mercoledì 16 gennaio 2013
Open Day alla Vidoletti
Sabato 19 gennaio, dalle 10 in avanti, Open day alla Vidoletti, scuola media di via Manin 3, a Masnago.
in foto: le classiche magliette verdi Vidoletti, che fanno sempre bella figura negli eventi sportivi scolastici
martedì 15 gennaio 2013
Il racconto del mercoledì
Gennaio
Per chi arriva a Brinzio da Varese, se tiene
sulla destra la chiesa e butta gli occhi sulla sinistra, oltre le poche, basse
case del paese, non può fare a meno d’annegare nel verde. Estesi prati a balze,
come un mare d’onde alte, si portano verso la scogliera che, nel caso di
Brinzio, è fatta d’alberi, di boschi e infine di rocce, pietre sulla sommità
del massiccio del Campo dei Fiori, visto nel suo versante nord. D’inverno il
monte prealpino, per lunghi tratti del giorno, e senz’altro dal primissimo
pomeriggio, nega al sole il gusto di indorare quello spreco d’erba. L’ombra
scende lesta verso la chiesa, attardandosi a stendere il suo manto freddo sui
boschi di fronte, che salgono ai Valicci.
Brinzio è fresca d’estate, fredda d’inverno.
Se, a gennaio, in città piove, a Brinzio può nevicare. E se fiocca, su quei
prati il tappeto di cristallo non si scioglie. Può resistere mesi, sin dopo
febbraio. I residenti ne hanno fatto tesoro, hanno risolto a loro favore i
lamenti dei freddolosi regalando una pista per lo sci da fondo agli amanti dei
legni sottili. Se nevica, naturalmente. Perché la fiocca sa essere molto
ricercata. Così è stato per una decina d’anni. Poi ci ha ripensato ed è tornata
ad imbiancare i prati. Questa storia, che è poi la storia di tutti, è stata
scritta da un anziano sciatore proprio il primo anno di fiocca, dopo tutto quel
digiuno. Scritta con la vita. Per parte nostra ci abbiamo aggiunto solo il
piacere di raccontarla.
***
Aveva gustato tutto quel candido ben di Dio
dalla finestra al primo piano della sua casa di Brinzio. Ore ed ore ed ore di
neve bella, soda, con poca acqua e molto ghiaccio, quieta e poi a tratti in
sfarfallìo, rimestata dal vento.
Aveva atteso un giorno e una notte. E anche
qualche ora al mattino, perché aveva imparato a pazientare. Aveva portato
pazienza, ormai, ottantun anni. Aveva atteso che il piccolo gatto delle nevi
gli spianasse la via, sui prati della pista da fondo. Non aveva voglia di
regalare alla neve, sebbene tanto attesa, quelle energie per farsi da solo i
binari necessari alla sua sciata, in perfetta, consolidata tecnica classica,
cioè alternata, destra, sinistra, avanti indietro in parallelo, con le braccia
a muoversi in sincronia con le gambe, movimento lungo, senza strappi,
sfruttando al meglio la scarligàda. Né
s’era preoccupato di preparare per tempo gli attrezzi, sciolinandoli: una
preparazione cavillosa e, non di rado, inefficace. S’era lasciato convincere a
comprare sci di nuova generazione, già belli e pronti, una spruzzata poco prima
di partire e via, tant l’è istèss, stessa cosa, gira e rigira. Se non meglio.
Aveva comprato quegli sci rossi un paio d’anni prima, per curiosità e per
propiziare abbondanti nevicate. Li aveva collaudati a Cunardo, dove la neve la
sparavano coi cannoni.
Uscì che saranno state le dieci. Il sole
rotolava sulla cresta del Campo dei Fiori, come una lenta palla su un terreno a
buche e rialzi. Infilando gli sci e muovendo i primi scivolìi sentì dentro la
vivacità di una vita giovane, e la domanda: “Ho più di ottant’anni ma, se sto
così, perché dovrei morire?” Si immaginò eterno.
Dalle dieci alle tredici fu come si
ricordava: un giro per scaldarsi, un altro per stancarsi, un terzo fatto di
soste, di chiacchiere, di incontri con i paesani con gli sci ai piedi (tutti
più giovani, oltre gli ottanta restava, da sciatore, lui solo). Poi, all’ora di
pranzo, la pista divenne bianca coltre senza nessuno, salvo un ragazzino del
locale Sci Club e un cane da slitta, in libera uscita dai recinti del vicino
allevamento. Poi se ne andarono anche loro.
