venerdì 19 marzo 2010

Una pezza


A volte la natura ci mette una pezza. Meglio, a volte un indizio di vecchiaia può rivelarsi persino utile. Guardandomi allo specchio ho notato che il calo della vista riproponeva una versione di me, un confronto vis a vis, piuttosto sfocato. Il che è un bene.
in foto: lo sguardo del San Giuseppe in fuga, opera di Renato Guttuso. E poiché oggi è San Giuseppe, auguri a tutti i Giuseppe.

Benvenuto, Andrea

Sono onorato di far parte della Giuria dei cosiddetti grandi lettori del Premio Chiara, ancor più quest'anno, dato che è stato inserito nel novero anche Andrea Vitali (foto), mio coscritto, uomo di lago (di Como), narratore alla Piero Chiara. Chissà mai che rimanendo al suo fianco, lui (scrittore di successo) insegni a me (scrittore di insuccesso) come si fa ad 'incantare' il lettore!

Medaglia d'argento

Anche nel basket maschile la Vidoletti ha una grande tradizione. Quarti in Italia alle finali nazionali di Cagliari del 2000, e tante volte campioni provinciali. Hanno indossato la canotta Vidoletti, ad esempio, Marco Passera e Martino Rovera. Ma da due (se non da tre anni) troviamo alla finale provinciale Sesto Calende, che immancabilmente ci batte. Così è successo anche stamani al Campus. E l'espressione del prof. Enrico Piazza la dice lunga sul suo stato d'animo. Del resto non è facile far sorridere il prof. Piazza.

Poche ma buone

Da sempre faccio giocare a basket anche le ragazze. Da molti anni la Vidoletti partecipa ai Giochi Sportivi Studenteschi col basket femminile, e non poche volte ha vinto il titolo provinciale. Purtroppo ogni anno la partecipazione delle altre scuole diminuisce: dieci scuole, sette, cinque, quattro, lo scorso anno solo due, quest'anno la Vidoletti era da sola, campionesse provinciali senza colpo ferire. Però le 'mie' ragazze meritavano la medaglia, che hanno ricevuto stamani al Campus, dopo una simbolica partitella fra di loro. Poche...ma buone!

giovedì 18 marzo 2010

Il balcone

Continuo con queste immagini del passato (ecco il balcone della mia casa al quartiere Garibaldi, anni 1961-1981) non perché il presente non mi vada bene e ho infruttuose nostalgie. Così, tanto per non dimenticare. Anche perché in fatto di balconi mi è andata meglio dal 1981 ad oggi. Lì niente panorami di laghi e di monti, ma analogo grigiore di fronte, un viale sempre più trafficato a sinistra, l'ultimo verde sulla destra. Come si nota, niente tintarelle sdraiati su comode sdraio su quel ristretto balcone a feritoie. Ma per fortuna avevamo il cortile. Un'immagine: mia madre che, d'inverno, ritira i panni stesi, riparati da un poco efficace cellophane. E i panni sono rigidi, ghiacciati. E lei rientra dicendo: "Brrr, che freddo!"

mercoledì 17 marzo 2010

Due auto

Qui, in questo quartiere, ho abitato dal 1961 al 1981, vent'anni giusti. Ecco il cortile-campo da calcio delle nostre sfide. Allora si poteva giocare perché stavano in parcheggio (se c'erano) solo due auto, una NSU Prinz e una Anglia bianca (contro la quale andò a sbattere un mio fratello in bici). Oggi (e non è l'ora di punta) non c'è spazio per un campo da calcio in quel cortile. Il quartiere Garibaldi nacque per ospitare soprattutto famiglie di insegnanti (in anni fascisti), poi venne abitato da famiglie di varesini insieme ai primi fratelli del sud....oggi vi abitano anziani pensionati della nostra città, molti extracomunitari e tante, troppe auto.

In tuffo sui sassi

La vittoria di ieri sera dell'Inter sul Chelsea mi ha fatto pensare a quando davvero 'impazzivo' per l'Inter, negli anni Sessanta. Abitavo allora nel quartiere Garibaldi (ex Costanzo Ciano) in viale Belforte. In foto vedete la porta delle nostre sfide calcistiche. Io facevo il portiere, imitavo il grande Sarti e mi buttavo sui sassi. Mi chiedo dove sia andato, oggi, quel mio coraggio! Mi tuffavo anche per recuperare palloni a filo di palo (di pilastro) e voi capite bene che una craniata lì non era un piacere. Poi la palla finiva dietro la recinzione della Fondazione Abele Aletti, e il gioco era finito, a meno che qualche temerario non s'arrischiava e scavalcava. Credo di averlo fatto qualche volta. E allora ripeto: come mai si è immiserito quel mio giovanile coraggio?