martedì 22 gennaio 2013

Il racconto del mercoledì

                                                                     foto federico bonoldi


IL FALO’ DELLA VERITA’

Il borgomastro di una ricca città del nord s’era vestito pesante, di lana e di flanella, sciarpa e scarponcini col pelo e una simil colbacco alla russa; barbetta lunga di tre settimane, mentre si avvicinava alla grande catasta di legna stringeva nella mano destra una grossa torcia fiammeggiante, nella sinistra un biglietto. Era lì convenuto per l’accensione del tradizionale falò di Sant’Antonio, un’usanza di quel borgo che vedeva in cerchio intorno alla collinetta il sindaco o borgomastro (per dirla alla nordica), il prevosto e altri notabili della città, fra i quali si distinguevano il capo degli organizzatori della pira (un ometto tutto bianco di capelli, di sopracciglia e pallido come una luna smorta) e una signora in età, con un mantello color porpora, a capo della Famiglia (con la F maiuscola) che si prodigava per tenere vive le tradizioni del luogo. La stretta via che infilzava la piazzetta era satura di cittadini, vogliosi di presenziare alla festa.
Era usanza lanciare nel fuoco biglietti recanti desideri, per lo più amorosi, nella speranza che il santo arrivasse dove fallivano la buona volontà, il fascino e i quattrini. Anche il primo cittadino aveva il suo breve scritto ma non chiedeva mogli, amanti o una botta di vita. Essendo prossime le elezioni di quella regione, domandava senza giri di parole che vincesse la sua parte, impegnata da tempo a far valere le ragioni del settentrione. Nella sua mente si figurava il sud come un diavolo che tirava il nord verso il basso, dentro il fuoco dell’inferno; o ancor meglio come una sanguisuga, che succhiava sangue ossigenato dal vento delle Alpi, ingrassava ai danni di un esangue settentrione, costretto a lavorare il doppio per sovvenzionare pigri fratelli, adusi a lunghe sieste pomeridiane, svuotati nelle forze da qualche grado in più di calore nell’aria. Mentre intingeva la torcia fra le cassette di legno lasciò scivolare il biglietto lì accanto, in attesa che bruciasse tutto, senza lasciare traccia delle sue speranze politiche, solo qualche brandello di cenere svolazzante nella rigida notte del sedici gennaio.
Avvenne un fatto inatteso: la fiamma attaccò subito ma il biglietto, avvolto dal fuoco, scappò fuori come per timore di scottarsi, si ritrasse intatto, volò, perse quota e finì proprio davanti allo scarponcino peloso del primo cittadino. ‘La fiamma avrà propiziato uno sbuffo’ pensò e si inchinò per raccoglierlo.
“Si sente male?” chiese la signora ammantata di porpora.
“Mai stato così bene” rispose lui. “Una gran bella festa. E il fuoco prende che è una meraviglia.”
“Sant’Antoni dul purscèll… ghè da fidàss” disse la donna, nel dialetto del luogo.
Il sindaco rispose: “Già..l’è propri vera…” ma con la mente era al biglietto. Guardò. La prima facciata che lesse era la sua scrittura, tale e quale. Era già pronto per rilanciare il foglietto nel fuoco, quando notò che il retro non era intonso. Trasalì. Lesse.
‘Diavolo d’un borgomastro, cosa pretendi? Che un eremita egiziano quale sono stato io appoggi la tua secessione? O forse hai sbagliato Antonio, e pensi a quello da Padova, nato un millennio dopo di me? Certo, Padova farebbe comodo alle tue mire nordiste. Ma sappi che lui a Padova è solo morto, i suoi natali sono di Lisbona. Rispedisco dunque il tutto al mittente. E vota bene!’ 
Il sindaco traballò.
“Lei non la conta giusta. Stasera non mi piace. La cera non è buona. Torni a casa” disse premurosa la capessa della Famiglia.
“Sarà stato il vin brulè” disse il borgomastro, con il volto trasfigurato dalla gigantesca fiamma, che crepitava a pochi metri da lui.

domenica 20 gennaio 2013

Congelato

                                                                                   foto carlozanzi

La bella neve di oggi ha congelato il profumo del calicantus

sabato 19 gennaio 2013

Il braccialetto giallo


Alla fine del 2005 anch'io, come milioni di persone, tenevo al polso il braccialetto giallo di Lance Armstrong, il ciclista che proprio quell'estate aveva vinto il suo 7° Tour de France. Dopo poco tempo si è rotto. Ora si è 'rotto' anche Lance, infranto il suo mito, costruito sulle bugie. Sta ammettendo, anche se a pezzetti, con fatica e confusione. Dovrebbe essere più chiaro. Confessare tutto una volta per tutte. E ripartire alla grande. Ma so che non sarà affatto facile.

mercoledì 16 gennaio 2013

Open Day alla Vidoletti


Sabato 19 gennaio, dalle 10 in avanti, Open day alla Vidoletti, scuola media di via Manin 3, a Masnago.