Avrebbe dovuto far rientro per il pranzo ma
non aveva appetito e, più di tutto, conservava una gran voglia di sciare, quasi
a voler risalire la china di tutti quegli anni persi, per via delle neve che
non si staccava dal cielo. Così tirò dritto. E venne il quarto giro, e poi il
quinto e subito appresso il sesto e il settimo e –miracolo- anziché affaticarsi
si riposava, ogni tornata sulle sue balze e lungo i pendii, salita discesa e
pianura era ristoro più che sofferenza, piacere intenso e non dolore.
La neve scintillava, trapuntata di diamanti.
Gli sci procedevano in andamento alternato con una facilità e scioltezza di
scivolamento che lo meravigliarono, ma non più di tanto, se è vero che ad ogni
passaggio davanti alla casina dell’arrivo si sentiva come un bimbo, appena
sceso in cortile, pronto a correr dietro al pallone.
E il sole, immobile, ad una spanna dalla
sommità del Campo dei Fiori, pareva ignorare l’epilogo del tramonto.
***
Giosuè Piccinelli detto ‘il barba’ fu leccato
e baciato dapprima da un cane da slitta, e quindi trovato senza vita dall’amico
parente Luigi Vanini, lungo il pianoro della parte sommitale della pista da
fondo del Brinzio, alle ore 13 e 15 del 10 gennaio 2002. Infarto, o forse
infarto con ulteriori complicanze. Disposta l’autopsia, ed eseguita, dopo
qualche giorno si seppe che infarto non c’era stato. Morto era morto. Non si sa
di che. Probabilmente felice.
domenica 13 gennaio 2013
Vedersi o non vedersi
Vedersi o non vedersi non altera l'amore
se si è raggi di un unico splendore:
mai la quercia vedrà la sua radice
ma è quella linfa a renderla felice
Silvio Raffo Maternale
sabato 12 gennaio 2013
Respiro da asmatico
Una vita senza ideali, senza battaglie, senza la speranza di una vita eterna è come il respiro di un asmatico.
venerdì 11 gennaio 2013
Cicale al carbonio 24
Ventiquattro
Era stata una notte d’amore. S’erano addormentati
che albeggiava. Ogni sincerità e perdono
s’erano abbracciati insieme ai loro corpi.
Marco fu svegliato dalle campane di Bardolino.
Contò i rintocchi. O undici o dodici. Si girò verso Beatrice e sentì dentro il
brivido della normalità. Aveva mal di testa e un dolore allo stomaco, che
cresceva. In fondo si risvegliava cornuto. Certe cose –pensò- forse è meglio
nemmeno saperle. Poche ore prima aveva buttato giù tutto il boccone indigesto
come fosse una leccata di gelato, ora lo ruminava a poco a poco, acido e amaro
come fiele. Riuscì a tenere a bada la rabbia, pensando che anche lui le aveva
messo le corna.
Andò in bagno. Piegandosi in avanti, sul lavandino,
si vide riflesso dentro il tappo metallico. La convessità gli faceva un naso
enorme, lo deformava; forse gli occhi era tristi per davvero.
Fece piovere l’acqua dalla bocca del rubinetto,
solo un filo, per annegare senza fretta. La sua immagine scomparve. Si lavò i
denti, il viso. Avvertì brividi strani, un malessere diffuso: ecco qua, minimo
minimo un raffreddore, pensò.
Aveva bisogno di calore. Di un corpo caldo. Tornò da Beatrice, che dormiva
in equilibrio sopra il fianco sinistro. Prese la piega del suo corpo. Cercò di combaciare il più possibile a lei,
ma era troppo piccola. Non gli bastava. E l’aveva tradito.
Cercò di riaddormentarsi. Ora stava bene. Forse il
secondo risveglio sarebbe stato più promettente.
