sabato 19 gennaio 2013
Il braccialetto giallo
Alla fine del 2005 anch'io, come milioni di persone, tenevo al polso il braccialetto giallo di Lance Armstrong, il ciclista che proprio quell'estate aveva vinto il suo 7° Tour de France. Dopo poco tempo si è rotto. Ora si è 'rotto' anche Lance, infranto il suo mito, costruito sulle bugie. Sta ammettendo, anche se a pezzetti, con fatica e confusione. Dovrebbe essere più chiaro. Confessare tutto una volta per tutte. E ripartire alla grande. Ma so che non sarà affatto facile.
giovedì 17 gennaio 2013
mercoledì 16 gennaio 2013
Open Day alla Vidoletti
Sabato 19 gennaio, dalle 10 in avanti, Open day alla Vidoletti, scuola media di via Manin 3, a Masnago.
in foto: le classiche magliette verdi Vidoletti, che fanno sempre bella figura negli eventi sportivi scolastici
martedì 15 gennaio 2013
Il racconto del mercoledì
Gennaio
Per chi arriva a Brinzio da Varese, se tiene
sulla destra la chiesa e butta gli occhi sulla sinistra, oltre le poche, basse
case del paese, non può fare a meno d’annegare nel verde. Estesi prati a balze,
come un mare d’onde alte, si portano verso la scogliera che, nel caso di
Brinzio, è fatta d’alberi, di boschi e infine di rocce, pietre sulla sommità
del massiccio del Campo dei Fiori, visto nel suo versante nord. D’inverno il
monte prealpino, per lunghi tratti del giorno, e senz’altro dal primissimo
pomeriggio, nega al sole il gusto di indorare quello spreco d’erba. L’ombra
scende lesta verso la chiesa, attardandosi a stendere il suo manto freddo sui
boschi di fronte, che salgono ai Valicci.
Brinzio è fresca d’estate, fredda d’inverno.
Se, a gennaio, in città piove, a Brinzio può nevicare. E se fiocca, su quei
prati il tappeto di cristallo non si scioglie. Può resistere mesi, sin dopo
febbraio. I residenti ne hanno fatto tesoro, hanno risolto a loro favore i
lamenti dei freddolosi regalando una pista per lo sci da fondo agli amanti dei
legni sottili. Se nevica, naturalmente. Perché la fiocca sa essere molto
ricercata. Così è stato per una decina d’anni. Poi ci ha ripensato ed è tornata
ad imbiancare i prati. Questa storia, che è poi la storia di tutti, è stata
scritta da un anziano sciatore proprio il primo anno di fiocca, dopo tutto quel
digiuno. Scritta con la vita. Per parte nostra ci abbiamo aggiunto solo il
piacere di raccontarla.
***
Aveva gustato tutto quel candido ben di Dio
dalla finestra al primo piano della sua casa di Brinzio. Ore ed ore ed ore di
neve bella, soda, con poca acqua e molto ghiaccio, quieta e poi a tratti in
sfarfallìo, rimestata dal vento.
Aveva atteso un giorno e una notte. E anche
qualche ora al mattino, perché aveva imparato a pazientare. Aveva portato
pazienza, ormai, ottantun anni. Aveva atteso che il piccolo gatto delle nevi
gli spianasse la via, sui prati della pista da fondo. Non aveva voglia di
regalare alla neve, sebbene tanto attesa, quelle energie per farsi da solo i
binari necessari alla sua sciata, in perfetta, consolidata tecnica classica,
cioè alternata, destra, sinistra, avanti indietro in parallelo, con le braccia
a muoversi in sincronia con le gambe, movimento lungo, senza strappi,
sfruttando al meglio la scarligàda. Né
s’era preoccupato di preparare per tempo gli attrezzi, sciolinandoli: una
preparazione cavillosa e, non di rado, inefficace. S’era lasciato convincere a
comprare sci di nuova generazione, già belli e pronti, una spruzzata poco prima
di partire e via, tant l’è istèss, stessa cosa, gira e rigira. Se non meglio.
Aveva comprato quegli sci rossi un paio d’anni prima, per curiosità e per
propiziare abbondanti nevicate. Li aveva collaudati a Cunardo, dove la neve la
sparavano coi cannoni.
Uscì che saranno state le dieci. Il sole
rotolava sulla cresta del Campo dei Fiori, come una lenta palla su un terreno a
buche e rialzi. Infilando gli sci e muovendo i primi scivolìi sentì dentro la
vivacità di una vita giovane, e la domanda: “Ho più di ottant’anni ma, se sto
così, perché dovrei morire?” Si immaginò eterno.
