martedì 24 aprile 2012

Il racconto del mercoledì

IL TUFFO M’arrampico sopra la colonnina di cemento, alta più di me. E’ un pomeriggio di maggio, il giorno non lo so, so che frequento la terza elementare. Fa caldo, sono sudato, eccitato. Impaurito. Salgo sul muretto e da lì m’arrampico sulla colonna quadrata, che in alto s’allarga in una piattaforma. Il mio amico Luciano ha lanciato la sfida. E’ salito e ce l’ha fatta. Ora tocca a me. Nel tentare la scalata al blocco di cemento mi scivolano i piedi (calzo dei sandali con due buchi davanti, quattro occhi che mi guardano), striscio e torno in basso, mi sbuccio le ginocchia. Potrei mollare. Ma non mollo. Mi sputo sulle mani, mi passo le ginocchia ferite, strisciate rosse di poco sangue. Non è nulla. Si riparte. Luciano si è rimesso in ordine la maglietta, Marco e Roberto forse fanno il tifo per me. Ora sono in cima, mi metto in piedi, mi gira la testa ma per pochi attimi. Dietro a me il vuoto, sul fianco destro la strada, sul fianco sinistro il cortile, davanti il mare verde della siepe, piccole foglie verdescuro al culmine di rametti rigidi, appuntiti. Più che un mare è un fiume, una stretta piscina. Sono in piedi sul rigido trampolino che dovrà provare il mio coraggio. Un coraggio da terza elementare. Un coraggio irresponsabile e timoroso. So che mia madre non approverebbe, mio padre mi sgriderebbe ma con maggior comprensione. Mio padre capirebbe, almeno penso. Ma loro non ci sono, uno è al lavoro, l’altra è in casa e si fida di me. Non so, forse si fida o deve fidarsi per forza, non ha tempo né voglia di verificare il mio comportamento, sta annegando dentro una famiglia di tanti figli. Sta sudando dentro una vita che immaginava diversa. Non so, non sono affari miei. A me spetta la prova, ora che mi sono arrampicato sin lassù e sei occhi mi guardano. Otto, perché anche i miei mi osservano. Luciano dice: “Allora?” Roberto si sta grattando il pisello, Marco si mette la mano a visiera per ripararsi dal sole di maggio, convinto e brillante. Marco è il più piccolo del gruppo, credo che il suo cuore stia battendo forte almeno quanto il mio. O di più. Ma il mio si vede oltre la camicetta sporca, con due buchi e tanti piccoli elefanti marroni che camminano su un prato giallo. Ho paura di trafiggermi gli occhi (però basta che li chiuda), di graffiarmi la faccia (al che la mamma prima, il papà poi mi ‘graffierebbero’ ancora), ho paura di cadere oltre il materasso della siepe, di finire in strada o sui sassi tondi e lisci del cortile. Ho paura che mi scherzino. Sono il più vecchio dei quattro. Di pochi giorni, ma Luciano è più giovane di me e ora mi guarda con due occhi vigliacchi. Lui può solo vincere. Al massimo pareggiare. Io sono ancora all’inizio dell’avventura. Durerà un secondo, due, ma i piedi li devo staccare. Devo affrontare il vuoto. Devo volare. Non l’ho mai fatto da quella torre alta due metri. Luciano ce l’ha fatta. Non credevo fosse così in gamba. Il suo coraggio mi ha messo nei guai. Il suo gesto mi obbliga a seguirlo. Ci vuole un eroe per diventare eroi. Il quartiere lo saprà, nel bene e nel male. Il quartiere non può farsi beffe di me. E allora capisco che il pensiero mi sta tradendo. Più ci penso più il coraggio si nasconde, come una femminuccia che si ripara gli occhi da uno spettacolo sconcio. Il volo richiede dimenticanza. Non penso più. Mi sbilancio verso la siepe. Mi pento ma non lo posso più fare. O spingo in avanti o cado come un goffo pollo spennacchiato. E allora spingo, allungo le braccia, chiudo gli occhi e mi preparo all’abbraccio pungente. Lancio un mezzo urlo stonato. Sento un crac di legno e di foglie, un lieve bruciore sul viso, alle braccia, alle gambe nude. Sprofondo e riemergo. Marco batte le mani, Roberto dice “Ora lo faccio anch’io!”, Luciano mi guarda, sorpreso e ferito: “Sono stato più bravo io, perché sono stato il primo” dice “e ti ho smollato la siepe.” “Non è vero” rispondo felice, “era più morbida quando ti sei tuffato tu. Mi hai fatto il buco.” Luciano non sa cosa dire, dovrebbe darmi ragione, passa all’attacco: “Prendimi se ci riesci” e scappa fulmineo come il missile Tor. Roberto reclama: “Non guardate anche me?” Ma la sfida è lanciata. Il coraggio l’ho già dimostrato. Nessuno mi ferma. Si parte.