24-fine
giovedì 10 gennaio 2013
Cicale al carbonio 23
Ventitrè
Marco e Beatrice stavano
seduti su una panchina, sul lungolago di Bardolino. Erano da poche partite le
donne impegnate nel Triathlon Internazionale, ragazze con la muta nera, pesci
enormi che sguazzavano verso la grande boa, posta a settecentocinquanta metri
dalla partenza.
C’era afa, il lago era una lastra, evento assai raro sul
lago di Garda alla fine di giugno.
Sul prato antistante la spiaggia della partenza i diversi
gruppi dei triathleti maschi attendevano il suono della sirena: prima i
campioni, via via gli altri, compresi alcuni settantenni che ancora avevano il
coraggio di affrontare un triathlon olimpico: millecinquecento metri di nuoto,
quaranta chilometri di bici e dieci chilometri di corsa, senza soluzione di
continuità.
“Ti ricordi la traversata?” disse Marco a Beatrice. “Chissà
che fine ha fatto la mia muta.”
“Ma non l’avevi regalata a tuo cugino?”
“Non me l’ero tenuta per ricordo?”
“Bò…”
***
Mirko Pedruzzoli, giornalista de La Gazzetta dello Sport,
inviato a Bardolino per far cronaca di quel Triathlon, uno dei più prestigiosi
del circuito internazionale, aveva riconosciuto Marco Marchi e non s’era
lasciato scappare l’occasione. Una decina di domande, alle quali il ciclista
aveva risposto con pazienza e disponibilità, anche perché da qualche tempo
s’era messo in mente che avrebbe ripreso le gare, che sarebbe tornato più forte
di prima. Aveva sbagliato, ma il solo modo per cancellare la figura da
impostore era quello di dimostrare che valeva una Maglia Rosa anche senza epo.
Beatrice aveva portato pazienza, non aveva risposto a una
domanda del Pedruzzoli, s’era limitata a sorridere davanti al fotografo.
Ora s’era tuffato in acqua l’ultimo gruppo di triathleti,
quello dei più scarsi, gente che avrebbe completato la gara ben sopra le tre
ore.
“Andiamo nella zona bici a vedere il cambio?” disse Marco.
Beatrice non rispose. I suoi piccoli occhi chiari stavano
annegando a centrolago.
“Mi ascolti?”
“Scusa…dicevi…”
“Dicevo di andare a vedere il cambio.”
“Se vuoi…io….”
“Tu?”
“Preferirei stare qui, sperando che non arrivi altra gente a
rompere…”
“Ochei…bene…”
Dopo qualche minuto Marco cominciò a malsopportare il loro
silenzio, riempito dalle comunicazioni degli altoparlanti, dal vociare dei
turisti e dei tifosi, dal ronzare dell’elicottero sopra le loro teste.
“Tutto a posto?” chiese a Beatrice.
Si guardarono negli occhi. Beatrice era ingessata dentro un
mezzo sorriso. Avrebbe voluto regalargli tutta la verità che le marciva dentro
ma se ne uscì con un “A posto, a posto, andiamo pure a vedere il cambio” che
Marco accettò con più di un sospetto.
***
Videro il cambio nuoto bicicletta, e poi bicicletta corsa.
Applaudirono ai vincitori, poi fecero il bagno in una caletta, accessibile solo
a pochi intimi. Per raggiungerla bisognava possedere le chiavi di un cancello e
loro le avevano, perché amici dei proprietari. Marco si spinse al largo,
Beatrice si limitò a sedersi nell’acqua, lasciando che il lago quieto le
coprisse i seni. Si puntellava alle braccia tese all’indietro, con le dita
rivoltava la ghiaia del fondo. Quando sentiva caldo buttava la testa verso il
sole, intingeva i capelli e li lasciava sgocciolare. Teneva d’occhio Marco; con
lui ce la faceva, con l’ansia no, che saliva e la intossicava. Non era da
stronze parlarne ora? Dopo un anno? O subito o niente. Confessare adesso,
quando finalmente Marco era tornato in sella e tutto avrebbe desiderato,
fuorché seguire il filo di quella storia di tradimento? Non l’avrebbe mai
saputo. Con lui era finita per davvero. Giorni incredibili ma ne era valsa la
pena? Temeva che, a stare zitta, quel malessere le sarebbe durato tutta la
vita.
***
“Ottimo” disse Marco, dopo una leccata al gelato, gusto
fragola. Lui prendeva solo e sempre fragola e fiordilatte.