Dalle dieci alle tredici fu come si
ricordava: un giro per scaldarsi, un altro per stancarsi, un terzo fatto di
soste, di chiacchiere, di incontri con i paesani con gli sci ai piedi (tutti
più giovani, oltre gli ottanta restava, da sciatore, lui solo). Poi, all’ora di
pranzo, la pista divenne bianca coltre senza nessuno, salvo un ragazzino del
locale Sci Club e un cane da slitta, in libera uscita dai recinti del vicino
allevamento. Poi se ne andarono anche loro.
Avrebbe dovuto far rientro per il pranzo ma
non aveva appetito e, più di tutto, conservava una gran voglia di sciare, quasi
a voler risalire la china di tutti quegli anni persi, per via delle neve che
non si staccava dal cielo. Così tirò dritto. E venne il quarto giro, e poi il
quinto e subito appresso il sesto e il settimo e –miracolo- anziché affaticarsi
si riposava, ogni tornata sulle sue balze e lungo i pendii, salita discesa e
pianura era ristoro più che sofferenza, piacere intenso e non dolore.
La neve scintillava, trapuntata di diamanti.
Gli sci procedevano in andamento alternato con una facilità e scioltezza di
scivolamento che lo meravigliarono, ma non più di tanto, se è vero che ad ogni
passaggio davanti alla casina dell’arrivo si sentiva come un bimbo, appena
sceso in cortile, pronto a correr dietro al pallone.
E il sole, immobile, ad una spanna dalla
sommità del Campo dei Fiori, pareva ignorare l’epilogo del tramonto.
***
Giosuè Piccinelli detto ‘il barba’ fu leccato
e baciato dapprima da un cane da slitta, e quindi trovato senza vita dall’amico
parente Luigi Vanini, lungo il pianoro della parte sommitale della pista da
fondo del Brinzio, alle ore 13 e 15 del 10 gennaio 2002. Infarto, o forse
infarto con ulteriori complicanze. Disposta l’autopsia, ed eseguita, dopo
qualche giorno si seppe che infarto non c’era stato. Morto era morto. Non si sa
di che. Probabilmente felice.
domenica 13 gennaio 2013
Vedersi o non vedersi
Vedersi o non vedersi non altera l'amore
se si è raggi di un unico splendore:
mai la quercia vedrà la sua radice
ma è quella linfa a renderla felice
Silvio Raffo Maternale
sabato 12 gennaio 2013
Respiro da asmatico
Una vita senza ideali, senza battaglie, senza la speranza di una vita eterna è come il respiro di un asmatico.
venerdì 11 gennaio 2013
Cicale al carbonio 24
Ventiquattro
Era stata una notte d’amore. S’erano addormentati
che albeggiava. Ogni sincerità e perdono
s’erano abbracciati insieme ai loro corpi.
Marco fu svegliato dalle campane di Bardolino.
Contò i rintocchi. O undici o dodici. Si girò verso Beatrice e sentì dentro il
brivido della normalità. Aveva mal di testa e un dolore allo stomaco, che
cresceva. In fondo si risvegliava cornuto. Certe cose –pensò- forse è meglio
nemmeno saperle. Poche ore prima aveva buttato giù tutto il boccone indigesto
come fosse una leccata di gelato, ora lo ruminava a poco a poco, acido e amaro
come fiele. Riuscì a tenere a bada la rabbia, pensando che anche lui le aveva
messo le corna.
Andò in bagno. Piegandosi in avanti, sul lavandino,
si vide riflesso dentro il tappo metallico. La convessità gli faceva un naso
enorme, lo deformava; forse gli occhi era tristi per davvero.
Fece piovere l’acqua dalla bocca del rubinetto,
solo un filo, per annegare senza fretta. La sua immagine scomparve. Si lavò i
denti, il viso. Avvertì brividi strani, un malessere diffuso: ecco qua, minimo
minimo un raffreddore, pensò.
Aveva bisogno di calore. Di un corpo caldo. Tornò da Beatrice, che dormiva
in equilibrio sopra il fianco sinistro. Prese la piega del suo corpo. Cercò di combaciare il più possibile a lei,
ma era troppo piccola. Non gli bastava. E l’aveva tradito.
Cercò di riaddormentarsi. Ora stava bene. Forse il
secondo risveglio sarebbe stato più promettente.
24-fine
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