in foto: le classiche magliette verdi Vidoletti, che fanno sempre bella figura negli eventi sportivi scolastici

martedì 15 gennaio 2013

Il racconto del mercoledì


Gennaio

Per chi arriva a Brinzio da Varese, se tiene sulla destra la chiesa e butta gli occhi sulla sinistra, oltre le poche, basse case del paese, non può fare a meno d’annegare nel verde. Estesi prati a balze, come un mare d’onde alte, si portano verso la scogliera che, nel caso di Brinzio, è fatta d’alberi, di boschi e infine di rocce, pietre sulla sommità del massiccio del Campo dei Fiori, visto nel suo versante nord. D’inverno il monte prealpino, per lunghi tratti del giorno, e senz’altro dal primissimo pomeriggio, nega al sole il gusto di indorare quello spreco d’erba. L’ombra scende lesta verso la chiesa, attardandosi a stendere il suo manto freddo sui boschi di fronte, che salgono ai Valicci.
Brinzio è fresca d’estate, fredda d’inverno. Se, a gennaio, in città piove, a Brinzio può nevicare. E se fiocca, su quei prati il tappeto di cristallo non si scioglie. Può resistere mesi, sin dopo febbraio. I residenti ne hanno fatto tesoro, hanno risolto a loro favore i lamenti dei freddolosi regalando una pista per lo sci da fondo agli amanti dei legni sottili. Se nevica, naturalmente. Perché la fiocca sa essere molto ricercata. Così è stato per una decina d’anni. Poi ci ha ripensato ed è tornata ad imbiancare i prati. Questa storia, che è poi la storia di tutti, è stata scritta da un anziano sciatore proprio il primo anno di fiocca, dopo tutto quel digiuno. Scritta con la vita. Per parte nostra ci abbiamo aggiunto solo il piacere di raccontarla.

***

Aveva gustato tutto quel candido ben di Dio dalla finestra al primo piano della sua casa di Brinzio. Ore ed ore ed ore di neve bella, soda, con poca acqua e molto ghiaccio, quieta e poi a tratti in sfarfallìo, rimestata dal vento.
Aveva atteso un giorno e una notte. E anche qualche ora al mattino, perché aveva imparato a pazientare. Aveva portato pazienza, ormai, ottantun anni. Aveva atteso che il piccolo gatto delle nevi gli spianasse la via, sui prati della pista da fondo. Non aveva voglia di regalare alla neve, sebbene tanto attesa, quelle energie per farsi da solo i binari necessari alla sua sciata, in perfetta, consolidata tecnica classica, cioè alternata, destra, sinistra, avanti indietro in parallelo, con le braccia a muoversi in sincronia con le gambe, movimento lungo, senza strappi, sfruttando al meglio la scarligàda.  Né s’era preoccupato di preparare per tempo gli attrezzi, sciolinandoli: una preparazione cavillosa e, non di rado, inefficace. S’era lasciato convincere a comprare sci di nuova generazione, già belli e pronti, una spruzzata poco prima di partire e via, tant l’è istèss, stessa cosa, gira e rigira. Se non meglio. Aveva comprato quegli sci rossi un paio d’anni prima, per curiosità e per propiziare abbondanti nevicate. Li aveva collaudati a Cunardo, dove la neve la sparavano coi cannoni.
Uscì che saranno state le dieci. Il sole rotolava sulla cresta del Campo dei Fiori, come una lenta palla su un terreno a buche e rialzi. Infilando gli sci e muovendo i primi scivolìi sentì dentro la vivacità di una vita giovane, e la domanda: “Ho più di ottant’anni ma, se sto così, perché dovrei morire?” Si immaginò eterno.
Dalle dieci alle tredici fu come si ricordava: un giro per scaldarsi, un altro per stancarsi, un terzo fatto di soste, di chiacchiere, di incontri con i paesani con gli sci ai piedi (tutti più giovani, oltre gli ottanta restava, da sciatore, lui solo). Poi, all’ora di pranzo, la pista divenne bianca coltre senza nessuno, salvo un ragazzino del locale Sci Club e un cane da slitta, in libera uscita dai recinti del vicino allevamento. Poi se ne andarono anche loro.
Avrebbe dovuto far rientro per il pranzo ma non aveva appetito e, più di tutto, conservava una gran voglia di sciare, quasi a voler risalire la china di tutti quegli anni persi, per via delle neve che non si staccava dal cielo. Così tirò dritto. E venne il quarto giro, e poi il quinto e subito appresso il sesto e il settimo e –miracolo- anziché affaticarsi si riposava, ogni tornata sulle sue balze e lungo i pendii, salita discesa e pianura era ristoro più che sofferenza, piacere intenso e non dolore.
La neve scintillava, trapuntata di diamanti. Gli sci procedevano in andamento alternato con una facilità e scioltezza di scivolamento che lo meravigliarono, ma non più di tanto, se è vero che ad ogni passaggio davanti alla casina dell’arrivo si sentiva come un bimbo, appena sceso in cortile, pronto a correr dietro al pallone.
E il sole, immobile, ad una spanna dalla sommità del Campo dei Fiori, pareva ignorare l’epilogo del tramonto.

***

Giosuè Piccinelli detto ‘il barba’ fu leccato e baciato dapprima da un cane da slitta, e quindi trovato senza vita dall’amico parente Luigi Vanini, lungo il pianoro della parte sommitale della pista da fondo del Brinzio, alle ore 13 e 15 del 10 gennaio 2002. Infarto, o forse infarto con ulteriori complicanze. Disposta l’autopsia, ed eseguita, dopo qualche giorno si seppe che infarto non c’era stato. Morto era morto. Non si sa di che. Probabilmente felice. 

domenica 13 gennaio 2013

Vedersi o non vedersi


Vedersi o non vedersi non altera l'amore
se si è raggi di un unico splendore:
mai la quercia vedrà la sua radice
ma è quella linfa a renderla felice

Silvio Raffo  Maternale