Stavano su un’altra panchina, zona sud di Bardolino,
isolati. Era già buio. Era giugno ma poteva essere agosto.
‘Manca l’aria’ e Beatrice lo pensò. Non gustava il gelato,
non gustava le luci né il buonumore di Marco.
“Certo che oggi sei strana forte.”
Beatrice lo guardò e gli stampò in fronte un viso inebetito.
Una smorfia più che un sorriso. O si alzava o confessava.
Marco cominciò a raccontare di un suo collega, che se la
faceva con una badante ucraina.
Beatrice s’alzò dalla panchina e prese la direzione della
spiaggia.
“Che fai?”
“Camminiamo…vuoi?”
“Dai, fammi finire il gelato seduto” e allungò la mano
libera dalla cialda per arpionare la mano di lei. Mancò la presa. Beatrice era
già scappata troppo avanti.
Marco le corse incontrò.
Beatrice si
fermò e si voltò di scatto: “Non ce la faccio.”
Ormai glielo
aveva detto.
***
Bepi Tommasi,
proprietario di una delle gelaterie più frequentate di Bardolino, la stessa
scelta da Beatrice e Marco per il loro cono, aveva deciso di fare quattro passi
verso la spiaggia, insieme a Giuseppe Zoni, triathleta locale che quel giorno,
in gara, era arrivato trecentodiciottesimo, scendendo sotto le tre ore.
Giuseppe stava raccontando a Bepi di aver perso tre minuti buoni durante il
cambio nuoto bicicletta, perché la lampo della muta s’era incastrata, quando
Bepi sentì il vociare di un litigio in fondo alla spiaggia, verso il lago.
“Ma quelli
non sono Marco e sua moglie?”
Giuseppe
frugò nella poca luce dei lampioni. “Forse.”
“Sono loro, e
litigano di brutto” disse Bepi. Vide Marco strattonare Beatrice e portarsi di
corsa verso l’acqua. “Ma che sta facendo?”
Nella notte
si sentì lo sciabordio dei piedi di un uomo che corre nel lago.
***
Anche Marco
aveva tradito Beatrice e lo confessò, subito dopo che lei aveva fatto il nome
del suo amante lavenese. Si abbracciavano e intanto parlavano e camminavano con
i piedi a mollo nel lago. Si baciavano mischiando il sapore delle labbra e
della verità, che s’imponeva senza vergogna. Sentivano freddo. Se ne andava il
peso dall’anima. Quella nuova sincerità li rendeva invincibili. E anche un po’
folli.
Marco
trascinò Beatrice in avanti. Ora l’acqua
saliva al ginocchio, ai fianchi. Sentì la voce allarmata di qualcuno che li
chiamava dalla riva, sentì lei che diceva di no ma insieme che desiderava
quella pazzia.
“Scusa” disse
Beatrice.
“Scusa” disse
Marco.
Da complici
si tuffarono nel lago di Garda, in piena notte, al buio, in quell’acqua che
pareva di pece, senza pensare più a niente, se non a stringersi per scaldarsi.
Ma in acqua furono costretti a sciogliersi, per cercare un nuoto impacciato.
“Che freddo”
disse Beatrice.
“Bestia, si
gela” disse Marco.
Il pensiero
di nuotare verso il largo mutò subito in un nuoto affannato verso la riva,
ridendo e tremando.
Nell’uscire
sgocciolanti dal lago videro due uomini che si allontanavano verso le luci
della strada.
“Ci hanno
visti” disse Beatrice.
“E chi se ne
frega” disse Marco.
“E adesso?”
chiese Beatrice. Intendeva come fare ora, bagnati fradici, per raggiungere casa
senza prendersi la broncopolmonite.
“E adesso ti
amo” rispose Marco, che aveva interpretato quell’adesso come una domanda
lanciata nel tempo a venire.
23-continua
mercoledì 9 gennaio 2013
Il racconto del mercoledì
DAVANTI ALLA MIA CASA
Sto fumando una sigaretta. Sto respirando altra morte, oltre a quella
che mi sentivo dentro e che mi ha spinto ad uscire da casa, un istante, il
tempo di un sottile cilindro che va arrosto. Mi sono seduto su una panchina,
oltre la strada. Abitiamo in una villetta, non siamo ricchi, il mutuo non si è
ancora estinto. Sono uscito perché mi ha preso un dolore in fronte, un male che
cola negli occhi, penetra nei bulbi, s’irradia. Ho cominciato a pensare che
quel grido fastidioso era solo l’inizio di un male tremendo, che mi consumerà.