Dissimula

Dissimula gli accesi furori per l'ingiustizia del mondo,/raccogli nel grembo, nascondi le pene più chiare;/chi guarda non ama soffrire,/chi soffre preferisce sperare./E' un nocciolo duro il dolore/verde cupo profondo. (Arnaldo Bianchi PAESAGGI INATTESI marzo 1985)

Come una foglia rossa

Come una foglia rossa che trema/al sommo del ramo,/così l'innocente tuo sguardo di cerbiatto/oscilla nei miei occhi. (Arnaldo Bianchi - PAESAGGI INATTESI maggio 1982)

lunedì 23 aprile 2012

Chicca, la migliore

Ho appena visto alla tele il finale della partita di basket femminile, finali scudetto, fra la Famila Schio e la Pool Comense. E così ho potuto rivedere Chicca Macchi (foto da Google immagini), gioiello della Famila. E' di Varese, ed è stata fra i miei alunni (maschi e femmine) colei che ha raggiunto i più elervati risultati sportivi: serie A, nazionale, Olimpiadi, scudetti. Era mia alunna alla Vidoletti e, se ben ricordo, aveva appena iniziato a giocare a basket. Che carriera!!!!

Non val la pena

Uno degli aspetti positivi (pochi in verità) della cosiddetta età adulta (tendete alla terza età) è questo: si evita di arrabbiarsi, per eventi che non meritano la noatra rabbia. E' la terza volta che rinviamo una gara di atletica per i ragazzi di 2 e 3 media, domani danno pioggia quindi l'abbiamo spostata al 26 aprile. Solo qualche anno fa mi sarei innervosito assai: e con chi? Con il meteo? No, non val la pena prendersela per queste cose. Si rinvia e basta. Purtroppo la vita ci regala ben altre rabbie, che davvero non possiamo scansare. Lo scorso anno abbiamo avuto più fortuna, e la stessa gara interdistrettuale l'abbiamo disputata al primo colpo. In foto: le cadette della Vidoletti.

Paola e Gigetto

Buon anniversario di nozze, cari Paola e Gigetto. (I festeggiati sono i due in piedi in questa foto, che li ritrae al rifugio Vajolet, Dolomiti, agosto 2011.)

Un abbraccio, cara Matilde

Tanti auguri, carissima Matilde. Avresti compiuto 56 anni, proprio oggi. Eccoti seduta alla sinistra del mitico prof. Anastasi, siamo nel 1973, prima liceo, un anno per me sfortunato, esame di greco a settembre. Per te, no probel, eccellevi in tutto. Qui c'è anche la simpatica professoressa Clara Guidi e tutti noi della prima C, davanti all'entrata del vecchio 'Cairoli'. No, non mi dimentico di te. La sfortuna di una morte precoce richiede come minimo (e mi pare davvero il minimo) questa foto e queste poche righe. Mi fa piacere pensare che forse (chissà! magari! ci spero) le stai leggendo anche tu.