il coach), aggiungendo "Mamma, butta la pasta!" altra sua celebre battuta. Dan ha ancora appetito.
L'amico Apalotòn
Bella serata ieri da noi con l'amico padre Mauro Serragli (foto), missionario Comboniano da trent'anni in Uganda. Quando era in Karamoja lo chiamavano Apalotòn (cioè padrone del toro grande come un elefante), e padre Mauro è un grande per memoria (da elefante), generosità e fede in un Dio, per il quale ha rischiato una vita fuori dal comune, lontano dall'Italia, dai suoi affetti, dalle nostre comodità. Ha messo la sua genialità al servizio dei fratelli d'Africa. Per me, un esempio.
martedì 4 gennaio 2011
Eclissi
Stamani, fra le 8 e le 9 circa, il sole è stato coperto sino ad un massimo del 65%, ma noi qui a Varese non abbiamo visto nulla, causa nubi. I giornali dicono che, persa questa occasione, dovremo attendere sino al 2026 per avere una eclissi così bella. Cioè quindici anni. Avrò allora 69 anni! Non avete mai pensato alla data della vostra morte? Non credo. Per fortuna di tipi come me ce ne sono pochi. Io ogni tanto ci penso, faccio quattro calcoli, diciamo che se vivo sino a 80 anni e passa dovremmo arrivare intorno al 2040. Più o meno. Quando ho queste idee balzane le allontano subito, dicendo saggiamente che sono calcoli ridicoli. Potrei anche non arrivare a sera, quindi...vivo giorno per giorno, ora per ora...però se nel 2026 sarà ancora nuvolo e mi perderò un'altra eclissi, e dovrò attendere altri 15 anni, bè, non so se.......
Il cammino dei Magi
Ho difficoltà a ricordare, non so se già da ragazzo avevo l'abitudine di far camminare i re Magi del presepe di casa, dopo Natale, affinché giungessero alla grotta in 6 gennaio. Di certo ho cominciato a farlo da sposato, poi con le bambine, in principio tre, poi due, poi una e ora sono rimasto solo a far camminare i Magi. Il Vangelo dice: "Alcuni Magi..." quindi non è detto che siano tre, come la tradizione indica. Il mio presepe, infatti, ne ha quattro (vedi foto). Sì, sono rimasto solo con loro: una preghiera, qualche centimetro di cammino verso la grotta e poi inizio il cammino della mia giornata. Verso l'Epifania, la manifestazione di un Mistero che continuo a considerare possibile.
Zio Bruno

Il 4 gennaio del 1978 moriva mio zio, l'architetto Bruno Ravasi (foto), ben noto a Varese per aver molto operato, lasciando segni della sua genialità. Uomo di grande statura morale, dal carattere roccioso e non certo malleabile, ha molto sofferto e probabilmente raccolto meno di quanto avrebbe meritato. Ma a distanza di tanti anni dalla sua morte molti lo ricordano, e fra questi il sottoscritto. E non solo perché è mio zio. Sono felice per un paio di ragioni. Qualche mese fa, grazie a Pino Terziroli, è rinato il Comitato Pro Restauri del Santo Stefano a Bizzozero, la chiesetta romanica che lo zio Bruno prese a cuore, difese, 'curò' insieme -fra gli altri- a mio fratello Guido. La seconda ragione: ho conosciuto Elisa, nipote di Bruno Ravasi, figlia di Giovanni, che ha ereditato dal nonno (e anche dal padre) genio creativo.
Ciao, zio.
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