E allora, quando il pensiero scende così in basso, in fondo al pozzo, allora è
meglio che esca di casa e che venga a sedermi qui, sulla panchina.
Non passano molte auto, la strada è secondaria, il paese dove vivo è
minore, tutt’intorno è solo la piatta pianura padana. Maggio muore dentro una
sera che non dovrebbe inciampare mai nella notte, una dolce sera che profuma di
rose. Se guardo nel mio giardino, dieci metri oltre la punta rossa della
sigaretta, vedo rose gialle e rosse. Il profumo, però, non passa la via.
Sto già meglio. E’ sempre così. Questa panchina è meglio del lettino
dello psicanalista. Che strano, il fumo mi intossica eppure riesce a liberarmi
la mente, meglio, riesce ad intossicare solo i pensieri che non lasciano
speranza. Si vede che loro proprio non fumano. Dopo una sigaretta riesco a
ritrovare la gioia di essere padre, due figli, Giorgio, dieci anni, e la
piccola Luisa, cinque. Eccola la mia bambina, è scesa in giardino, ora dirà:
‘Papà, vieni a giocare?’ Una volta diceva: ‘Papà, che fai lì tutto solo?’. Ha
capito che ho bisogno di questo spazio, attende e poi arriva.
“Giochiamo, papà?”
Ecco, lo sapevo: “Un attimo, sali su che arrivo. Prendi il pallone.”
Giorgio, purtroppo, è come me, i pensieri scivolano direttamente dalla
mente al cuore, o restano a ronzare nel cranio, non trovano mai la via della
bocca per sfiatare. Parla con gli occhi e con le labbra. Noi ci intendiamo.
Almeno credo. Gli ho regalato un’eredità pesante, ma che ci posso fare? Devo
farmene una colpa? Ho legioni di sensi di colpa che mi avvelenano, uno più uno
meno.
Luisa è tutta sua madre, per fortuna. Eppure Gloria, mia moglie, dice
che è comunque meglio nascere maschi: tutto più facile. Vorrei regalargliela la
mia facilità, la leggerezza che non ho.
Ora li sento, la mia famiglia è lì, il buono della mia vita sta
compresso in un cinque per sei, la mia piccola sala, dove la televisione è
accesa e vomita le solite disgrazie del mondo. Se sono uscito è anche per non
sentirle.
La sigaretta è consumata, la butto per terra, spengo il mozzicone con
la pianta del piede, poi lo raccoglierò e andrò a buttarlo nel cestino che sta
vicino al mio cancello. Quando risalirò. Luisa può aspettare. Strano che non
sia ancora arrivata con la palla. Ecco, sì, hanno cambiato canale. Ci sarà una
trasmissione che le interessa. Meglio, magari me ne faccio un’altra, di
sigaretta. Ma no, dai, la mia pausa può bastare, ora mi alzo, raccolgo il
muccio, chiamo la bambina.
Perché mi gira la testa? Che sensazione strana, come fossi da un’altra
parte, un sogno, tremo, trema la vista, nausea, miodio ora muoio, non riesco a
correre, un ictus?, vorrei sdraiarmi a terra, in mezzo alla strada, no, ecco
Luisa, corre col pallone in mano ma è come se scappasse, urla papà papà, passa
il cancello, è in strada, ma è il mondo che trema non io, io non sono malato,
guardo verso il cielo e subito scendo al tetto della mia villa, sento urla più
forti del televisore, il camino trema, la parabola che è accanto al camino
balla, sento come un rutto che sale da sotto i miei piedi, il tetto si apre, il
camino e la parabola entrano nelle fauci della mia casa che s’accartoccia,
Luisa è arrivata, salta sopra di me, il pallone rotola e finisce sotto la
panchina, due auto si sono fermate a pochi metri da noi, stringo la piccola
mentre frana per sempre la mia vita.
Ora è solo fumo intorno a noi.
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